Come colui che naviga a seconda per correnti di rapide fiumane, che star gli sembra immobile, e la sponda fuggire e i monti e le selve lontane;
così l'ingegno mio varca per l'onda precipitosa delle sorti umane: e mentre a lui dell'universa vita passa dinanzi la scena infinita,
muto e percosso di stupor rimane. E di sordo tumulto affaticarme le posse arcane dell'anima sento; e guardo, e penso, e comprender non parme
la vista che si svolve all'occhio intento; e non ho spirto di sì pieno carme che in me risponda a quel fiero concento: così rapito in mezzo al moto e al suono
delle cose, vaneggio e m'abbandono, come la foglia che mulina il vento. Ma quando poi remoto dalla gente, opra pensando di sottil lavoro,
nelle dolci fatiche della mente al travaglio del cor cerco ristoro; ecco assalirmi tutte di repente, come d'insetti un nuvolo sonoro,
le rimembranze delle cose andate; e larve orrende di scherno atteggiate azzuffarsi con meco ed io con loro. Così tornata alla solinga stanza
la vaga giovinetta, in cui l'acuta ebrietà del suono e della danza né stanchezza né sonno non attuta, il fragor della festa e l'esultanza
le romba intorno ancor per l'aria muta; e il senso impresso de' cari sembianti e de' lumi e de' vortici festanti in faticosa vision si muta.
Come persona a cui ratto balena sùbita cosa che d'obliar teme, così la penna afferro in quella piena del caldo immaginar che dentro freme;
ma se sgorgando di difficil vena la parola e il pensier pugnano insieme, io, di me stesso diffidando, poso dal metro audace, e rimango pensoso,
e l'angoscia d'un dubbio in cor mi geme. Dunque su questo mare a cui ti fide pericolando con sì poca vela, il nembo sempre e la procella stride
e de' sommersi il pianto e la querela? E mai non posa l'onda, e mai non ride l'aere, e il sol di perpetue ombre si vela? Di questa ardita e travagliata polve
che teco spira e a Dio teco si volve altro che vizio a te non si rivela? E chi sei tu che il libero flagello ruoti, accennando duramente il vero,
e che parco di lode al buono e al bello amaro carme intuoni a vitupèro? Cogliesti tu, seguendo il tuo modello, il segreto dell'arte e il ministero?
Diradicasti da te stesso in pria e la vana superbia e la follia, tu che rampogni e altrui mostri il sentiero? Allor di duol compunto, sospirando,
de' miei pensieri il freno a me raccolgo; e ripetendo il dove, il come, il quando, la breve istoria mia volgo e rivolgo. Ahi del passato l'orme ricalcando
di mille spine un fior misero colgo! Sdegnoso dell'error, d'error macchiato or mi sento co' pochi alto levato, ora giù caddi e vaneggiai col volgo.
Misero sdegno, che mi spiri solo, di te si stanca e si rattrista il core! O farfalletta che rallegri il volo, posandoti per via di fiore in fiore,
e tu che sempre vai, mesto usignolo, di bosco in bosco cantando d'amore, delle vostre dolcezze al paragone, in quanta guerra di pensier mi pone
questo che par sorriso ed è dolore! Oltre la nube che mi cerchia e in seno agita i venti e i fulmini dell'ira, a più largo orizzonte, a più sereno
cielo, a più lieto vol l'anima aspira; ove congiunti con libero freno i forti canti alla pietosa lira, di feconda armonia l'etere suoni,
e sian gl'inni di lode acuti sproni alla virtù che tanto si sospira. O Gino mio, se a te questo segreto conflitto della mente io non celai,
quando accusar del canto o mesto o lieto in me la nota o la cagione udrai; narra quel forte palpito inquieto, tu che in altrui l'intendi e in te lo sai,
di quei che acceso alla beltà del vero un raggio se ne sente nel pensiero, e ognor lo segue e non lo giunge mai. E anch'io quell'ardua immagine dell'arte
che al genio è donna e figlia è di natura, e in parte ha forma dalla madre, in parte di più alto esemplar rende figura; come l'amante che non si diparte
da quella che d'amor più l'assecura, vagheggio, inteso a migliorar me stesso e d'innovarmi nel pudico amplesso la trepida speranza ancor mi dura.
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