Pesa i vecchi diplomi e quelli d'ieri, di schietta nobilità v'è carestia: dacché la fame entrò ne' cavalieri, la tasca si ribella all'albagia.
Ma nuovi sarti e nuovi rigattieri a spogliare e vestir la signoria manda la Banca, e le raschiate mura ripiglian l'oro della raschiatura.
Poco preme l'onor, meno il decoro; e al più s'abbada a insudiciare il grado: che se grandi e plebei calan tra loro a consorzio d'uffici o a parentado,
necessità gli accozza a concistoro o a patto coniugal, ma avvien di rado che non rimangan gli animi distanti, e la mano del cor si dà co' guanti.
Un de' nostri usurai messe una volta l'unica figlia in vendita per moglie, dando al patrizio che l'avesse tolta delle fraterne vittime le spoglie,
purché negli usci titolati accolta venisse, a costo di rifar le soglie, e colle nozze sue l'opere ladre nobilitasse del tenero padre.
Era quella fanciulla uno sgomento: gobba, sbilenca, colle tempie vuote; un muso tutto naso e tutto mento, che litigava il giallo alle carote:
ma per vera bellezza un ottocento di mila scudi avea tra censo e dote; per questo agli occhi ancor d'un gentiluomo parea leggiadra, e il babbo un galantuomo.
Non ebbe questi da durar fatica, né bisognò cercar colla lanterna un genero, che in sé pari all'antica boria covasse povertà moderna:
anzi gli si mostrò la sorte amica tanto, che intorno a casa era un'eterna folla d'illustri poveri di razza, che incrociarsi volean colla ragazza.
Di venti che ne scrisse al taccuino a certi babbi–morti dirimpetto, un ve ne fu prescelto dal destino a umiliare il titolo al sacchetto.
L'albero lo dicea sangue latino colato in lui sì limpido e sì pretto che dalla cute trapelava, e vuolsi che lo sentisse il medico da' polsi.
La scritta si fissò lì sul tamburo: e il quattrinaio, a cui la cosa tocca, dei parenti del genero futuro tutta quanta invitò la filastrocca.
Coi propri, o scelse, o stette a muso duro, o disse per la strada a mezza bocca: — Se vi pare veniteci, ma poi non vi costringo... in somma fate voi. —
Un gran trepestio s'udiva una sera di zampe e di ruote: con tal romorio
lontana bufera gli orecchi percuote. Gran folla di gente, saputa la cosa,
al suono accorrea; e tutta lucente brillar della sposa la casa vedea.
La fila de' cocchi solcava la strada a perdita d'occhi: per quella contrada
un ite e venite di turbe infinite: continuo lo strano vociar de' cocchieri;
e in mezzo al baccano, tra torce e staffieri, la ciurma diversa, plebea e signora,
nell'atrio si versa in duplice gora. Là smonta la dama, e qua la pedina
che adesso si chiama o zia, o cugina: il gran ciambellano vi arriva da Corte,
e dietro un tarpano da fare il panforte. Per lunghi andirivieni di stanze scompagnate
e di stambugi pieni d'anticaglie volate, tra le livree di gala s'imbocca in una sala,
a cera illuminata da mille candelieri, di mobili stivata nostrali e forestieri,
e carica d'arazzi vermigli e paonazzi; ricca d'oro e di molta varietà di tappeti.
Dipinta era la volta, dipinte le pareti di storie e di persone analoghe al padrone.
Era in quella pittura colla Mitologia confusa la Scrittura: la colpa non è mia
se troverai descritte cose fritte e rifritte. Pagato tardi e poco l'artista, e messo al punto,
pensò di fare un giuoco a quel ciuco riunto, e lì sotto coperta gli poté dar la berta.
Da un lato, un gran carname Erisitone ingoia, e dall'aride cuoia conosci che la fame
coll'intimo bruciore rimangia il mangiatore. Giacobbe un po' più giù, d'Erisitone a destra,
al povero Esaù rincara la minestra; santa massima eterna di carità fraterna.
Ma dall'opposto lato luccica la parete di Giove, trasmutato in pioggia di monete,
che scende a Danae in braccio ad onta del chiavaccio. Di là da Danae l'empio Eliodoro è steso
sulla soglia del tempio; e un cavalier, disceso dal ciel pesta il birbante colle legnate sante.
