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1809–1850

PAROLE DI UN CONSIGLIERE AL SUO PRINCIPE

Giuseppe Giusti

Altezza, il secolo decimonono pareva un'epoca fatale al trono.

Cavai l'oroscopo, segnai le stelle, e minacciavano la vostra pelle.

D'ardire il giubilo dei liberali, dei periodici, fogli e giornali,

era di prossime sciagure indizio; oh, andate! i popoli mettean giudizio.

La Senna al solito, mutate e rotte le dighe e gli argini fe' il Don Chisciotte.

Formicolavano in ogni banda i missionari di propaganda,

intenti a chiedere di qua, di là non l'elemosina ma libertà;

e d'apostolico zelo invasati «su, su» gridavano «su, sventurati,

è giunto il termine di tanto affanno: si uccida il despota, muoia il tiranno!

Su, via, levatevi, fate da eroi! e se vi toccano ci siamo noi».

Si armò la Belgica, si armò Varsavia: perfin l'Italia scosse l'ignavia.

E balbettarono d'indipendenza Bologna e Modena: che impertinenza!

Eppure, a dirvela, questi arfasatti, se il Gallo ipocrita teneva i patti,

forse scansavano frusta e Tedeschi. Amato principe, si stava freschi!

Ma di benefiche costellazioni torna un periodo propizio ai troni.

Ond'è che reduci nei dritti antichi serbiamo intrepidi la pancia ai fichi;

e della torbida Senna le ondate son fuochi fatui, son ragazzate;

e la volubile genia di Brenno, che infuria e prodiga la vita e il senno,

che le repubbliche distrugge e crea, non cangiò d'indole, cangiò livrea.

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