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1809–1850

PARTE TERZA

Giuseppe Giusti

Ad una tisica larva sdentata, ritinto giovane di vecchia data,

che stava in bilico biasciando in mezzo, di quel miscuglio mostrai ribrezzo.

Oggi che a miseri nomi ha giovato la trascuraggine del tempo andato,

e si perpetua ogni genia per gran delirio d'epigrafia;

mi scusi l'epoca se anch'io m'induco al panegirico di questo ciuco.

Nacque anno domini ricco e quartato; morto di noia dov'era nato,

per controstimolo corse oltremonte: di là, versatile camaleonte,

tornò, mirabile di pellegrini colori, e al solito finì i quattrini.

E adesso ai tartari Cresi cucito, ombra patrizia tutta appetito,

ripappa gli utili nel piatto altrui del patrimonio pappato a lui.

Costui negli abiti strizzato e monco, si stira, s'agita, si volta in tronco:

e con ironica grazia scortese, nel suo frasario mezzo francese,

disse: — Eh goffaggini! State a vedere, e divertitevi: col forestiere

che spende, e in seguito ci rece addosso, bisogna mungere e bever grosso.

Po' poi, le nenie messe da banda, cos'è l'Italia? è una locanda.

L'oste non s'occupa di far confronti; i galantuomini gli tasta ai conti:

e fama, credito, onore, insomma, son cose elastiche come la gomma.

Certo, le topiche zucche alla grossa, col mal di patria fitto nell'ossa;

un malinconico, legato al fare e alla grammatica della comare,

vi cita il genio, l'arti, la storia... Tutti cadaveri buona memoria.

Io tiro all'ostriche, né mi confondo. Sapete il conio che corre al mondo?

Franchezza, spirito, e tirar via: il resto, è classica pedanteria. —

Io, che spessissimo mi fo melare per vizio inutile di predicare,

punto nel tenero, risposi: — È vero, questo è l'ergastolo del globo intero.

Se togli un numero di pochi onesti che vanno e vengono senza pretesti,

nella penisola tira a sboccare continuo vomito d'alpe e di mare.

Piòvono e comprano gli ossequi istessi banditi anonimi, serve e re smessi;

a cui confondersi col canagliume non è che un cambio di sudiciume.

A questa laida orda e marame di conti aerei, d'ambigue dame

irte d'esotica prosopopea, noi vili e stupidi facciam platea:

e un nome vandalo in offe e in iffe, ci compra l'anima con un rosbiffe —.

— Eh via, son fisime di testa astratta, — riprese il martire della cravatta:

son frasi itteriche del pregiudizio: bella! ha gli scrupoli! Oh! addio, novizio —.

E presa l'aria dell'uomo avvezzo, andette a bevere tutto d'un pezzo.

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