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1809–1850

LA VESTIZIONE

Giuseppe Giusti

Quando s'aprì rivendita d'onori, e di croci un diluvio universale allagò il trivio di Commendatori; quando nel nastro s'imbrogliaron l'ale

l'oche, l'aquile, i corvi e gli sparvieri; o, per parlar più franco e naturale, quando si vider fatti cavalieri schiume d'avvocatucci e poetastri,

birri, strozzini ed altri vituperî; tal che vedea la feccia andare agli astri, né un soldo sciupò mai per tentar l'ambo al gran lotto dei titoli e dei nastri,

nel cervellaccio imbizzarrito e strambo sentì ronzar di versi una congerie: e piccato di fare un ditirambo, senza legge di forme o di materie,

le sacre mescolò colle profane, e le cose ridicole alle serie. Parole abburattate e popolane, trivialità cucì, convenienti

a celebrar le gesta paesane, e proruppe da matto in questi accenti, ai rètori lasciando e a' burattini grammaticali ed altri complimenti.

— Rósa da nobiltà senza quattrini casca la vecchia Tavola, e la nuova è una ladra genia di Paladini. Tanta è la sua viltà che non ne giova:

e i bottegai de' titoli lo sanno, ma tiran via perché gatta ci cova. Come di Corte riempir lo scanno che vuotan Conti tribolati? e come

le forbici menar, se manca il panno? Volle di cavalier prendere il nome, spazzaturaio d'anima, un droghiere: Bécero si chiamò di soprannome.

In diebus illis girò col paniere a raccattare i cenci per la via, da tanto ch'era nato cavaliere. Trovo che fece anco un sinsin la spia,

poi, come non si sa, l'ipotecario; di questo passo aprì la drogheria. E coll'usura, e facendo il falsario, co' frodi, e con bilance adulterate,

gli venne fatto d'esser milionario. Volle, quand'ebbe i rusponi a palate, rubar fin la collottola al capestro, e col nastro abbuiar le birbonate.

D'un Balì, che di Corte è l'occhio destro, dette di frego a un debito stantio; e quei l'accomodò col Gran Maestro. Brillava a festa la casa di Dio

tra il fumo degl'incensi e i lampadari: d'organi e di campane un diavolio chiamava a veder Bécero agli altari a insudiciare il sacro Ordin guerriero,

che un tempo combatté contro i corsari. A lui d'intorno il nobilume e il clero, le parole soffiandogli ed i gesti, in tutto lo ciurmavan cavaliero.

Tra i preti, tra i taù, con quelle vesti, alterar si sentì la fantasia, né gli pareano più quelli né questi; ma li vedea mutar fisonomia,

e dall'altar discendere e svanire le immagini di Cristo e di Maria. Era la chiesa un andare e venire di fieri spettri e d'orribili larve,

con una romba da farlo ammattire. Crollò il ciborio, si divelse e sparve; e nel luogo di quello una figura magra e d'aspetto tisico gli apparve.

In mano ha la cambial, dalla cintura di molti pegni un ordine pendea: la riconobbe tosto per l'Usura dalla pratica grande che n'avea:

vide prender persona i candelieri, e diventar di scrocchi un'assemblea. Parean nobili tutti e cavalieri, e d'accordo gridavano al fantasma:

— Mamma, Pisa per voi doventa Algeri. Com'uom che per mefitico miasma anela e gronda d'un sudor gelato, o come un gobbo che patisce d'asma,

Bécero si sentì mozzare il fiato: alzossi, e per fuggir volse le spalle: ma gli treman le gambe, e d'ogni lato di strane torme era stipato il calle.

Grullo, confuso rimase lì; col manto il muso si ricoprì.

Da quella faccia che lo minaccia celarsi crede, ma sempre vede

cose d'inferno coll'occhio interno della paura, che non si tura.

Anzi, raccolto in se medesimo, si sentì l'animo vié più sconvolto.

E di più nere immagini gli si turbò la mente. Sognò l'accusa, il carcere, la Corte, il Presidente;

in banco di vergogna sedé coi malfattori; udì parlar di gogna, di pubblici lavori.

Tosato, esposto al popolo, ai tocchi d'un battaglio, l'abito nobilissimo cangiò colore e taglio:

la croce sfigurata pareva un cartellaccio, lo sprone un catenaccio, la spada una granata.

Poi vide un'alta macchina, un militar corteo; fantasticò d'ascendere su per uno scaleo;

e sotto una gran folla; allato, un cappuccino: fu messo a capo chino, e udì scattar la molla.

Parvegli a quello scatto sentire un certo crollo, ch'alzò le mani a un tratto per attastarsi il collo.

Ma in quel punto una mano scettrata gli calò sulla testa nefaria: allo strano prodigio, incantata la mannaia rimase per aria.

— Viva, viva, — gridava il buglione, — la giustizia del nostro Solone! Se protegge chi ruba e chi gabba, muoia Cristo, si sciolga Barabba! —

Di sotto la toga che quasi l'affoga la testa levò; d'intorno girò

quegli occhi di falco; e allor gli s'offerse d'altare, di palco, d'usura, di Cristo,

un vortice, un misto di cose diverse. Così del malato non bene svegliato,

col falso e col vero combatte il pensiero, guizzando nel laccio di qualche sognaccio.

