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1809–1850

I SETTE PECCATI MORTALI

Giuseppe Giusti

Qui la Superbia, piena di se stessa, dura, arcigna e diritta come un fuso, passa e calpesta la folla sommessa. Lì l'Avarizia, che raggrinza il muso,

e conta e trema in veste ricucita, pascendo l'occhio d'un sacchetto chiuso. Poi la Lussuria, stracca e rifinita, co' borsoni di piombo all'occhio osceno

e colla pelle incartapecorita. Vien dopo l'Ira, che sputa veleno, e grida al diavol che la porti via, ogni sbarra spezzando ed ogni freno.

La Gola arrota i denti per la via: lurida, guercia e secca allampanata, Si lecca i labbri e annusa un'osteria. L'Invidia, gialla come una frittata,

si mangia dentro e s'arrovella invano, e tra gente che balla è disperata. Con una trippa da Padre Guardiano, l'alma Poltroneria, sudicia, grulla,

sbadiglia e canta colle mani in mano.

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