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1809–1850

L'ELEZIONE

Giuseppe Giusti

Suonava la campana a deputato, svegliando il cittadino e il contadino all'alto ufficio dell'elettorato. Se si tratti di greco o di latino,

se la faccenda è intesa o non è intesa, lo dice il fatto visto da vicino. Per me direi che il popolo l'ha presa come la prende appunto la campana,

che chiama gli altri e che non entra in chiesa! Dall'altare di Dio poco lontana si distende una mensa lunga e stretta, che d'un vecchio tappeto ha la sottana.

Al destro lato vedi una cassetta che fa le veci d'urna, e de' votanti ogni boccone ingolla per saetta. Seggono alla gran tavola davanti

in giubba nera i tre squittinatori, a guisa di Minossi e Radamanti. Ex officio presiede a quei lavori il Pater Patriae, e fa, secondo l'uso,

nome per nome appello agli elettori. così procede la gente foresta, la gente a cui la libertà rifatta non ha per anco rifatta la testa.

Dopo una reverenza disadatta, senza tanto vagliar dal grano il loglio, o detta il nome o da se stessa imbratta. E qui, Vannucci mio, non è un imbroglio

di chi siede per altri alla scrittura, se spesso a modo suo cucina il foglio? Sai che in liberi tempi è cosa dura a una libera penna esser tarpata,

e star lì servilmente a dettatura. Battezzata la scheda e ripiegata, dell'aureo nome nel povero scrigno scende il tesoro in carta monetata.

A questo monetata, un muso arcigno che compra i voti, per un arrembato m'accenna... coll'occhio maligno; e ridendo d'un riso stralunato:

«Costui è un burbero mezzano», ammicca di rimando il sullodato. Cittadini ruffiani, andate piano colle risa scambievoli, ché in questo

siete fratelli, e datevi la mano. Chi non compra e non vende è l'uomo onesto. Ma tiro avanti a dirti la commedia, ché qui colla morale è buio pesto.

Inchiodato tre giorni sulla sedia rimane il seggio, e aspetta chi non viene, dall'uggia sbadigliando e dall'inedia. Di secento elettori, anderà bene

se degnano la chiesa un cencinquanta: e perché ciò? Chi è che gli trattiene? Se con tanta libidine e con tanta fame fu chiesto lo Statuto, quale

nausea ci svoglia d'assaggiar la pianta? Per quanto, o bene bene, o male male venir ne possa, anch'io darò la volta al dado del suffragio universale.

E ciò, perché giustizia, a chi l'ascolta, tutti... ai diritti dello Stato, non ch'io ne speri già miglior raccolta: temo il collare, il ricco, il titolato,

temo i raggiri di tutte le tinte, per cui vagella il volgo abbindolato. Vinca il voto per tutti: avrai tu vinte viltà, bassezza, inerzia e noncuranza?

Pochi sono e non vanno, o vanno a spinte. Non sai che mentre la città dinanza, la campagna rincula? O ignori forse che i molti d'un rovescio hanno speranza?

Guarda e vedrai se libera risorse la folla, e s'argomenta del Padrone frenar la zanna che sì cheta morse. Vadano le gazzette a processione,

urli chi vuole e s'arroventi in piazza in un branco di bestie e di persone: finché sventura non ruoti la mazza percotendo a castigo e a medicina,

servi saremo e d'abito e di razza. Come Dio vuole, la terza mattina posti a correre il palio i soli due che favorì la sorte o la cucina;

debbe ogni scheda le larghezze sue stringere in essi, e per modo di dire, bisogna arar coll'asino e col bue. Che, se dell'urna stitica sortire

vedi la palma, o nobile intelletto, o virtù che nessun rompe a servire; di' pur che il mondo è arcanamente retto da quella Mente che l'ha destinato

a girar fino in fondo a suo dispetto. A mala pena sboccia il neonato, quasi sbrogliati d'una gran fatica, il seggio e gli altri che l'hanno ponzato

lo mandano, che Iddio lo benedica, spargendogli, secondo il consueto, gelsomini davanti e dietro ortica. Ed ecco rintostare il diavoleto,

ecco la frusta che spietata batte, e leva il pelo alle mammane e al feto. Se viene a galla, immagina, un Maratte, gridano spasimando i paurosi,

che gli elettori eleggono in ciabatte. Se poi galleggia invece un di quei così impastoiati come sare' io, ovvero un ferma là de' più famosi;

apriti cielo al fiotto, al trepestio di cent'altri che strillano; smettete di dare il voto, per amor di Dio! Sull'eletto, o lì sì che d'inquiete

vespe il ronzio stizzoso e l'ira cresce, e si sbizzisce del forar la sete. Per te riesce, per me non riesce, per lui non leva un ragnolo d'un buco,

per quelli là non è carne né pesce; questi lo chiama grullo, e quegli eunuco, ghiotto d'onori, ingordo di denari; uno lo bolla a birba, un altro a ciuco.

E questi colpi di venti contrari sullo stangone e sul repubblicano feriscono e imperversano alla pari. E chi t'ha detto, o popolo sovrano,

di mandare alla Camera Tommaso in luogo di Michele o di Bastiano? Chi t'ha sforzato di votare a caso, di stare a letto, di beccare un tanto,

o di lasciarti menar per il naso? Un'altra volta lascialo in un canto, e più lento di lui piglia o più desto, o non gridare se scegli altrettanto.

Dirai che adesso a giudicare è presto, che questo pollo, duro attualmente, nutrirà poi quando sarà digesto. Ed io rispondo: — O allor perché la gente

è tanto ingorda d'affollarsi al piatto? perché non pensa prima a farci il dente? — Ma no: mene, lamenti, ozio, baratto, e cani e gatti e cetera animalia,

e disfare e rifar quel che fu fatto. Viva la libertà, viva l'Italia.

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