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1809–1850

IL «DIES IRAE»

Giuseppe Giusti

Dies irae! è morto Cecco; gli è venuto il tiro secco; ci levò l'incomodo. Un ribelle mal di petto

te lo messe al cataletto: sia laudato il medico. È di moda: fino il male la pretende a liberale:

vanità del secolo! Tutti i principi reali e l'Altezze Imperiali, l'Eccellenze eccetera,

abbruniscono i cappelli: il balì Samminiatelli bela il panegirico. Già la Corte, il Ministero,

il soldato, il birro, il clero, manda il morto al diavolo. Liberali del momento, per un altro giuramento

tutti sono all'ordine. Alle cene, ai desinari (oh che birbe!) i carbonari ruttan inni e brindisi.

Godi, o povero Polacco; un amico del Cosacco sconta le tue lacrime. Quest'è ito; al rimanente

toccherà qualche accidente; Dio non paga il sabato. Ma lo Scita inospitale pianta l'occhio al funerale

sitibondo ed avido, come iena del deserto, annosando a gozzo aperto il fratel cadavere.

Veglia il Prusso e fa la spia, e sospirano il Messia l'Elba, il Reno e l'Odera. Rompe il Tago con Pirene

le cattoliche catene, brucia i frati e gongola. Sir John Bull, propagatore delle macchine a vapore,

manda i «tory» a rotoli. Il Chiappini si dispera, e grattandosi la pera pensa a Carlo decimo.

Ride Italia al caso reo, e dall'Alpi a Lilibeo i suoi re si purgano. Non temete: lo stivale

non può mettersi in gambale; dorme il calzolaio. Ma silenzio! odo il cannone: non è nulla: altro padrone!

Habemus Pontificem.

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