Nel soffitto si vede d'un egregio lavoro Mida da capo a piede tutto coperto d'oro,
che sta lì spaurito dal troppo impoverito. Nel campo lentamente in vista al vento ondeggia
la canna impertinente, e più lunge serpeggia volubile sul suolo il lucido Pattolo.
Fa contrapposto a Mida la presa di Sionne: udir credi le strida di fanciulli e di donne,
e divampare il fuoco rugghiando in ogni loco; e nell'orrida clade, di sangue e d'oro ingorde,
fra le lance e le spade frugar con le man lorde per il ventre de' morti le romane coorti.
La sposa in fronzoli sta là impalata, rimessa all'ordine e ripiallata.
Tutte l'attorniano le donne in massa dell'alta camera e della bassa.
Queste la pigiano, la tiran via; quell'altre lisciano con ironia;
essa si spiccica meglio che sa, e si divincola di qua e di là.
Lo sposo a latere, ridendo a stento, succhia la satira nel complimento;
ma, come l'asino sotto il bastone, si piega, e all'utile doma il blasone.
Legato e gonfio come un fagotto, con tutta l'aria d'un gabellotto,
ritto a ricevere sta l'usuraio: ciarla, s'infatua, è arzillo e gaio,
par che dal giubilo non si ritrovi. Cogl'illustrissimi parenti nuovi
si sdraia in umili salamelecchi, e passa liscio su quelli vecchi.
Anzi affacciandosi spesso al salone grida: — Ma diavolo, che confusione!
Ohè, rizzatevi costà, Teresa; date la seggiola alla marchesa.
Su bello, Gaspero! al muro, Gosto! lesti! stringetevi, sbrattate il posto —.
Quelli rinculano goffi e confusi, in lingua povera dicendo: — Oh! scusi.
— Ma no, — ripiglia la dama allora, — no, galantuomini; chi non lavora
può star benissimo senza sedere; via, riposatevi, fate il piacere —.
Così le bestie scansa con arte, e va col prossimo dall'altra parte,
ove una sedia le porge in guanti uno dei soliti micchi eleganti,
che il gusto barbaro concittadino inciviliscono col figurino.
Sol con quei tangheri che stanno in piede, seduta a chiacchiera qua e là si vede
qualche patrizia andata ai cani, più democratica co' terrazzani.
Genio, che mediti di porre i sarti nell'accademia delle Bell'Arti;
a cui del cranio sopra le cuoia sfavilla l'organo della cesoia;
reggi la bussola dell'estro gretto, e colla critica dell'occhialetto
profila i termini della distanza tra la goffaggine e l'eleganza.
Là tra la ruvida folla spregiata, stretta negli angoli e rinzeppata,
vedresti d'uomini scorrette moli, piantate, immobili, come pioli;
testoni, zazzere, panciotti rossi, e trippe zotiche e così grossi.
Con un'indigena giubba a tagliere, ecco il quissimile d'un cancelliere
sotto le gocciole d'una candela: e con due classici solini a vela,
una testuggine che si ripone nel grave guscio d'un cravattone,
accanto a un ebete che duro duro col capo all'aria puntella il muro.
Le donne avevano la roba a balle, e tutto un fondaco sopra le spalle;
code, arzigogoli, penne, pennacchi, cesti d'indivia e spauracchi.
Ma dal contrario lato splendea levigatissima la nobilea.
Colori semplici, capi strigliati, gentili occhiaie, visi slavati:
sostanza tenue che poco ingombra, anello medio fra il corpo e l'ombra:
sorrisi fatui, moti veloci, bleso miscuglio d'estranee voci:
e nell'intonaco, nelle maniere, l'arte che studia di non parere.
Così velandosi beltà sfruttata d'una modestia matricolata,
riduce a stimolo fin l'onestà, e per industria si volta in là.
Ma già il notaio, disteso l'atto, si rizza e al pubblico legge il contratto.
Giù giù per ordine si firma, e poi per sala girano bricchi e vassoi;
gran suppellettile ove apparìa mista alla boria la gretteria.
Le dame dicono partendo in fretta: — Era superflua tanta etichetta.
Oh! per i meriti d'una bracina bastava l'abito di stamattina —
Quelle del popolo, tutte impastate di the, di briciole, di limonate,
che, più del solito strinte, impettite, fiacche tronfiavano e indolenzite:
— Animo, animo, mi par mill'anni: immè, — gridavano, — con questi panni!
Uh, che seccaggine! oh, maledette le scritte, i nobili, e le fascette —
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