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1809–1850

PER IL PRIMO CONGRESSO DEI DOTTI TENUTO IN PISA NEL 1839

Giuseppe Giusti

Di sì nobile Congresso si rallegra con se stesso tutto l'uman genere. Trai potenti della penna

non si tratta, come a Vienna, d'allottare i popoli. E per questo un tirannetto da quattordici al duetto

grida: — Oh che spropositi! Questo principe toscano, per tedesco e per sovrano, ciurla un po' nel manico.

Lasciar fare a chi fa bene? Ma badate se conviene! via, non è da principe. Inter nos, la tolleranza

è una vera sconcordanza, cosa che dà scandalo. Non siam re mica in Siberia: Dio 'l volesse! Oh che miseria

cavalcar l'Italia! Qui, nell'aria, nel terreno, chi lo sa? c'è del veleno: buscherato il genio!

Un'Altezza di talento questo bel ragionamento faccia a se medesimo: se la stessa teoria

segue, salvo l'eresia, il morale e il fisico; anco il lume di ragione, per virtù di riflessione,

cresce e si moltiplica. E siccome a chi governa è nemica la lanterna che portò Diogene,

dal mio Stato felicissimo (che per grazia dell'Altissimo serbo nelle tenebre) imporrò con un decreto

che chi puzza d'alfabeto torni indietro subito; e proseguano il viaggio, purché paghino il pedaggio,

solamente gli asini. Ma quel matto di Granduca di tener la gente ciuca non conosce il bandolo.

Qualche birba lo consiglia, o il mestare è di famiglia vizio ereditario. Guardi me, che so il mestiere,

e che faccio il mio dovere propagando gli ebeti. Per antidoto al progresso, al mio popolo ho concesso

di non saper leggere. Educato all'ignoranza, serva, paghi, e me n'avanza: regnerò con comodo.

Sì, son Vandalo d'origine, e proteggo la caligine, e rinculo il secolo. Maledetto l'Ateneo,

che festeggia il Galileo, benedetto l'Indice.

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