A scanso di rettorica, ho pensato di non fermarmi a descriver la stanza che in grembo accolse il nobile senato. Solamente dirò che l'adunanza
in tre schiume di Birri era distinta, delle Camere d'oggi a somiglianza. A dritta, i Birri a cui balena in grinta il sangue puro; a manca, gli arrabbiati;
nel centro, i Birri di nessuna tinta: Birrùcoli cioè dinoccolati, Birri che fanno il birro pur che sia; bracchi no, ma locuste degli Stati.
Taglierò corto anco alla diceria che fece con un tuono da compieta il gran Capoccia della sbirreria, che deplorò giù giù dall'A alla Zeta,
e le glorie birresche, e i guasti orrendi che porta il tempo come l'acqua cheta; e parlò di pericoli tremendi, e d'averli chiamati a parlamento
per consultarli sul modo tenendi di riparare in tempo al fallimento. Dalla manca, oratore di que' Birri bestiali,
sbucò pien di furore un Mangialiberali; e, sgretolando i denti, proruppe in questi accenti:
— Pare impossibile, che in un paese, nel quale ammorbano di crimenlese
anco gl'ipocriti del nostro Uffizio, sì perda in chiacchiere tempo e giudizio!
Quando col mietere di poche teste si può d'un soffio stirpar la peste,
perché, cullandosi, lasciar che cresca questa fungaia liberalesca;
e manomettere Stato e Monarca, e a suon di ninnoli mandar la barca?
Stolto chi reggere pensa un Governo colle buaggini d'un far paterno!
Riforme, grazie, leggi, perdono, son vanaglorie, pazzie, sul trono.
Lisciare un popolo che fa il padrone? supporre in bestie dritto e ragione?
Lodare un regio senno, corrotto da questa logica da sanculotto?
No: nel carnefice vive lo Stato: ogni politica sa d'impiccato;
e un re, che a cintola la man si tiene, se casca, al diavolo! caschi, sta bene.
Che c'entra il prossimo? io co' ribelli sono antropofago, non ho fratelli.
Non dico al Principe: allenta il freno, tentenna, scàldati la serpe in seno;
e quando il pelago sale in burrasca, affoga, e ficcati le leggi in tasca.
Io vecchio, io vergine d'idee sì torte, colla canaglia vo per le corte.
Tenerli d'occhio (sia chi si sia), impadronirsene, colpirli, e via.
Ecco la massima spedita e vera: galera e boia, boia e galera —.
Disse: e al tenero discorso di quell'orso — a mano manca ogni panca — si commosse. Non si scosse — non fe' segno
o di sdegno — o d'ironia l'albagia — seduta a dritta, e ste' zitta — la platea. Si movea — lenta in quel mentre
giù dal ventre — della stanza la sembianza — rubiconda e bistonda — d'un Vicario del salario — innamorato;
che, sbozzato — uno sbadiglio, con un piglio — di maiale sciorinò questa morale. — Non dico: la mannaia,
purché la voglia il tempo, rimette a nuovo un popolo, e il resto è un perditempo. Ma quando de' filantropi
crebbe la piena, e crebbe questa flemma di codici tuffati nel giulebbe; quando alla moltitudine,
bestia presuntuosa, il caso ha fatto intendere che la testa è qualcosa; darete un fermo al secolo
lì, col boia alla mano? Collega, riformatevi; siete antidiluviano. Voi vi pensate d'essere
a quel tempo beato, quando gridava Italia soltanto il letterato. Amico, ora le balie
l'insegnano a' bambini; e quel nome dagli Arcadi passò ne' contadini. Sì, le spie s'arrabattano,
e lo so come voi: ma, in fondo, che conclusero dal quattordici in poi? Se allora le degnavano
perfino i Cavalieri, ora, non ce le vogliono nemmanco i caffettieri. I processi, le carceri
fan più male che bene: un Liberale, in carcere, c'ingrassa, e se ne tiene. E quando esce di gabbia
trattato a pasticcini, è preso per un martire, e noi per assassini. Gua', spero anch'io che i popoli
vadano in perdizione: ma se toccasse ai Principi a dare il traballone? Colleghi, il tempo brontola:
e ovunque mi rivolto, vi dico che per aria c'è del buio, e dimolto! Il mondo d'oggi è un diavolo
di mondo sì viziato, che mi pare il quissimile d'un cavallo sboccato: se lo mandate libero,
o si ferma, o va piano; più tirate la briglia, e più leva la mano. Io, queste cose, al pubblico,
certo, non le direi: in piazza fo il cannibale, ma qui, signori miei, qui, dove è presumibile
che non sian liberali, un galantuomo è in obbligo di dirle tali e quali. Sentite: io per la meglio
mi terrei sull'intese; vedrei che piega pigliano le cose del paese; e poi, senza confondermi
né a sinistra né a destra, o Principe o Repubblica, terrei dalla minestra —. Il centro acclamò,
la manca sbuffò: un terzo Demostene in piede salì, al quale, agitandosi,
la dritta annuì. Silenzio, silenzio, udite la parte, la parte che sfodera
il verbo dell'arte. — Gli onorandi colleghi, a cui fu dato prima di me d'emettere un parere, non hanno a senso mio bene incarnato
lo scopo dell'ufficio e l'arti vere: qui non si tratta di salvar lo Stato, di cattivarsi il Popolo o Messere, d'assicurarsi nella paga un poi;
si tratta d'aver braccio e d'esser Noi. Io non ho per articoli di fede e non rifiuto il sangue e la vendetta: dico che il forte è di tenersi in piede;
rispetto al come, è il caso che lo detta. Senza sistemi, il saggio opera e crede sempre ciò che gli torna e gli diletta: mirare al fine è regola costante,
e chi soffre di scrupoli è pedante. Ciò che preme impedire è che tra loro s'intendano Governo e governati: se s'intendono, addio: l'età dell'oro
per noi tanto finisce, e siamo andati. Dunque convien raddoppiare il lavoro d'intenebrarli tutti, e d'ambo i lati dare alle cose una certa apparenza
da tenerli in sospetto e in diffidenza. Noi non siam qui per prevenire il male: giusto! va' là, sarebbe un bel mestiere! La così detta pubblica morale
anzi è l'inciampo che ci dà pensiere. Il vegliare alla quiete universale è un reggere a' poltroni il candeliere: quando uno Stato è sano e in armonia,
che figura ci fa la Polizia? Se cesseranno i moti rivoltosi, se scemeranno i tremiti al Governo, nel pubblico ristagno inoperosi
dormirete nel fango un sonno eterno. Popoli in furia e Principi gelosi son del nostro edifizio il doppio perno: perché giri la ruota e giri bene,
che la mandi il disordine conviene. Tempo già fu, lo dico a malincuore, che di Giustizia, noi bassi istrumenti, addosso al ladro, addosso al malfattore,
miseri cani, esercitammo i denti; ma poi che i re ci presero in favore, e ci fecer ministri e confidenti, noi, di servi de' servi, in tre bocconi
eccoci qui padroni de' padroni. Dividete e regnate... A questo punto suonò d'evviva la piazza vicina al Principe col Popol ricongiunto,
all'Italia e alla Guardia Cittadina. Fecero a un tratto un muso di defunto tutti, nel centro, a dritta ed a mancina; e morì sulle labbra accidentato
il genio di quel birro illuminato.
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