Ardirò ancor fra i desinari illustri Sul meriggio innoltrarmi umil cantore, Poi che troppa di te cura mi punge Signor, ch'io spero un dì veder maestro
E dittator di graziosi modi All'alma gioventù che Italia onora. Tal fra le tazze e i coronati vini Onde all'ospite suo fe' lieta pompa
La punica regina, i canti alzava Jopa crinito; e la regina in tanto Dal bel volto straniero iva beendo L'oblivion del misero Sichèo:
E tale, allor che l'orba Itaca in vano Chiedea a Nettun la prole di Laerte, Femio s'udìa co' versi e con la cetra La facil mensa rallegrar de' proci,
Cui dell'errante Ulisse i pingui agnelli E i petrosi licori e la consorte Convitavano in folla. Amici or china Giovin Signore al mio cantar gli orecchi,
Or che tra nuove Elise e nuovi proci E tra fedeli ancor Penelopèe Ti guidano a la mensa i versi miei. Già dall'alto del cielo il sol fuggendo
Verge all'occaso: e i piccoli mortali Dominati dal tempo escon di novo A popolar le vie ch'all'oriente Spandon ombra già grande. A te null'altro
Dominator fuor che te stesso è dato Stirpe di numi: e il tuo meriggio è questo. Al fin di consigliarsi al fido speglio La tua dama cessò. Cento già volte
O chiese o rimandò novelli ornati; E cento ancor de le agitate ognora Damigelle or con vezzi or con garriti Rovesciò la fortuna. A sè medesma
Quante volte convien piacque e dispiacque; E quante volte è duopo a sè ragione Fece e a' suoi lodatori. I mille intorno Dispersi arnesi al fin raccolse in uno
La consapevol del suo cor ministra: Al fin velata di legger zendado È l'ara tutelar di sua beltade: E la seggiola sacra un po' rimossa
Languidetta l'accoglie. Intorno a lei Pochi giovani eroi van rimembrando I cari lacci altrui, mentre da lunge Ad altra intorno i cari lacci vostri
Pochi giovani eroi van rimembrando. Il marito gentil queto sorride A le lor celie; o, s'ei si cruccia alquanto, Del tuo lungo tardar solo si cruccia.
Nulla però di lui cura te prenda Oggi o Signore. E s'ei del vulgo a paro Prostrò l'animo imbelle; e non sdegnosse Di chiamarsi marito, a par del vulgo
Senta la fame esercitargli in petto Lo stimol fier de gli oziosi sughi Avidi d'esca: o se a i mariti alcuno D'anima generosa impeto resta,
Ad altra mensa il piè rivolga; e d'altra Dama al fianco si assida, il cui marito Pranzi altrove lontan d'un'altra al fianco Che lungi abbia lo sposo: e così nuove
Anella intrecci a la catena immensa onde alternando Amor l'anime avvince. Pur sia che vuol; tu baldanzoso innoltra ne le stanze più interne. Ecco precorre
ad annunciarti al gabinetto estremo Il noto scalpiccio de' piedi tuoi. Già lo sposo t'incontra. In un baleno Sfugge dall'altrui man l'accorta mano
De la tua dama: e il suo bel labbro in tanto Ti apparecchia un sorriso. Ognun s'arretra Che conosce tuoi dritti; e si conforta Con le adulte speranze, a te lasciando
Libero e scarco il più beato seggio. Tal, colà dove in fra gelose mura Bizanzio ed Ispaàn guardano il fiore De la beltà che il popolato Egèo
Manda e l'Armeno e il Tartaro e il Circasso Per delizia d'un solo, a bear entra L'ardente sposa il grave Musulmano. Nel maestoso passeggiar gli ondeggiano
Le late spalle, e su per l'alta testa Le avvolte fasce: dall'arcato ciglio Intorno ei volge imperioso il guardo: Ed ecco al suo apparire umìl chinarsi
E il piè ritrar l'effeminata occhiuta Turba che d'alto sorridendo ei spregia. Or comanda o signor che tutte a schiera Vengan le grazie tue; sì che a la dama
Quanto elegante esser più puoi ti mostri. Tengasi al fianco la sinistra mano Sotto al breve giubbon celata; e l'altra Sul finissimo lin posi, e s'asconda
Vicino al cor; sublime alzisi il petto; Sorgan gli omeri entrambi; a lei converso Scenda il duttile collo; a i lati un poco Stringansi i labbri; ver lo mezzo acuti
Escano alquanto; e da la bocca poi, Compendiata in forma tal, sen fugga Un non inteso mormorio. Qual fia Che a tante di beltade arme possenti
Schermo si opponga? Ecco la destra ignuda Già la bella ti cede. Or via la strigni; E con soavi negligenze al labbro Qual tua cosa l'appressa; e cader lascia
Sovra i tiepidi avorj un doppio bacio. Siedi fra tanto; e d'una mano istrascica Più a lei vicin la seggioletta. Ognaltro Tacciasi; ma tu sol curvato alquanto
Seco susurra ignoti detti, a cui Concordin vicendevoli sorrisi E sfavillar di cupidette luci, Che amor dimostri o che il somigli al meno.
Ma rimembra o signor che troppo nuoce In amoroso cor lunga e ostinata Tranquillità. Nell'oceàno ancora Perigliosa è la calma. Ahi quante volte
Dall'immobile prora il buon nocchiero Invocò la tempesta; e sì crudele Soccorso ancor gli fu negato; e giacque Affamato assetato estenuato
Dal venenoso aere stagnante oppresso Fra le inutili ciurme al suol languendo! Dunque a te giovi de la scorsa notte Ricordar le vicende; e con obliqui
Motti pugnerla alquanto, o se nel volto Paga più che non suole accôr fu vista Il novello straniero, e co' bei labbri Semiaperti aspettar quasi marina
Conca la soavissima rugiada De' novi accenti; o se cupida troppo Col guardo accompagnò di loggia in loggia L'almo alunno di Marte, idol vegliante
De' femminili voti, a la cui chioma Col lauro trionfal mille s'avvolgono E mille frondi dell'Idalio mirto. Colpevole o innocente allor la bella
Dama improvviso adombrerà la fronte D'un nuvoletto di verace sdegno O simulato, e la nevosa spalla Scoterà un poco; e volgeransi al fine
Gli altri a bear le sue parole estreme. Fors'anco rintuzzar di tue rampogne Saprà l'agrezza, e noverarti a punto Le visite furtive a i cocchi a i tetti
E all'alte logge de le mogli illustri Di ricchi popolari, a cui sovente Scender per calle dal piacer segnato La maestà di cavalier non teme.
