Prego Vostra Eccellenza
di darmi un passaporto:
questa vita da morto
vince la sofferenza;
per vita voglio dire
la piana e l'usuale,
e non quell'altra tale
che non lascia dormire.
Il nostro è un bel paese,
ma, a dirla, m'ha seccato;
più d'uno che c'è nato,
vede, ci fa l'inglese:
e anch'io delle freddure
di noi penisolani,
oramai, creda pure,
me ne lavo le mani.
Io non viaggio mica
per il minimo scopo;
non vo' pensare al dopo,
non vo' durar fatica.
Quel che vuol nascer nasca;
andrò dove mi porta
il vapore e la tasca,
sempre per la più corta.
Di Storia, di Bell'Arti
n'ho troppo a casa mia;
vado, per andar via,
e per provare i sarti.
Così batto la piana,
e mi levo d'impegno:
eh lo so, coll'ingegno
s'impazza alla Dogana.
Con questi sentimenti,
che dice? spererei
veder arcicontenti
tutti de' fatti miei.
Ma già del mio Governo
son nato, mi conservo,
e viverò in eterno
umilissimo servo.
A volte, sento dire,
scusi, che dànno il foglio
per beccar quelle lire;
ma sotto c'è l'imbroglio
d'un rabesco segreto,
che scopre ai letterati
del birresco alfabeto
i sani e gl'impestati.
Per girar spensierati
di città in città,
e da Erode a Pilato
senza difficoltà,
(se di parer son degno
ferro di polizia)
la mi ci metta un segno
che significhi spia.