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1809–1850

IL MEMENTOMO

Giuseppe Giusti

Se ti dà l'animo d'andar pei chiostri contando i tumuli degli avi nostri,

vedrai l'immagine di quattro o sei, chiusi per grazia ne' mausolei.

Oggi s'insacca la carne a macca; in laide maschere Fidia si stracca.

Largo ai pettegoli nani pomposi, che si scialacquano l'apoteosi.

Non crepa un asino che sia padrone d'andare al diavolo senza iscrizione.

Dietro l'avello di Machiavello dorme lo scheletro di Stenterello.

Commercio libero! Suoni il quattrino, e poi s'avvallano Chiesa e Casino.

Si cola il merito a tutto staccio; Galloni e Pantheon sei crazie il braccio.

Scappa di dòmo un pover'uomo che senta i brividi di galantuomo.

O mangiamoccoli, che a fare un Santo date ad intendere di starci tanto!

E poi nell'aula devota al salmo l'infamia sdraiasi di palmo in palmo!

Ah l'aspersorio per un mortorio slarga al postribolo anco il ciborio!

La bara, dicono, ci porta al vero: oh sì; fidatevi d'un cimitero!

Un giorno i posteri con labbra pie biasciando il lastrico delle bugie,

diranno: oh gli avi com'eran bravi! che spose ingenue, che babbi savi!

Un dotto, transeat: ma un'Eccellenza tapparlo a povero, certo, è indecenza!

Ribolla in lurida fogna plebea del basso popolo la fricassea;

spalanca, o Morte, vetrate e porte; aria a un cadavere che andava a Corte.

Così la postuma boria si placa: e molti, a immagine della lumaca,

dietro si lasciano sul pavimento impura striscia, che pare argento.

Ecco gli eroi fatti per voi, che a suon di chiacchiere gabbate il poi.

Ma dall'elogio chi t'assicura, o nato a vivere senza impostura?

Morto, e al biografo cascato in mano, nell'asma funebre d'un ciarlatano

menti costretto, e a tuo dispetto imbrogli il pubblico dal cataletto.

Perdio, la lapida mi fa spavento! Vo' fare un lascito nel testamento

d'andar tra' cavoli senza il qui giace. Lasciate il prossimo marcire in pace,

o parolai, o epigrafai, o vendi–lacrime, sciupa–solai.

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