Felice te, se mesta o disdegnosa Tu la guidi a la mensa; o se tu puoi Solo piegarla a tollerar de' cibi La nausea universal! Sorridan pure
A le vostre dolcissime querele I convitati; e l'un l'altro percota Col gomito maligno. Ahi non di meno Come fremon lor alme! e quanta invidia
Ti portan te mirando unico scopo Di sì bell'ire! Al solo sposo è dato In cor nodrir magnanima quiete, Aprir nel volto ingenuo riso e tanto
Docil fidanza ne le innocue luci. Oh tre fiate avventurosi e quattro Voi del nostro buon secolo mariti Quanto diversi da' nostr'avi! Un tempo
Uscìa d'averno con viperei crini, Con torbid'occhi irrequieti, e fredde Tenaci branche un indomabil mostro, Che ansando e anelando intorno giva
A i nuziali letti, e tutto empiea Di sospetto e di fremito e di sangue. Allor gli antri domestici le selve L'onde le rupi alto ulular s'udièno
Di femminili stridi. Allor le belle Dame con mani incrocicchiate, e luci Pavide al ciel tremando lagrimando Tra la pompa feral de le lugùbri
Sale vedean dal truce sposo offrirsi Le tazze attossicate o i nudi stili. Ahi pazza Italia, il tuo furor medesmo Oltre l'alpe oltre il mar destò le risa
Presso a gli emuli tuoi, che di gelosa Titol ti dièro; e t'è serbato ancora Ingiustamente. Non di cieco amore Vicendevol desire alterno impulso,
Non di costume simiglianza or guida Giovani incauti al talamo bramato: Ma la prudenza co i canuti padri Siede librando il molto oro e i divini
Antiquissimi sangui: e allor che l'uno Bene all'altro risponda, ecco Imenèo Scoter sue faci; e unirsi al freddo sposo, Di lui non già ma de le nozze amante
La freddissima vergine, che in core Già i riti volge del bel mondo; e lieta La indifferenza maritale affronta. Così non fien de la crudel Megera
Più temuti gli sdegni. Oltre Pirene Contenda or pur le desiate porte A i gravi amanti; e di femminee risse Turbi oriente. Italia oggi si ride
Di quello ond'era già derisa: tanto Puote una sola età volger le menti. Ma già rimbomba d'una in altra sala Signore il nome tuo. Di già l'udìro
L'ime officine ove al volubil tatto De gl'ingenui palati arduo s'appresta Solletico che molle i nervi scota E varia seco voluttà conduca
Fino al centro dell'alma. In bianche spoglie Affrettansi a compir la nobil opra Gravi ministri: e lor sue leggi detta Una gran mente del paese uscita
Ove Colberto e Risceliù fur chiari. Forse con tanta maestade in fronte Presso a le navi ond'Ilio arse e cadèo A gli ospiti famosi il grande Achille
Disegnava la cena: e seco in tanto Le vivande cocean su i lenti fochi Pàtroclo fido e il guidator di carri Automedonte. O tu sagace mastro
Di lusinghe al palato, udrai fra poco Sonar le lodi tue dall'alta mensa. Chi fia che ardisca di trovar mai fallo Nel tuo lavoro? Il tuo signor fia tosto
Campion de le tue glorie: e male a quanti Cercator di conviti oseran motto Pronunciar contro a te; chè sul cocente Meriggio andran peregrinando poi
Miseri e stanchi; e non avran cui piaccia Più popolar de le lor bocche i pranzi. Imbandita è la mensa. In piè d'un salto Alzati e porgi almo garzon la mano
A la tua dama; e lei dolce cadente Sopra di te col tuo valor sostieni, E al pranzo l'accompagna. I convitati Vengan dopo di voi: quindi lo sposo
Ultimo segua. O prole alta di numi, Non vergognate di donar voi anco Brevi al cibo momenti. A voi non vile Cura fia questa. A quei soltanto è vile
Che il duro irrefrenabile bisogno Stimola e caccia. All'impeto di quello Cedan l'orso la tigre il falco il nibbio L'orca il delfino e quanti altri animanti
Crescon qua giù: ma voi con rosee labbra La sola voluttade al pasto appelli, La sola voluttà che le celesti Mense apparecchia, e al nèttare convita
I viventi per sè dei sempiterni. Vero forse non è; ma un giorno è fama Che fur gli uomini eguali: e ignoti nomi Fur nobili e plebei. Al cibo al bere
All'accoppiarse d'ambo i sessi al sonno Uno istinto medesmo un'egual forza Sospingeva gli umani: e niun consiglio Nulla scelta d'obbietti o lochi o tempi
Era lor conceduto. A un rivo stesso A un medesimo frutto a una stess'ombra Convenivano insieme i primi padri Del tuo sangue o signore e i primi padri
De la plebe spregiata: e gli stess'antri E il medesimo suol porgeano loro Il riposo e l'albergo, e a le lor membra I medesmi animai le irsute vesti.