E già la vision si disciogliea, quando da un lato della chiesa sente incominciare un canto, e gli parea superbo nel concetto e impertinente.

Si volta, e vede in aulica livrea gente che incoccia maledettamente d'esser di carne come tutti siamo, e vorrebbe per babbo un altro Adamo.

Vedea sbiadito il nastro degli occhielli, e la fusciacca doventata bieca; uniformi ritinte, e de' gioielli il bugiardo baglior che non accieca.

Else e crascià riconoscea tra quelli, e spallette tenute in ipoteca, e marchesi mandati in precipizio, e più visi di bue che di patrizio.

(Qui ci vuole un certo imbroglio di sussiego e di miseria, e il frasario dell'orgoglio adattato alla materia.

Fatto mantice, il polmone spiri vento di blasone. Ma di modi arcigni e tronfi non ho copia in casa mia,

né un bisnonno che mi gonfi di fastosa idropisia; e un linguaggio da strapazzo ascoltai fin da ragazzo.

Se il poetico artifizio non m'aiuta a darmi l'aria d'uno sbuffo gentilizio, colpa d'anima ordinaria.

Proverò se ci riesco). Lo squadravano in cagnesco e diceano: — Un mercatino, che il paese ha messo a rubba,

un vilissimo facchino si nobilita la giubba, e dal banco salta fuori a impancarsi co' signori?

Si vedrà dunque un figuro, nato al fango e al letamaio, intorbare il sangue puro col suo sangue bottegaio?

E farà questo plebeo tanto insulto al galateo? Usurai crucesignati che si comprano di lei,

tra i patrizi scavalcati passeranno in tiro a sei a esalar l'anima ciuca a sinistra del Granduca?

Rifiniti dal mestiere, c'è chi paga i ciambellani con un calcio nel sedere; e rifà di pelacani,

che il delitto insignorì, il vivaio dei Balì. E di più, ridotto a zero, il patrizio è condannato

a succhiarsi il vitupero di vestir chi l'ha spogliato, a ridursi sulla paglia per far largo alla canaglia.

Se vien voglia ai morti eroi dell'avita abitazione, oramai, siccome noi si tornò tutti a pigione,

cerchi l'anima degli avi il birbon che n'ha le chiavi. Di questa antifona l'onda sonora

su per la cupola tremava ancora: l'illustre bindolo a capo basso

parea Don Bartolo fatto di sasso: quand'ecco a scuoterlo dal suo stupore

un nuovo strepito, un gran rumore. Come pinzochera che il mondo inganna,

di dentro Taide, di fuor Susanna, si sogna i diavoli montati in furia,

dopo la predica sulla lussuria; così, coll'animo sempre alterato,

tutto Camaldoli, tutto Mercato, vedea concorrere in una lega,

portando l'alito della bottega; sbracciati, in zoccoli, e scalzi e sbrici,

e musi laidi di vecchi amici; e Crezie e Càtere, e Bobi e Beco,

su per le bettole cresciuti seco. Questa combriccola strana di gente

agglomerandosi confusamente, lasciate le idee, le frasi ampollose,

con urla plebee rincara la dose, e lo striglia così nel suo vernacolo senza tanto rispetto al tabernacolo:

— Salute a Bécero, viva il droghiere! Bellino, in maschera di cavaliere!

O come domine, se giorni sono vendevi zenzero per pepe bono,

oggi ci reciti col togo addosso questa commedia del cencio rosso?

Ah, tra lo zucchero, col tuo pestello, eri in carattere, eri più bello!

Or tra lo strascico e l'albagia un chiappanuvoli par che tu sia.

Eh, torna Bécero, torna droghiere, leva la maschera di cavaliere.

Se per il solito quando ragioni, dici spropositi da can barboni,

come discorrere potrai con gente che saprà leggere sicuramente?

Ah, torna Bécero, torna droghiere, leva la maschera di cavaliere.

Se schifo ai nobili non fa la loia di certi ciàccheri scappati al boia;

se i preti a crederti son tanto bovi, con codest'anima che ti ritrovi;

se, per lo scandalo di questa festa, non ti precipita la chiesa in testa;

o in oggi ha credito lo sbarazzino, o santo Stefano tira al quattrino.

Ma noi che fécemo teco il mestiere, s'ha a dir lustrissimo? l'aresti a avere!

Un rivendugliolo rimpannucciato ci ha a stare in aria? Va via, sguaiato!

Va colle logiche, va pure assieme; che tu ci bazzichi, non ce ne preme.

Ma se da ridere, po' poi, ci scappa di te, del ciondolo, e della cappa,

non te ne prendere, non far cipiglio: sai di garofani lontano un miglio.

Tiéntene, Bécero, gonfia, droghiere, sei bello in maschera di cavaliere!

Tacquero: e gli parea che ad una voce ripigliasser le genti ivi affollate: — Se dalla forca ti salvò la croce, non ti potrà salvar dalle frustate. —

Indi ogni larva se n'andò veloce, finì la cerimonia e le fischiate, e su in Ciel santo Stefano si lagna di vedere un pirata in Cappamagna.

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