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1809–1850

PARTE SECONDA

Giuseppe Giusti

Partì l'ultimo lo sposo, sopraffatto dal pasticcio e dall'obbligo schifoso di legarsi a quel rosticcio.

Con quest'osso per la gola si ficcò tra le lenzuola. Chiuse gli occhi, e gli parea d'esser solo allo scoperto;

e un grand'albero vedea elevarsi in un deserto; un grand'albero, di fusto antichissimo e robusto.

Giù dagl'infimi legami fino al mezzo della fronda spicca in alto, stende i rami e di frutti si feconda,

che, di verdi, a poco a poco s'incolorano di croco. Un gran nuvolo d'uccelli, di lumache e di ronzoni,

si pascevano di quelli e beccavano i più buoni; tanto che l'albero perde l'ubertà del primo verde.

Ma dal mezzo alla suprema vetta in tutto si dispoglia, e su su langue, si scema d'ogni frutto e d'ogni foglia,

e finisce in nudi stecchi come pianta che si secchi. Mentre tutto s'ammirava nelle fronde il signorotto,

e il confronto almanaccava del disopra col disotto, più stupenda visione lo sviò dal paragone.

Ove il tronco s'assottiglia e le braccia apre e dilata, vide l'arme spiattellata colla bestia di famiglia,

che soffiando corse in dentro e lasciò rotto nel centro. Dall'araldico sdrucito, come in ottico apparato

che rifletta impiccinito un gran popolo affollato, traspariva un bulicame d'illustrissimi e di dame.

Cappe, elmetti luccicanti, toghe, mitre e berrettoni, e grandiglie e guardinfanti, e parrucche a riccioloni,

e gran giubbe gallonate, e codone infarinate, con musacci arrovellati bofonchiavano tra loro

di contee, di marchesati, di plebei, di libri d'oro, e di tempi e di costumi, e di simili vecchiumi.

Dietro a tutti, in fondo in fondo si vedea la punta ritta d'un cappuccio andare a tondo; come se tra quella fitta

si provasse a farsi avante qualche padre zoccolante. Lo vide appena che lo perse d'occhio, quello, alla guisa che movendo il loto

ritira il capo e celasi il ranocchio, in giù disparve con veloce moto; e tosto un non so che suona calando dentro del fusto come fosse vuoto.

Come a tempo de' classici, allorquando gli olmi e le querce aveano la matrice e figliavano Dee di quando in quando; così, spaccato il tronco alla radice,

far capolino e sorgere fu vista una figura antica di vernice. Era l'aspetto suo quale un artista non trova al tempo degli Stenterelli,

se gli tocca a rifare un trecentista. Rasa la barba avea, mozzi i capelli, e del cappuccio la testa guernita, oggi sciupata a noi fin dai cappelli;

un mantello di panno da eremita, tra la maglia di lana e il giustacuore; d'un cingolo di cuoi stretta la vita. Corto di storia, il povero signore

lo prese per un buttero, e tra 'l sonno gli fece un gesto e brontolò: — Va' fuore —. Sorrise e disse: — Io son l'arcibisnonno del nonno tuo, lo stipite de' tuoi,

nato di gente che vendeva il tonno. Oh via non mi far muso, e non t'annoi conoscer te d'origine sì vile, comune, o nobilucci, a tutti voi.

Taccio come salii su, dal barile di quel salume; ma certo non fue né per onesta vita mercantile, né per civil virtù, che d'uno o due

prese le menti, ond'ei poser nell'arme per tutta nobiltà l'opere sue. Sai che la nostra età fu sempre in arme: io per quel mar di guerre e di congiure

tener mi seppi a galla e vantaggiarme. Ma tocche appena le magistrature, fui posto al bando, mi guastâr le case, e a due dita del collo ebbi la scure.

A piedi, con quel po' che mi rimase, giunsi a Parigi, e un mio concittadino d'aprir bottega là mi persuase. Un buco come quel di un ciabattino

scovammo: e a forza di campare a stento, e di negar Gesù per un quattrino, n'ebbi il guadagno del cento per cento: quindi a prestar mi detti; e feci cose,

cose che a raccontarle è uno spavento. Pensa alle ruberie più strepitose, se d'Arpia battezzata ovver giudea ma' mai t'hanno ghermito ugne famose,

son tutte al paragone una miscea: questo socero tuo, guarda se pela, non le sogna nemmanco per idea. Figlio e nipote, per lunga sequela

d'anni continuando il mio mestiere, nel mar dell'angherie spiegò la vela. Quelle nostre repubbliche sì fiere, moge obbedìano un duca, un viceré,

che significa birro e gabelliere; quando un postero mio degno di me rimpatriò ricchissimo, e il bargello del suo rimpatriar seppe il perché.

E qui mutando penne il nuovo uccello fatta la roba, fece la persona, e calò della Corte allo zimbello. Da quel momento in casa ti risuona

un titolaccio col superlativo, e a bisdosso dell'arme hai la corona. Aulico branco né morto né vivo da costui fino a te fu la famiglia,

ebete d'ozio e in vivere lascivo. Ridotto al verde per dorar la briglia, perché ti penti, o bestia cortigiana? Prendi dell'usurier, prendi la figlia:

ché siam tutti d'un pelo e d'una lana —.

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