Spesso de' malinconici sapienti Mi risi entro al mio core, Duchessa, allor ch'io li vedea pensosi, E con ciglia dolenti
Incrociando le palme accusar l'ore De' nostr'anni affannosi E gridar: nessun ben sperar non osi Qualunque è nato ad abitar quest'orbe
Che da' mondi migliori Cure affanni e dolori, Quasi sentina universale, assorbe; E in cui solo al meschin uom la sventura
Del nascere al morir la via misura. Folli che da se stessi a sé formàro Durevole tormento, E i pasciuti di duol tetri e ferali
Occhi mai non alzàro In viso a la speranza un sol momento Che con verdissim'ali Venìa da lunge diradando i mali.
Anzi mirando ognor veste e divisa Mutarsi all'emisfero E a gli uomini pensiero E voglie a gli animai, sol essi, in guisa
D'eneo colosso, stabile a pena Piantàr nel mezzo a sì volubil scena. Qualor vid'io la dura alpina vetta Bianca d'orribil gelo
Assiderar lo spettator lontano Dissi a me stesso: aspetta E vedrai tosto al più tiepido cielo Sciolto di mano in mano
Scender quel freddo smalto all'oceano; E qualor vidi spaventose nubi Torne improvviso il giorno E folgorando intorno
Ir minacciando grandine che rubi Il rustico sudor, mi confortai Dicendo: il sol, non andrà molto, avrai. Chi osato avrebbe in que' sì neri giorni
Ch'ora spargi d'obblìo A te predir, Duchessa, ora più lieta E dir: fia che ritorni Pace al tuo core; e dominar men rio
Vedremo un dì pianeta Sul viver tuo c'ha il disperar per meta? Io sì lieti presagi avea per certo Formati entro al mio seno;
E tempo più sereno Scorgea per entro all'avvenire aperto, Non già qual Febo all'ebbra mente nostra, Ma qual ragione a' suoi seguaci il mostra.
Come fermo e costante incontro a gli urti Di fortuna rubella Lungamente reggesti il petto e l'alma? Con quai nobili furti
Togliesti a gli occhi altrui la procella, E mostrasti la calma, Doppia ottenendo dal combatter palma? E la virtude istessa il tuo mal fea
A te gustar più lento, E dell'eremo tormento Nessuno a parte col tuo cor volea: Però che le tue pene e i danni tui
Le parean minor mal che l'onta altrui...
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