Sola una cura a tutti era comune Di sfuggire il dolore: e ignota cosa Era il desire a gli uman petti ancora. L'uniforme de gli uomini sembianza
Spiacque a' celesti: e a variar lor sorte Il Piacer fu spedito. Ecco il bel Genio, Qual già d'Ilio su i campi Iride o Giuno A la terra s'appressa: e questa ride
Di riso ancor non conosciuto. Ei move E l'aura estiva del cadente rivo E dei clivi odorosi a lui blandisce Le vaghe membra; e lenemente sdrucciola
Sul tondeggiar de' muscoli gentile. A lui giran dintorno i vezzi e i giochi; E come ambrosia le lusinghe scorrono Da le fraghe del labbro; e da le luci
Socchiuse languidette umide fuora Di tremulo fulgore escon scintille, Ond'arde l'aere che scendendo ei varca. Al fin sul dorso tuo sentisti o terra
Sua prima orma stamparsi: e tosto un lento Fremere soavissimo si sparse Di cosa in cosa; e ognor crescendo tutte Di natura le viscere commosse:
Come nell'arsa state il tuono s'ode, Che di lontano mormorando viene, E col profondo suon di monte in monte Sorge; e la valle e la foresta intorno
Mugon di smisurato alto rimbombo. Oh beati fra gli altri e cari al cielo Viventi a cui con miglior man Titàno Formò gli organi egregi, e meglio tese
E di fluido agilissimo inondolli! Voi l'ignoto solletico sentiste Del celeste motore. In voi ben tosto La voglia s'infiammò, nacque il desio:
Voi primieri scopriste il buono il meglio: Voi con foga dolcissima correste A possederli. Allor quel de i duo sessi, Che necessario in prima era sol tanto,
D'amabile e di bello il nome ottenne. Al giudizio di Paride fu dato Il primo esempio: tra femminei volti A distinguer s'apprese: e fur sentite
Primamente le grazie. Allor tra mille Sapor fur noti i più soavi. Allora Fu il vin preposto all'onda; e il vin si elesse Figlio de' tralci più riarsi, e posti
A più fervido sol ne' più sublimi Colli dove più zolfo il suolo impingua. Così l'uom si divise: e fu il signore Da i mortali distinto, a cui nel seno
Giacquero ancor l'èbeti fibre, inette A rimbalzar sotto a i soavi colpi De la nova cagione onde fur tocche; E quasi bovi al suol curvati ancora
Dinanzi al pungol del bisogno andàro; E tra la servitude e la viltade E il travaglio e l'inopia a viver nati Ebber nome di plebe. Or tu garzone
Che per mille feltrato invitte reni Sangue racchiudi, poi che in altra etade Arte forza o fortuna i padri tuoi Grandi rendette; poi che il tempo al fine
Lor divisi tesori in te raccolse, Godi de gli ozj tuoi a te da i numi Concessa parte: e l'umil vulgo in tanto Dell'industria donato a te ministri
Ora i piaceri tuoi, nato a recarli Su la mensa regal, non a gioirne. Ecco splende il gran desco. In mille forme E di mille sapor di color mille
La variata eredità de gli avi Scherza in nobil di vasi ordin disposta. Già la dama s'appressa: e già da i servi Il morbido per lei seggio s'adatta.
Tu signor di tua mano all'agil fianco Il sottopon sì che lontana troppo Ella non sieda o da vicin col petto Ahi di troppo non prema: indi un bel salto
Spicca, e chino raccogli a lei del lembo Il diffuso volume: e al fin t'assidi Prossimo a lei. A cavalier gentile Il lato abbandonar de la sua dama
Non fia lecito mai; se già non sorge Strana cagione a meritar ch'ei tolga Tanta licenza. Un nume ebber gli antiqui Immobil sempre, che al medesmo padre
De gli dei non cedette allor ch'ei scese Il Campidoglio ad abitar, sebbene E Giuno e Febo e Venere e Gradivo E tutti gli altri dei da le lor sedi
Per riverenza del tonante uscìro. Indistinto ad ognaltro il loco sia All'alta mensa intorno: e, s'alcun arde Ambizioso di brillar fra gli altri,
Brilli altramente. Oh come i varj ingegni La libertà del genial convito Desta ed infiamma! Ivi il gentil motteggio, Malizioso svolazzando reca
Sopra le penne fuggitive ed agita Ora i raccolti da la fama errori De le belle lontane, or de gli amanti Or de' mariti i semplici costumi;
E gode di mirar l'intento sposo Rider primiero, e di crucciar con lievi Minacce in cor de la sua fida sposa I timidi segreti. Ivi abbracciata
Co' festivi racconti esulta e scherza L'elegante licenza. Or nuda appare Come le Grazie; or con leggiadro velo Solletica più scaltra; e pur fatica
Di richiamar de le matrone al volto Quella rosa natia che caro fregio Fu dell'avole nostre; ed or ne' campi Cresce solinga; e tra i selvaggi scherzi
A le rozze villane il viso adorna. Forse a la bella di sua man le dapi Piacerà ministrar, che novi al senso Gusti otterran da lei. Tu dunque il ferro,
Che forbito ti giace al destro lato, Quasi spada sollecito snudando, Fa che in alto lampeggi; e chino a lei Magnanimo lo cedi. Or si vedranno
De la candida mano all'opra intenta I muscoli giocar soavi e molli: E le grazie piegandosi con essa Vestiran nuove forme, or da le dita
Fuggevoli scorrendo, ora su l'alto De' bei nodi insensibili aleggiando, Ed or de le pozzette in sen cadendo Che de' nodi al confin v'impresse Amore.
Mille baci di freno impazienti Ecco sorgon dal labbro a i convitati: Già s'arrischian già volano già un guardo Sfugge da gli occhi tuoi, che i vanni audaci
Fulmina ed arde e tue ragion difende. Sol de la fida sposa a cui se' caro Il tranquillo marito immoto siede: E nulla impression l'agita o move
Di brama o di timor; però che Imene Da capo a piè fatollo. Imene or porta Non più serti di rose al crine avvolti; Ma stupido papavero grondante
Di crassa onda letèa, che solo insegna Pur dianzi era del Sonno. Ahi quante volte La dama delicata invoca il Sonno Che al talamo presieda; e seco in vece
Trova Imenèo; e timida s'arretra Quasi al meriggio stanca villanella, Che fra l'erbe innocenti adagia il fianco Lieta e secura; e di repente vede
Un serpe, e balza in piedi inorridita, E le rigide man stende, e ritragge Il cubito, e l'anelito sospende, E immota e muta e con le labbra aperte
Il guarda obliquamente. Ahi quante volte Incauto amante a la sua lunga pena Cercò sollievo; e d'invocar credendo Imène, ahi folle! invocò il Sonno: e questi
Di fredda oblivion l'alma gli asperse; E d'invincibil noia e di torpente Indifferenza gli ricinse il core. Ma se a la dama dispensar non piace
Le vivande o non giova, allor tu stesso La bell'opra intraprendi. A gli occhi altrui Più così smaglierà l'enorme gemma, Dolc'esca a gli usurai che quella osàro
A le promesse di signor preporre Villanamente: e contemplati fièno I manichetti, la più nobil opra Che tessesser giammai angliche Aracni.
