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1809–1850

IL PAPATO DI PRETE PERO

Giuseppe Giusti

Prete Pero è un buon cristiano, lieto, semplice, alla mano; vive e lascia vivere. Si rassegna, si tien corto,

colla rendita d'un orto sbarca il suo lunario. Or m'accadde di sognare che quest'uomo singolare

doventò Pontefice. Sulla Cattedra di Piero, sopraffatto dal pensiero di pagare i debiti,

si serbò l'ultimo piano; e del resto al Vaticano messe l'appigionasi. Abolì la Dateria,

lasciò fare un'osteria di Castel sant'Angelo; e sbrogliato il Quirinale, ci fe' scrivere: «Spedale

per i preti idrofobi». Decimò frati e prelati; licenziò birri, legati, gabellieri e Svizzeri;

e quel vil servitorame, spugna, canchero e letame del romano ergastolo; promettendo che lo Stato,

ripurgato e sdebitato, ricadrebbe al popolo. Fece poi sui Cardinali mille cose originali

dello stesso genere. Diè di frego agl'ignoranti, e rimesse tutti quanti gli altri a fare il parroco.

Del pensiero ogni pastoia abolì: per man del boia fece bruciar l'Indice; e tagliato a perdonare,

dove stava a confessare scrisse: «Datur omnibus». Poi veduto che gli eccessi son ridicoli in se stessi,

anzi che si toccano, nella sua greggia cristiana non ci volle in carne umana Angioli né Diavoli.

Vale a dir, volle che l'uomo fosse un uomo, e un galantuomo, e del resto transeat. Bacchettoni e libertini

mascolini e femminini messe in contumacia in un borgo segregato, che per celia fu chiamato

il Ghetto cattolico. Parimente i miscredenti, senza prenderla coi denti, chiuse tra gl'invalidi;

e tappò ne' pazzarelli i riunti cristianelli, rifritture d'ateo. Proibì di ristacciare

i puntigli del collare, pena la scomunica; proibì di belare inni con quei soliti tintinni,

pena la scomunica; proibì che fosse in chiesa più l'entrata che la spesa, pena la scomunica.

Nel veder quell'armeggìo, fosse il sogno o che so io, mi parea di scorgere che in quel Papa, a chiare note,

risorgesse il sacerdote e sparisse il Principe. Vo per mettermi in ginocchio, quando a un tratto volto l'occhio

a una voce esotica, e ti veggo in un cantone una fitta di corone strette a conciliabolo.

Arringava il concistoro un figuro, uno di loro, dolce come un istrice. — No, — dicea, — non va lasciato,

questo Papa spiritato, che vuol far l'Apostolo, ripescare in pro del Cielo colle reti del Vangelo

pesci che ci scappino. Questo è un Papa in buona fede: è un Papaccio che ci crede! Diamogli l'arsenico —.

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