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1729–1799

A SILVIA

Giuseppe Parini

Perchè al bel petto e all'omero Con subita vicenda Perchè, mia Silvia ingenua, Togli l'Indica benda,

Che intorno al petto e all'omero, Anzi a la gola e al mento Sorgea pur or, qual tumida Vela nel mare al vento?

Forse spirar di zefiro Senti la tiepid'ora? Ma nel giocondo ariete Non venne il sole ancora.

Ecco di neve insolita Bianco l'ispido verno Par che, sebben decrepito, Voglia serbarsi eterno.

M'inganno? O il docil animo Già de' feminei riti Cede al potente imperio: E l'altre belle imiti?

Qual nome o il caso o il genio Al novo culto impose, Che sì dannosa copia Svela di gigli e rose?

Che fia? Tu arrossi? E dubia, Col guardo al suol dimesso, Non so qual detto mormori Mal da le labbra espresso?

Parla. Ma intesi. Oh barbaro! Oh nato da le dure Selci chiunque togliere Da scellerata scure

Osò quel nome, infamia Del secolo spietato; E diè funesti augurii Al femminile ornato;

E con le truci Eumenidi Le care Grazie avvinse; E di crudele immagine La tua bellezza tinse!

Lascia, mia Silvia ingenua, Lascia cotanto orrore All'altre belle, stupide E di mente e di core.

Ahi, da lontana origine, Che occultamente noce, Anco la molle giovane Può divenir feroce.

Sai de le donne esimie, Onde sì chiara ottenne Gloria l'antico Tevere, Silvia, sai tu che avvenne;

Poi che la spola e il Frigio Ago e gli studj cari Mal si recàro a tedio E i pudibondi Lari;

E con baldanza improvvida, Contro a gli esempi primi, Ad ammirar convennero I saltatori e i mimi?

Pria tolleraron facili I nomi di Terèo E de la maga Colchica E del nefario Atrèo.

Ambìto poi spettacolo A i loro immoti cigli Fur ne le orrende favole I trucidati figli.

Quindi, perversa l'indole, E fatto il cor più fiero, Dal finto duol, già sazie, Corser sfrenate al vero.

E là dove di Libia Le belve in guerra oscena Empièan d'urla e di fremito E di sangue l'arena,

Potè all'alte patrizie Come a la plebe oscura Giocoso dar solletico La soffrente natura.

Che più? Baccanti, e cupide D'abbominando aspetto, Sol dall'uman pericolo Acuto ebber diletto:

E da i gradi e da i circoli Co' moti e con le voci, Di già maschili, applausero A i duellanti atroci:

Creando a sè delizia E de le membra sparte, E de gli estremi aneliti, E del morir con arte.

Copri, mia Silvia ingenua, Copri le luci; et odi Come tutti passarono Licenziose i modi.

Il gladiator, terribile Nel guardo e nel sembiante, Spesso fra i chiusi talami Fu ricercato amante.

Così, poi che da gli animi Ogni pudor disciolse, Vigor da la libidine La crudeltà raccolse.

Indi a i veleni taciti Si preparò la mano: Indi le madri ardirono Di concepire in vano.

Tal da lene principio In fatali rovine Cadde il valor la gloria De le donne Latine.

Fuggi, mia Silvia ingenua, Quel nome e quelle forme, Che petulante indizio Son di misfatto enorme.

Non obliar le origini De la licenza antica. Pensaci: e serba il titolo D'umana e di pudica.

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