Invidieran tua delicata mano I convitati; inarcheran le ciglia Al difficil lavoro: e d'oggi in poi Ti fia ceduto il trinciator coltello
Che al cadetto guerrier serban le mense. Sia tua cura fra tanto errar su i cibi Con sollecita occhiata, e prontamente Scoprir qual d'essi a la tua bella è caro;
E qual di raro augel, di stranio pesce Parte le aggrada. Il tuo coltello Amore Anatomico renda, Amor che tutte De gli animanti annoverar le membra
Puote, e discerner sa qual aggian tutte Uso e natura. Più d'ognaltra cosa Però ti caglia rammentar mai sempre Qual più cibo le noccia o qual più giovi;
E l'un rapisci a lei, l'altro concedi Come d'uopo a te pare. Oh dio, la serba Serbala a i cari figli. Essi, dal giorno Che le alleviàro il delicato fianco
Non la rivider più: d'ignobil petto Esaurirono i vasi: e la ricolma Nitidezza lasciàro al sen materno. Sgridala, se a te par ch'avida troppo
Al cibo agogni; e le ricorda i mali, Che forse avranno altra cagione, e ch'ella Al cibo imputerà nel dì venturo. Nè al cucinier perdona, a cui non calse
Tanta salute. A te ne' servi altrui Ragion fu data in quel beato istante Che la noia e l'amore ambo vi strinse In dolce nodo; e pose ordini e leggi.
Per te sgravato d'odioso incarco Ti fia grato colui che dritto vanta D'impor novo cognome a la tua dama; E pinte strascinar su gli aurei cocchi
Giunte a quelle di lei le proprie insegne: Dritto sacro a lui sol, ch'altri giammai Audace non tentò divider seco. Vedi come col guardo a te fa cenno
Pago ridendo, e a le tue leggi applaude; Mentre l'alta forcina in tanto ei volge Di gradite vivande al piatto ancora. Non però sempre a la tua bella intorno
Sudin gli studj tuoi. Anco tal volta Fia lecito goder brevi riposi; E de la quercia trionfale all'ombra, Te de la polve olimpica tergendo,
Al vario ragionar de gli altri eroi Porgere orecchio; e il tuo sermone a i loro Frammischiar ozioso. Uno già scote Le architettate del bel crine anella
Su la guancia ondeggianti; e ad ogni scossa De' convitati a le narici manda Vezzoso nembo d'Arabi profumi. A lo spirto di lui l'alma natura
Fu prodiga così che più non seppe Di che il volto abbellirgli; e all'arte disse: Tu compi il mio lavoro: e l'arte suda Sollecita dintorno all'opra illustre.
Molli tinture preziose linfe Polvi pastiglie delicati unguenti Tutto arrischia per lui. Quanto di novo E mostruoso più sa tesser spola
O bulino intagliar gallico ed anglo A lui primo concede. Oh lui beato Che primo ancor di non più viste forme Tabacchiera mostrò. L'etica invidia
I grandi eguali a lui lacera e mangia; Ed ei pago di sè, superbamente Crudo, fa loro balenar su gli occhi L'ultima gloria onde Parigi ornollo.
Forse altera così d'Egitto in faccia Vaga prole di Sèmele apparisti I giocondi rubini alto levando Del grappolo primiero: e tal tu forse
Tessalico garzon mostrasti a Jolco L'auree lane rapite al fero drago. Or vedi or vedi qual magnanim'ira Nell'eroe che dell'altro a canto siede
A sì novo spettacolo si desta! Vedi quanto ei s'affanna; e il pasto sembra Obliar declamando! Al certo al certo Il nemico è a le porte. Oimè i Penati
Tremano e in forse è la civil salute! Ma no; più grave a lui più preziosa Cura lo infiamma. Oh depravato ingegno De gli artefici nostri! In van si spera
Da la inerte lor man lavoro egregio Felice invenzion d'uom nobil degna. Chi sa intrecciar chi sa pulir fermaglio A patrizio calzar; chi tesser drappo
Soffribil tanto che d'ornar presuma I membri di signor che un lustro a pena Conti di feudo? In van s'adopra e stanca Chi la lor mente sonnolenta e crassa
Cerca destar: di là dall'alpi è d'uopo Appellar l'eleganza: e chi giammai Fuor che il genio di Francia osato avria Su i menomi lavori i grechi ornati
Condur felicemente? Andò romito Il bongusto finora spaziando Per le auguste cornici e per gli eccelsi Timpani de le moli a i numi sacre
O a gli uomini scettrati; ed or ne scende Vago al fin d'agitar gli austeri fregi Entro a le man di cavalieri e dame. Ben tosto si vedrà strascinar anco
Fra i nuziali doni e i lievi veli Le greche travi: e docile trastullo Fien de la moda le colonne e gli archi Ove sedeano i secoli canuti.
