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1809–1850

IL MIO NUOVO AMICO

Giuseppe Giusti

Ho un amico nel paese che sostiene a faccia tosta aver fatto un crimenlese: io lo credo; e a farlo apposta,

se lo trovo all'osteria, pago il conto e vado via. Lo conobbi non so come, e mi disse che per Pisa

era celebre il mio nome: stetti cheto: ma le risa a ripieghi sì balordi mi strapparono i precordi.

Porta un nastro tricolore, e dal trenta al trentadue e' si è fatto molto onore: io lo credo; e non son bue

da far sì che al trentatré s'immortali anco per me. È sciancato; allo spedale sette mesi ha tribolato

per la causa liberale: io l'ascolto; e son tentato di passargli un tanto al giorno per levarmelo d'intorno.

Se mi vede di lontano, mi raggiunge come il vento e mi prende per la mano: io vo seco; e sul momento,

affettando indifferenza, fo l'esame di coscienza. Di profetiche scappate mi lardella, e fa man bassa

sulle teste coronate: io lo scanso; e quando passa, di fuggirlo ho per sistema, quasi avesse il diadema.

Mille cose mi domanda, mi ragiona di progresso e de fide propaganda: io l'ascolto; e gli confesso

colla massima modestia che su ciò sono una bestia. Parla forte, e si protesta che si ride del bargello

e non teme della testa: io lo credo; ma bel bello, quando a caso a lui m'imbatto, cangio tuono e fo l'astratto.

Dice cose ereticali del pontefice Gregorio e di tutti i cardinali: io l'ascolto; ma mi glorio

seco lui d'esser cristiano apostolico romano. Ma fra i piedi mi si mette, mi conduce per i vicoli

e mi legge le gazzette: io l'ascolto; e fra gli articoli solamente lodo quelli del balì Samminiatelli.

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