V'è tal che mentre canti, e in bella guisa lodi e monete accatastando vai, rammenta i dolci, che non tornan mai, tempi di Pisa.
Quando di notte per la via maestra, il duo teco vociando e la romanza, prendea diletto di chiamar la ganza alla finestra;
e a lui gli amici concedeano vanto di ben temprato orecchio all'armonia e dalla gola giovinetta uscìa facile il canto.
Pazzo, che almanaccò per farsi nome con un libraccio polveroso e vieto, lasciando per il suon dell'alfabeto crome e biscrome!
Or tu Mida doventi in una notte; e via portato da veloce ruota, sorridi a lui che lascia nella mota le scarpe rotte:
ed ei lieto risponde al tuo sorriso, e l'antica amistà sente nel seno, che a te lo ravvicina, a te che almeno lo guardi in viso.
Vedi? passa e calpesta il galateo Lindoro, amor d'inverniciate dame, e d'elegante anonimo bestiame tisico Orfeo.
Eccolo; ognun si scansa, ognun trattiene l'alito, e schianta ansando dalla tosse; e creste all'aria e seggiole commosse... Ei viene, ei viene.
Svenevole s'inoltra e sdolcinato; gira, ciarla, s'inchina, e l'occhio pesto languidamente volge, e fa il modesto e lo svogliato.
Pregato e ripregato, ecco sorride in atto di far grazia ai supplicanti; i baffi arriccia in su, si tira i guanti e poi si asside.
La giovinetta convulsa e sbiadita très–bien gorgoglia con squarrata voce, mentr'ei tartassa il cembalo, e veloce mena le dita;
e nelle orecchie imbriacate muore semifrancese lambiccato gergo di frollo Adon, che le improvvisa a tergo frizzi d'amore.
Piange intanto il filosofo imbecille, e dietro l'arte tua chiama sprecato l'oro, che può lo stomaco aggrinzato spianare a mille:
piange di Romagnosi, che coll'ale dell'alto ingegno a tanti andò di sopra, e i giorni estremi sostentò coll'opra d'un manovale.
Pianto sguaiato, che del mondo vecchio in noi l'uggia trapianta e il malumore! Purché la pancia il cuoco, ed un tenore c'empia l'orecchio.
Che importa a noi del nobile intelletto, che per l'utile nostro anela e stenta, del poeta che bela e ci sgomenta con un sonetto?
Dell'ugola il tesoro e dei registri di noi stuccati gli sbadigli appaga: torni Dante, tre paoli; a te, la paga di sei ministri.
Signor! Tu che alla pecora tosata volgi in aprile il mese di gennaio, e secondo il mantel tarpi a rovaio l'ala gelata,
salva l'educatrice arte del canto; a te gridano i palchi e la platea: Miserere, Signor, d'una trachea che costa tanto.
Anzi del cranio rattrappiti e monchi gli organi lascia che non dànno pane, e la poca virtù che vi rimane cali ne' bronchi.
S'usa educar, lo so; ma è pur corbello, bimbi, chi spende per tenervi a scuola! gola e orecchi ci vuole, orecchi e gola: peste al cervello!
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