Commercio alto gridar, gridar commercio All'altro lato de la mensa or odi Con fanatica voce: e tra il fragore D'un peregrino d'eloquenza fiume
Di bella novità stampate al conio Le forme apprendi, onde assai meglio poi Brillantati i pensier picchin lo spirto. Tu pur grida commercio: e un motto ancora
La tua bella ne dica. Empiono è vero Il nostro suol di Cerere i favori, Che per folti di biade immensi campi Ergesi altera; e pur ne mostra a pena
Tra le spighe confuso il crin dorato. Bacco e Vertunno i lieti poggi e il monte Ne coronan di poma: e Pale amica Latte ne preme a larga mano; e tonde
Candidi velli; e per li prati pasce Mille al palato uman vittime sacre. Sorge fecondo il lin soave cura De' verni rusticali: e d'infinita
Serie ne cinge le campagne il tanto Per la morte di Tisbe arbor famoso. Che vale or ciò? Su le natie lor balze Rodan le capre; ruminando il bue
Per li prati natii vada; e la plebe Non dissimile a lor si nudra e vesta De le fatiche sue: ma a le grand'alme Di troppo agevol ben schife Cillenio
Il comodo ministri, a cui le miglia Pregio acquistino e l'oro: e d'ogn'intorno Commercio risonar s'oda commercio. Tale da i letti de la molle rosa
Sìbari un dì gridar soleva; e i lumi Disdegnando volgea da i frutti aviti Troppo per lei ignobil cura; e mentre Cartagin dura a le fatiche e Tiro
Pericolando per l'immenso sale Con l'oro altrui le voluttà cambiava, Sìbari si volgea su l'altro lato; E non premute ancor rose cercando
Pur di commercio novellava e d'arti. Ma chi è quell'eroe che tanta parte Colà ingombra di loco; e mangia e fiuta E guata; e de le altrui fole ridendo
Sì superba di ventre agita mole? Oh di mente acutissima dotate Mamme del suo palato! Oh da' mortali Invidiabil anima che siede
Fra l'ammiranda lor testura, e quindi L'ultimo del piacer deliquio sugge! Chi più acuto di lui penètra e intende La natura migliore? O chi più industre
Converte a suo piacer l'aria la terra E il ferace di mostri ondoso abisso? Qualora ei viene al desco altrui paventano Suo gusto inesorabile le smilze
Ombre de gli avi, che per l'aria lievi Aggiransi vegliando ancor dintorno A i ceduti tesori; e piangon lasse Le mal spese vigilie, i sobrj pasti,
Le in preda all'aquilon case, le antique Digiune rozze, gli scommessi cocchi Forte assordanti per stridente ferro Le piazze e i tetti: e lamentando vanno
Gl'in van nudati rustici, le fami Mal desiate, e de le sacre toghe L'armata in vano autorità sul vulgo. L'altro vicin chi fia? Per certo il caso
Congiunse accorto i duo leggiadri estremi, Perchè doppio spettacolo campeggi; E l'un dell'altro al par più lustri e splenda. Falcato dio de gli orti, a cui la greca
Làmsaco d'asinelli offrir solea Vittima degna, al giovane seguace Del sapiente di Samo i doni tuoi Reca sul desco. Egli ozioso siede
Aborrendo le carni; e le narici Schifo raggrinza; e in nauseanti rughe Ripiega i labbri; e poco pane in tanto Rumina lentamente. Altro giammai
A la squallida inedia eroe non seppe Durar sì forte: nè lassezza il vinse Nè deliquio giammai nè febbre ardente: Tanto importa lo aver scarze le membra
Singolare il costume e nel bel mondo Onor di filosofico talento. Qual anima è volgar la sua pietate Serbi per l'uomo: e facile ribrezzo
Dèstino in lei del suo simìle i danni O i bisogni o le piaghe. Il cor di questo Sdegna comune affetto; e i dolci moti A più lontano limite sospigne.
Pera colui che prima osò la mano Armata alzar su l'innocente agnella E sul placido bue: nè il truculento Cor gli piegàro i teneri belati,
Nè i pietosi mugiti, nè le molli Lingue lambenti tortuosamente La man che il loro fato aimè stringea. Tal ei parla o signor: ma sorge in tanto
A quel pietoso favellar da gli occhi De la tua dama dolce lagrimetta Pari a le stille tremule brillanti, Che a la nova stagion gemendo vanno
Da i palmiti di Bacco entro commossi Al tiepido spirar de le prim'aure Fecondatrici. Or le sovvien del giorno, Ahi fero giorno! allor che la sua bella
Vergine cuccia de le Grazie alunna, Giovanilmente vezzeggiando, il piede Villan del servo con gli eburnei denti Segnò di lieve nota: e questi audace
Col sacrilego piè lanciolla: ed ella Tre volte rotolò; tre volte scosse Lo scompigliato pelo, e da le vaghe Nari soffiò la polvere rodente:
Indi i gemiti alzando, aita aita Parea dicesse; e da le aurate volte A lei la impietosita eco rispose; E dall'infime chiostre i mesti servi
Asceser tutti; e da le somme stanze Le damigelle pallide tremanti Precipitàro. Accorse ognuno: il volto Fu d'essenze spruzzato a la tua dama:
Ella rinvenne al fine. Ira e dolore L'agitavano ancor: fulminei sguardi Gettò sul servo; e con languida voce Chiamò tre volte la sua cuccia: e questa
Al sen le corse; in suo tenor vendetta Chieder sembrolle: e tu vendetta avesti Vergine cuccia de le Grazie alunna. L'empio servo tremò; con gli occhi al suolo
Udì la sua condanna. A lui non valse Merito quadrilustre: a lui non valse Zelo d'arcani ufici. Ei nudo andonne De le assise spogliato onde pur dianzi
Era insigne a la plebe: e in van novello Signor sperò; chè le pietose dame Inorridìro; e del misfatto atroce Odiàr l'autore. Il perfido si giacque
Con la squallida prole e con la nuda Consorte a lato su la via spargendo Al passeggero inutili lamenti: E tu vergine cuccia idol placato
Da le vittime umane isti superba. Nè senza i miei precetti o senza scorta Inerudito andrai signor, qualora Il perverso destin dal fianco amato
Ti allontani a la mensa. Avvien sovente Che con l'aio seguace o con l'amico Un grande illustre or l'alpi or l'oceàno Varchi e scenda in Ausonia, orribil ceffo
Per natura o per arte, a cui Ciprigna Rose le nari; o sale impuro e crudo Snudò i denti ineguali. Ora il distingue Risibil gobba, or furiosi sguardi
Obliqui o loschi: or rantoloso avvolge Fra le tumide fauci ampio volume Di voce, che gorgoglia, ed esce al fine Come da inverso fiasco onda che goccia;
Or d'avi or di cavalli ora di Frini Instancabile parla; or de' celesti Le folgori deride. Aurei monili E nastri e gemme gloriose pompe
L'ingombran tutto: e gran titolo suona Dinanzi a lui. Qual più tra noi risplende Inclita stirpe ch'onorar non voglia D'un ospite sì degno i Lari suoi?
