Nel mare magno della capitale, ove si cala e s'agita e ribolle ogni fiumana e del bene e del male; ove flaccidi vizî e virtù frolle
perdono il colpo nel cor semivivo di gente doppia come le cipolle; ove in pochi magnanimi sta vivo, a vitupero d'una razza sfatta,
il buon volere e il genio primitivo; e dietro a questi l'infinita tratta del bastardume, che di sé fa conio, e sempre più si mescola e s'imbratta;
col favor della Musa o del Demonio che il crin m'acciuffa e là mi scaraventa, entro e mi caccio in mezzo al pandemonio. O patria nostra, o fiaccola che spenta
tanto lume di te lasci, e conforti chi nel passato sogna e si tormenta; vivo sepolcro a un popolo di morti, invano, invano dalle sante mura
spiri virtù negli animi scontorti. Quando per dubbio d'un'infreddatura l'etica folla a notte si rintana, le vie nettando della sua lordura;
quando il patrizio, a stimolar la vana cascaggine dell'ozio e della noia si tuffa nella schiuma oltramontana; e ne' teatri gioventù squarquoia
e vecchiume rifritto ostenta a prova false carni, oro falso e falsa gioia; malinconico pazzo, che si giova del casto amplesso della tua beltade,
sempre a tutti presente e sempre nova; lento s'inoltra per le mute strade, ove più lunge è il morbo delle genti, ed ove l'ombra più romita cade.
Paragona locande e monumenti e l'antica larghezza e il viver gretto dei posteri mutati in semoventi; e degli avi di sasso nel cospetto,
colla mente in tumulto e l'occhio grosso di lacrime d'amore e di dispetto; gli vien la voglia di stracciarsi addosso questi panni ridicoli, che fuore
mostrano aperto il canchero dell'osso e la strigliata asinità del core. Tra i mille ergastoli di mille tinte,
che tutta, in pagine chiare e distinte, se reggi il vomito, ti fan palese
la bassa cronaca d'un reo paese; vince lo stomaco, vince l'acume
d'ogni occhio intrepido al laidume, primo in obbrobrio di tanti e tanti,
il lombricaio degli Aspiranti. Immonda chiovina, ove caduto
del foro il fetido sterco e il rifiuto, in se medesimo putre e fermenta,
e immedicabili miasmi avventa. A gran caratteri, in gran cartello,
sta sul vestibolo scritto: «Bargello»; parola mistica che il fiato in bocca
gela, e significa: Bazza a chi tocca. Dai sacri canoni, dalle Pandette,
passato al codice delle manette, ringhia lo spirito del mio lodato
nell'abominio lì rotolato. Scorda l'ambrosia del tuo Parnaso,
calza gli zoccoli, tùrati il naso, Musa, e tenendoti su la sottana,
scendi al motriglio dell'empia tana. Come in immagini lerce e falsate,
nella Tebaide al santo Abate piovean le luride torme dell'Orco,
sporcando il trogolo perfino al porco; per furia idrofoba che giù gli mena,
così nel baratro sbocca una piena d'infami rabule, di birri e spie
a mucchi, a vortici, a litanie. Ohimè! che l'aere maligno e tetro
la casta vergine respinge indietro: la casta vergine ond'io m'adiro,
a cui quell'alito mozza il respiro. Nata alle vivide fonti, all'ameno
rezzo dei lauri, al ciel sereno, di quella bozzima che là s'infogna,
sente l'ingenua schifo e vergogna. La turpe bolgia sdegnando io stesso,
ove alleluia canta il processo, varco allo stabbio che aduna a sera
i Birrocratici di bassa sfera. Giace in un vicolo sghembo e remoto,
tra le pozzanghere d'eterno loto, nera casipola a uscio e tetto,
che d'una trappola ti dà l'aspetto. Dal bugigattolo de' magistrati,
dal serbatoio degli avvocati, la sozza frucola, la vil tartuca,
la talpa e il granchio là si trabuca; là dai venefici rovi del fisco,
si striscia l'aspide e il basilisco: là grogiolandosi le invidie inermi,
miste all'ossequio degli altri vermi, sbuffa e si gloria l'ozio bracato
del tarlo pubblico già giubilato. Là, colle nubili sciolte e vistose,
recan le vedove, le mogli annose de' commissari, de' gabellotti,
rigiri, scandali, pania e cerotti. Là per libidini di contrabbando
vanno, e cimentano di quando in quando la lor nullaggine che par persona,
le cariatidi della Corona. Tutto si rumina, tutto s'indaga,
tutti si sgolano lì per la paga; tutti colorano al caso proprio
l'ombre, le nuvole d'un motuproprio; ogni bazzecola, ogni bisbiglio,
che bolle in pentola del Gran consiglio. E lì si predica, lì si dibatte
la compra e vendita delle mignatte, che i re ci azzeccano fitte alle vene
per controstimolo del troppo bene. Come del chimico nel cavo rame
si scioglie in glutine l'accolto ossame, così l'intingolo d'un'altra colla,
dal gran carnaio che là s'affolla, tira una Taide, che adesso è nonna,
di quel postribolo donna e madonna. Fu già da giovane cuoca e pietanza
d'un rodipopolo su di finanza, che dietro un seguito d'apoplessie,
d'ire, di scrupoli, di trullerie, in facie Ecclesiae tirando innanzi,
di sé, del pubblico biasciò gli avanzi: finché, lasciandole sgombro il canile,
col copertoio del vedovile, fece all'erario costar salato
anco il rimedio del suo peccato. Se al mondo è femmina garga e maestra,
costei del diavolo può stare a destra; costei che, a titolo di ben servito,
ròsola il Principe come il marito. L'eccellentissimo dottor Gingilla,
entrato in grazia della sibilla, dopo un proemio d'incensi abietti,
di basse lacrime, di sconci affetti, le chiese il bandolo che mena al varco,
e schiude i pascoli del regio parco. A cui l'ex–guattera, tirando fuori
della domestica scuola i tesori, senza metafora tracciò distinto
l'itinerario del laberinto.
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