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1809–1850

LETTERA A UN AMICO

Giuseppe Giusti

A che serve sciupare i purganti e star sempre col povero me, o pagare i miracoli ai santi per campar quanto visse Noè?

A che serve con cento malanni zoppicar sulla curva degli anni? Prete Olivo e le sue gherminelle con la morte non curo davvero:

non vorrei per salvarmi la pelle il panchetto, le carte ed il pero; né potendo, passare la bara rovinando il demonio a bambara.

Non disprezzo la vita e non tengo il galoppo dei giorni fugaci: se i capelli son misto–marengo, se d'amore mi mancano i baci,

se vo gobbo più tardi o più presto, disperar non mi voglio per questo. Si disperi la vecchia galante che dicembre vendea per aprile,

che fallita per l'ultimo amante vide crescersi a forza di bile ogni giorno una grinza di più e con l'asma ritorna a Gesù.

Si disperi chi fece la spia cinquant'anni, mutando bargello, vagheggiando con dolce manìa un impiego, una croce all'occhiello,

né per anco può fare la coglia e si trova a morir con la voglia. Io non son ciarlatano, né vago di mandar la parrucca al tintore:

non mi faccio pagare, non pago, e non vo' galvanismo in amore; né d'onori o di nastri la smania mi fa pigro o mi dà l'emicrania.

Poche lire, che babbo ogni mese con la predica d'uso mi manda, son bastanti per farmi le spese senza punto incensar chi comanda;

vivo sciolto, la pentola è calda, e nessuno mi tira la falda. Se mi nega staffiere e quadriga la fortuna volubile e stramba,

senza darmi pensiero né briga questa vita farò gamba gamba; non avrò mangiapani né ciarpe, ma buon nome e pagate le scarpe.

Ché del resto a qualunque condanna mi rassegno, e propongo a me stesso di pigliarmela a un tanto la canna: in un canto mi tiro, e professo,

s'anco il mondo ritorna nel cao, la tranquilla virtù d'Ermolao. Ne ho vedute parecchie, e già stufo, son lì lì per serrar la finestra:

come secca mangiando anc'a ufo ogni giorno la stessa minestra, parimenti m'uggisce e mi tedia veder sempre la stessa commedia.

Un bigotto che burla il demonio e ti spoglia cercando le croci, demagoghi del solito conio negozianti di libere voci,

uccellacci fregiati il groppone delle penne rubate al pavone: un figuro con toga di seta che sentenza ti dà con l'accetta,

la gazzetta che fa da profeta, il profeta che fa da gazzetta, delle genti rimesso il destino nelle mani di padre Ambrogino:

ecco tutto. Ne' giorni passati, d'innocente asinaggine ordita, di lusinghe, di sogni beati dolcemente mi parve la vita.

Questa terra una cara illusione, una fitta di brave persone. Eran quelli i dì santi ed amari, i dì quando una febbre epidemica

ci portava a crear dei lunari, i dì quando con nuova polemica ci faceva morir dalle risa il Balì sanfedista di Pisa.

Se nel mezzo all'umana famiglia mi dicevan, c'è un bindolo, un porco; stupefatto inarcavo le ciglia come il bimbo ai racconti dell'orco:

questa razza impastata di scisma la vedevo a traverso di un prisma. Ora il polso è più quieto, e l'occhiale che gli oggetti alterava è spezzato:

ora il mondo lo vedo tal quale, e sorrido sul tempo passato: la stagione dei sogni finì e sta zitto perfino il Balì.

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