Ei però col compagno ammessi fièno Di Giuno a i fianchi: e tu lontan da lei Co' Silvani capripedi n'andrai Presso al marito; e pranzerai negletto
Fra il popol folto de gli dei minori. Ma negletto non già da gli occhi andrai De la dama gentil, che a te rivolti Incontreranno i tuoi. L'aere a quell'urto
Arderà di faville: e Amor con l'ali L'agiterà. Nel fortunato incontro I messagger pacifici dell'alma Cambieran lor novelle: e alternamente
Spinti ritorneranno a voi con dolce Delizioso tremito su i cori. Allor tu le ubbidisci; o se t'invita Le vivande a gustar, che a lei vicine
L'ordin dispose; o se a te chiede in vece Quella che innanzi a te sue voglie pugne Non col soave odor, ma con le nove Leggiadre forme onde abbellir la seppe
Dell'ammirato cucinier la mano. Con la mente si pascono le dive Sopra le nubi del brillante Olimpo: E lor labbra immortali irrita e move
Non la materia, ma il divin lavoro. Nè allor men destro ad ubbidir sarai Che di raro licor la bella strigne Colmo bicchiere, a lo cui orlo intorno
Serpe striscia dorata; e par che dica: Lungi o labbra profane: a i labbri solo De la diva che qui soggiorna e regna È il castissimo calice serbato:
Nè cavalier con alito maschile Osi appannarne il nitido cristallo; Nè dama convitata unqua presuma I labbri apporvi; e sien pur casti e puri,
E quanto esser può mai cari all'Amore. Tu al cenno de' bei guardi e de la destra, Che reggendo il bicchier sospesa ondeggia Affettuoso attendi. I lumi tuoi
Di gioia sfavillando accolgan pronti Il brindisi segreto: e ti prepara In simil modo a tacita risposta. Ecco d'estro già punta ecco la Musa
Brindisi grida all'uno e all'altro amante; All'altrui fida sposa a cui se' caro, E a te signor sua dolce cura e nostra. Quale annoso licor Lièo vi mesce,
Tale Amore a voi mesca eterna gioia Non gustata al marito, e da coloro Invidiata che gustata l'hanno. Veli con l'ali sue sagace oblio
Le alterne infedeltà che un cor dall'altro Porieno un giorno separar per sempre: E solo a gli occhi vostri Amor discopra Le alterne infedeltà, che in ambo i petti
Ventilar ponno le cedenti fiamme. Di sempiterno indissolubil nodo Canti augurj per voi vano cantore: Nostra nobile musa a voi desia
Sol quanto piace a voi durevol nodo. Duri fin che a voi piace: e non si scioglia Senza che Fama sopra l'ale immense Tolga l'alta novella; e grande n'empia
Col reboato dell'aperta tromba L'ampia cittade e dell'Enotria i monti, E le piagge sonanti, e s'esser puote, La bianca Teti e Guadiana e Tule.
Il mattutino gabinetto il corso Il teatro e la mensa in vario stile Ne ragionin gran tempo. Ognun ne chieda Il dolente marito: ed ei dall'alto
La lamentabil favola cominci. Tal su le scene, ove agitar solea L'ombre tinte di sangue Argo piagnente, Squallido messo al palpitante coro
Narrava come furiando Edipo Al talamo sen corse incestuoso, Come le porte rovescionne, come Al subito spettacolo ristette
Quando vicina del nefando letto Vide in un corpo solo e sposa e madre Pender strozzata; e del fatale uncino Le mani armosse; e con le proprie mani
A sè le care luci da la testa Con le man proprie misero strapposse. Ma già volge al suo fine il pranzo illustre: Già Como e Dionisio al desco intorno
Rapidissimamente in danza girano Con la libera Gioia. Ella saltando Or questo or quel de' convitati lieve Tocca col dito: e al suo toccar scoppiettano
Brillanti vivacissime scintille, Ch'altre ne destan poi. Sonan le risa: Il clamoroso disputar s'accende: La nobil vanità pugne le menti:
E l'amor di sè sol, baldo scorrendo, Porge un scettro a ciascuno; e dice: regna. Questi i concilj di Bellona, e quegli Pènetra i tempj de la Pace. Un guida
I condottieri: a i consiglier consiglio L'altro dona; e divide e capovolge Con seste ardite il pelago e la terra. Qual di Pallade l'arti e de le Muse
Giudica e libra; qual ne scopre acuto L'alte cagioni; e i gran principj abbatte Cui creò la natura, e che tiranni Sopra il senso de gli uomini regnàro
Gran tempo in Grecia, e nel paese Tosco Rinacquer poi più poderosi e forti. Cotanto adunque di saper fia dato A nobil capo? Oh letti oh specchi oh mense
Oh corsi oh scene oh feudi oh sangue oh avi Che per voi non s'apprende? Or tu signore Co' voli arditi del felice ingegno Sovra ognaltro t'innalza. Il campo è questo
Ove splender più dei. Nulla scienza, Sia quant'esser mai puote arcana o grande, Ti spaventi giammai. Se cosa udisti O leggesti al mattino onde tu deggia
Gloria sperar; qual cacciator che segue Circuendo la fera, e sì la guida E volge di lontan che a poco a poco A le insidie s'accosta e dentro piomba,
Tal tu il sermone altrui volgi sagace Fin che là cada ove spiegar ti giove Il tuo novo tesoro. E se pur ieri Scesa in Italia pellegrina forma
Del parlar t'è già nota, allor tu studia Materia espor che favellando ammetta La nova gemma; e poi che il punto hai colto, Ratto la scopri; e sfolgorando abbaglia
Qual altra è mente che superba andasse Di squisita eloquenza a i gran convivj. In simil guisa il favoloso mago, Che fe' gran tempo desiar l'amante
All'animosa vergin di Dordona, Da i cavalier che l'assalìen bizzarri Oprar lasciava ogni lor possa ed arte; Poi ecco in mezzo a la terribil pugna
Strappava il velo a lo incantato scudo; E quei sorpresi dal bagliore immenso Ciechi spingeva e soggiogati a terra. Talor di Zoroastro o d'Archimede
Discepol sederà teco a la mensa. Tu a lui ti volgi, seco lui ragiona, Suo linguaggio ne apprendi; e quello poi Qual se innato a te fosse alto ripeti.
Nè paventar quel che l'antica fama Narra de' lor compagni. Oggi la diva Urania il crin compose; e gl'irti alunni Smarriti vergognosi balbettanti
Trasse da le lor cave, ove già tempo Col profondo silenzio e con la notte Tenean consiglio: e le servili braccia Fornìen di leve onnipotenti, ond'alto
Salisser poi piramidi obelischi Ad eternar de' popoli superbi I gravi casi: o pur con feri dicchi Stavan contra i gran letti: o di pignone
Audace armati, spaventosamente Cozzavan con la piena, e giù a traverso Spezzate rovesciate dissipavano Le tetre corna: decima fatica
D'Ercole invitto. Ora i selvaggi amici Urania ingentilì. Baldi e leggiadri Nel gran mondo li guida, o tra il clamore De' frequenti convivi, o pur tra i vezzi
De' gabinetti; ove a la docil dama E al caro cavalier mostran qual via Venere tenga, e in quante forme o quali Suo volto lucidissimo si cangi.
