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1809–1850

PRETERITO PIÙ CHE PERFETTO DEL VERBO «PENSARE»

Giuseppe Giusti

Il mondo pèggiora (gridan parecchi), il mondo pèggiora: i nostri vecchi,

di rispettabile, d'aurea memoria, quelli eran uomini! Dio gli abbia in gloria.

È vero: i posteri troppo arroganti, per questa furia d'andare avanti,

all'uman genere ruppero il sonno, e profanarono l'idee del nonno.

In illo tempore, quando i mortali se la dormivano fra due guanciali;

quand'era cànone di galateo nihil de principe, parum de Deo;

oh età pacifiche, oh benedette! Non c'impestavano libri e gazzette;

toccava all'Indice a dire: Io penso; non era in auge questo buon senso,

questi filosofi guastamestieri, che i dotti ficcano tra i cavalieri.

Pare impossibile! la croce è offesa perfin su gli abiti! (pazienza in chiesa!)

E prima i popoli sopra un occhiello ci si sciupavano proprio il cappello.

Per questo canchero dell'uguaglianza non v'era requie né tolleranza;

non era un martire ogni armeggione dato al patibolo per la ragione.

Tutti serbavano la trippa ai fichi: oh venerabili sistemi antichi!

Per viver liberi buscar la morte? è meglio in gabbia, e andare a Corte.

Là, servo e suddito di regio fasto, leccava il nobile cavezza e basto;

e poi dell'aulica frusta prendea la sua rivincita sulla livrea.

Ma colle borie repubblicane non domi un asino neppur col pane,

e in oggi, a titolo di galantuomo, anco lo sguattero pretende a omo.

Prima, trattandosi d'illustri razze, a onore e gloria delle ragazze,

le mamme pratiche e tutte zelo, voleano il genero con il trapelo.

Del matrimonio finiti i pesi nel primo incomodo di nove mesi,

si rimettevano mogli e mariti l'uggia reciproca di star cuciti:

e l'Orco, e i magici sogni ai bambini, eran gli articoli del Lambruschini.

Oggi si predica e si ripiglia la santimonia della famiglia.

I figli, dicono, non basta farli; v'è la seccaggine dell'educarli.

E in casa il tenero babbo tappato cova gli scrupoli del proprio stato;

e le Penelopi nuove d'Italia, la bega arcadica di far la balia.

Oh tempi barbari! nessun più stima quel vero merito di nascer prima,

dolce solletico di un padre al core: ah l'amor proprio è il vero amore!

Tu, tu, santissimo fide–commesso, da questi vandali distrutto adesso,

nel primogenito serbasti unito l'onor blasonico, il censo avito,

e in retta linea d'età in età ereditaria l'asinità.

Ora alla libera vede un signore potarsi l'albero dal creditore:

l'usura, il codice, ne róse i frutti; il messo e l'èstimo pareggia tutti:

chi non sa leggere si chiama un ciuco, e inciampi cattedre per ogni buco.

Per gl'illustrissimi, funi e galere un giorno c'erano per darla a bere;

ma in questo secolo di confusione si pianta in carcere anco un Barone;

e s'aboliscono senza giudizio la corda, il boia, e il Sant'Uffizio.

Il vecchio all'ultimo, saldando ai frati quel po' di debito de' suoi peccati,

i figli poveri lasciava, e pio mettea le rendite in man di Dio.

Oggi ripiantano l'a ufo in Cielo, e a' pescivendoli torna il Vangelo.

E se il Pontefice fu Roma e Toma, or non dev'essere nemmanco Roma;

e si scavizzola, si stilla tanto, che adesso un chimico rovina un Santo.

Prima il battesimo ci dava i re, in oggi il popolo gli unge da sé;

e se pretendono far da padrone colle teoriche del re leone,

te li rimandano quasi per ladri: beata l'epoca dei nostri padri!

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