Oh corteccia possente, oh raro dono
Che, per uman conforto,
Fin dal regno degl'Inchi il mar traduce,
Poi che fu tua mercè, se or salvo io sono,
A te fervida luce
D'eterni carmi debitore apporto;
Sì che in Parnaso a gloria tua si veggia
Quanto a me sii più cara
Di questa fronda avara
Che le mie tempie inutilmente ombreggia.
Lasso! fra pochi giorni interno foco
Di febbre contumace
Erasi ancor ne le mie vene accenso.
E ben che un dì parea lenisse un poco
Quell'empio ardore intenso,
Ah l'altro, ahimè, quanto venia più audace!
Così tiranno a cui fierezza è scudo
Sa incrudelir più lento
Coll'industre tormento
Onde al confronto poi torni più crudo.
Ma tu per me fosti l'eroe che vola
In soccorso de' buoni,
Seco traendo insuperabil forza:
E tra il popol che piagne e si consola,
Corre a la reggia, sforza
Le ferree porte; e in fra le grida e i suoni
Entra, e col ferro minacciando stride,
E la truce coorte
E i ministri di morte,
E il fier tiranno in un momento uccide.
Tal tu venisti: e in un balen sen giacque
Dal valor che t'inspira
La mia febbre tiranna oppressa e spenta.
Dolce riposo che nel sen mi nacque
Calmò la víolenta
Turba de' nervi, e i fieri moti e l'ira...