Nè del poeta temerai che beffi Con satira indiscreta i detti tuoi; O che a maligne risa esponer osi Tuo talento immortale. All'alta mensa
Voi lo innalzaste; e tra la vostra luce Beato l'avvolgeste; e de le Muse A dispetto e d'Apollo al sacro coro L'ascriveste de' vati. Ei de la mensa
Fece il suo Pindo: e guai a lui se quindi Le dee sdegnate giù precipitando Con le forchette il cacciano. Meschino! Più non poria su le dolenti membra
Del suo infermo signor chiedere aita Da la buona Salute; o con alate Odi ringraziar, nè tesser inni Al barbato figliuol di Febo intonso.
Più del giorno natale i chiari albori Salutar non potrebbe; e l'auree frecce Nomi-sempiternanti all'arco imporre. Non più gli urti festevoli, o sul naso
L'elegante scoccar d'illustri dita Fora dato sperare. A lui tu dunque Non disdegna o signor volger talora Tu' amabil voce; a lui tu canta i versi
Del delicato cortigian d'Augusto, O di quel che tra Venere e Lièo Pinse Trimalcion: la Moda impone Ch'Arbitro o Flacco a i begli spirti ingombri
Spesso le tasche. Oh come il vate amico Te udrà meravigliando il sermon prisco O sciogliere o frenar qual più ti piace! E per la sua faretra e per li cento
Destrier focosi che in Arcadia pasce Ti giurerà che di Donato al paro Il difficil sermone intendi e gusti! E questo ancor di rammentar fia tempo
I novi Sofi che la Gallia o l'Alpe Ammirando persegue; e dir qual arse De' volumi infelici, o andò macchiato D'infame nota; e quale asilo appresti
Filosofia al morbido Aristippo Del secol nostro, e qual ne appresti al novo Diogene dell'auro sprezzatore E della opinione de' mortali.
Lor famosi volumi, o a te discesi Per calle obliquo e compri a gran tesoro, O da cortese man prestati, fièno Lungo ornamento a lo tuo speglio innante.
Poi che brevi gli avrai scorsi momenti Ornandoti o a la man garrendo indotta Del parrucchier; poi che t'avran più notti Conciliato il facil sonno, al fine
Anco a lo speglio passeran di lei, Che comuni ha con te studj e licèo, Ove togato in cattedra elegante Siede interprete Amore. Or fia la mensa
Il favorevol loco, onde al sol esca De' brevi studj il glorioso frutto. Chi por freni oserà d'inclita stirpe All'animo a la mente? Il vulgo tema
Oltre natura: e quei cui dona il vulgo Titol di saggio mediti romito Il ver celato; e al fin cada adorando La sacra nebbia che lo avvolge intorno.
Ma tu come sublime aquila vola Dietro a i sofi novelli. Alto dia plauso Tutta la mensa al tuo poggiare audace. Te con lo sguardo e con l'orecchio beva
La dama da le tue labbra rapita: Con cenno approvator vezzosa il capo Pieghi sovente: e il calcolo e la massa E la inversa ragion sonino ancora
Su la bocca amorosa. Or più non odia De le scole il sermone Amor maestro: E l'accademia e i portici passeggia De' filosofi al fianco; e con la molle
Mano accarezza le cadenti barbe. Ma guardati o signor guardati oh dio Dal tossico mortal che fuora esala Da i volumi famosi: e occulto poi
Sa per le luci penetrato all'alma Gir serpendo ne' cori; e con fallace Lusinghevole stil corromper tenta Il generoso de le stirpi orgoglio,
Che ti scevra dal vulgo. Udrai da quelli Che ciascun de' viventi all'altro è pari; E caro a la natura e caro al cielo È non manco di te colui che regge
I tuoi destrieri e quel ch'ara i tuoi campi; E che la tua pietade o il tuo rispetto Devrien fino a costor scender vilmente. Folli sogni d'infermo! Intatti lascia
Così strani consigli: e solo attigni Ciò che la dolce voluttà rinfranca, Ciò che scioglie i desiri e ciò che nudre La libertà magnanima. Tu questo
Reca solo a la mensa; e sol da questo Plauso cerca ed onor: così dell'api L'industrioso popolo ronzando Gira di fiore in fior di prato in prato;
E i dissimili sughi raccogliendo Tesoreggia nell'arnie: un giorno poi Ne van colme le pàtere dorate Sopra l'ara de' numi; e d'ogni lato
Ribocca la fragrante alma dolcezza. Or versa pur dall'odorato grembo I tuoi doni o Pomona; e l'ampie colma Tazze che d'oro e di color diversi
Fregia il Sassone industre. E tu da i greggi Rustica Pale coronata vieni Di melissa olezzante o di ginebro; E co' lavori tuoi di presso latte
Declina vergognando a chi ti chiede; Ma deporli non osa. In su la mensa Porien deposti le celesti nari Pungere ahi troppo; e con ignobil senso
Gli stomachi agitar: soli torreggino Sul ripiegato lino in varia forma I latti tuoi cui di serbato verno Assodarono i sali, e fecer atti
A dilettar con subito rigore Di convitato cavalier le labbra. Tu signor che farai poi che la dama Con la mano e col piè lieve puntando
Move in giro i begli occhi; e altrui dà cenno Che di sorger è tempo? In piè d'un salto Balza primo di tutti; a lei soccorri, La seggiola rimovi, la man porgi,
Guidala in altra stanza, e più non soffri Che lo stagnante de le dapi odore Il celabro le offenda. Ivi con gli altri Gratissimo vapor la invita, ond'empie
L'aere il caffè, che preparato fuma In tavola minor, cui vela ed orna Indica tela. Ridolente gomma Quinci arde in tanto, e va lustrando e purga
L'aere profano, e fuor caccia de' cibi Le volanti reliquie. Egri mortali, Che la miseria e la fidanza un giorno Sul meriggio guidàro a queste porte
Tumultuosa ignuda atroce folla Di tronche membra e di squallide facce E di bare e di grucce, or via da lunge Vi confortate; e per le alzate nari
Del divin prandio il nettare beete, Che favorevol aura a voi conduce: Ma non osate i limitari illustri Assediar, fastidioso offrendo
Spettacolo di mali a i nostri eroi. E a te nobil garzon la tazza in tanto Apprestar converrà, che i lenti sorsi Ministri poi de la tua bella a i labbri
E memore avvertir s'ella più goda, O sobria o liberal temprar col dolce La bollente bevanda: o se più forse L'ami così come sorbir la gode
Barbara sposa, allor che molle assisa Ne' broccati di Persia al suo signore Con le dita pieghevoli il selvoso Mento vezzeggia; e la svelata fronte
Alzando il guarda; e quelli sguardi han possa Di far che a poco a poco di man cada Al suo signore la fumante canna. Mentre i labbri e la man v'occupa e scalda
L'odoroso licor, sublimi cose Macchinerà tua infaticabil mente. Quale oggi coppia di corsier de' il carro Condur de la tua bella; o l'alte moli
Che per le fredde piagge educa il Cimbro; O quei che abbeverò la Drava; o quelli Che a le vigili guardie un dì fuggìro De la stirpe Campana: oggi qual meglio
Si convegna ornamento a i dorsi alteri; Se semplici e negletti, o se pomposi Di ricche nappe e variate stringhe Andran su l'alto collo i crin volando,
E sotto a cuoi vermigli e ad auree fibbie Ondeggeranno li ritondi fianchi. Quale oggi cocchio trionfanti al corso Vi porterà; se quel cui l'oro copre
Fulgido al sole; e de' vostr'alti aspetti Per cristallo settemplice concede Al popolo bearsi; o quel, che tutto Caliginoso e tristo e a la marmorea
Tomba simìl che de' vostr'avi chiude I cadaveri eccelsi, ammette a pena Cupido sguardo altrui. Cotanta mole Di cose a un tempo sol nell'alto ingegno
Tu verserai; poi col supremo auriga Arduo consiglio ne terrai; non senza Qualche lieve garrir con la tua dama. Servi l'auriga ogni tua legge: e in tanto
Altra cura subentri. Or mira i prodi Compagni tuoi che, ministrato a pena Dolce conforto di vivande a i membri, Già scelto il campo, e già distinti in bande
Preparansi giocando a fieri assalti. Così a queste, o signore, illustre inganno Ore lente si faccia. E s'altri ancora Vuole Amor che s'inganni; altronde pugni
La turba convitata; e tu da un lato Sol con la dama tua quel gioco eleggi, Che due sol tanto a un tavoliere ammetta. Già per ninfa gentil tacito ardea
D'insoffribile ardor misero amante, Cui null'altra eloquenza usar con lei Fuor che quella de gli occhi era concesso: Poi che il rozzo marito ad Argo eguale
Vigilava mai sempre; e quasi biscia Ora piegando or allungando il collo Ad ogni verbo con gli orecchi acuti Era presente. Oimè, come con cenni
O con notate tavole giammai O con servi sedotti a la sua bella Chieder pace ed aita? Ogni d'Amore Stratagemma finissimo vincea
La gelosia del rustico marito. Che più lice sperare? Al tempio ei viene Del nume accorto che le serpi annoda All'aurea verga, e il capo e le calcagna
D'ali fornisce. A lui si prostra umìle; E in questi detti lagrimando il prega. “O propizio a gli amanti, o buon figliuolo De la candida Maia, o tu che d'Argo
Deludesti i cent'occhi, e a lui rapisti La guardata giovenca, i preghi accogli D'un amante infelice; e a lui concedi Se non gli occhi ingannar, gli orecchi almeno
D'importuno marito”. Ecco si scote Il divin simulacro, a lui s'inchina, Con la verga pacifica la fronte Gli percote tre volte: e il lieto amante
Sente dettarsi ne la mente un gioco, Che i mariti assordisce. A lui diresti Che l'ali del suo piè concesse ancora Il supplicato dio, cotanto ei vola
Velocissimamente a la sua donna. Là bipartita tavola prepara, Ov'èbano ed avorio intarsiati Regnan sul piano, e partono alternando
In due volte sei case ambe le sponde. Quindici nere d'èbano rotelle E d'avorio bianchissimo altrettante Stan divise in due parti; e moto e norma
Da duo dadi gittati attendon, pronte Gli spazj ad occupar, e quinci e quindi Pugnar contrarie. Oh cara a la fortuna Quella che corre innanzi all'altre; e seco
Trae la compagna, onde il nemico assalto Forte sostenga! Oh giocator felice Chi pria l'estrema casa occupa; e l'altro De gli spazj a sè dati ordin riempie
Con doppio segno! Ei trionfante allora Da la falange il suo rival combatte; E in proprio ben rivolge i colpi ostili. Al tavolier s'assidono ambidue
L'amante cupidissimo e la ninfa. Quella una sponda ingombra e questi l'altra. Il marito col gomito s'appoggia All'un de' lati; ambo gli orecchi tende;
E sotto al tavolier di quando in quando Guata con gli occhi. Or l'agitar de i dadi Entro a sonanti bòssoli comincia, Ora il picchiar de' bòssoli sul piano,
Ora il vibrar lo sparpagliar l'urtare Il cozzar de i duo dadi, or de le mosse Rotelle il martellar. Torcesi e freme Sbalordito il geloso: a fuggir pensa,
Ma rattienlo il sospetto. Il fragor cresce Il rombazzo il frastono il rovinio: Ei più regger non puote, in piedi balza, E con ambe le man tura gli orecchi.
Tu vincesti o Mercurio. Il cauto amante Poco disse: e la bella intese assai. Tal ne la ferrea età, quando gli sposi Folle superstizion chiamava allarme
Giocato fu. Ma poi che l'aureo venne Secol di novo; e che del prisco errore Si spogliàro i mariti, al sol diletto La dama e il cavalier volsero il gioco
Che la necessità trovato avea. Fu superfluo il romor: di molle panno La tavola vestissi e de' patenti Bòssoli il sen: lo schiamazzio molesto
Tal rintuzzossi: e durò al gioco il nome, Che ancor l'antico strepito dinota.
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