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1809–1850

I

Giuseppe Giusti

Il Voltafaccia e la Meschinità, l'Imbroglio, la Viltà, l'Avidità ed altre deità, come sarebbe a dir la Gretteria

e la Trappoleria, appartenenti a una mitologia che a conto del governo a stare in briglia doma educando i figli di famiglia,

cantavano alla culla d'un bambino, di nome Gingillino, la ninnananna in coro, tutta sentenze d'oro

degnissime del secolo e di loro. — Bimbo non piangere; nascesti trito, ma se desideri

morir vestito, ecco la massima che mai non falla, e come un sughero

ti spinge a galla. Dagli anni teneri piega le cuoia al tirocinio

della pastoia. Sotto la gramola del pedagogo cùrvati, schiàcciati,

rompiti al giogo. E cogli estranei e in mezzo ai tuoi, annichilandoti

più che tu puoi, non far lo sveglio, non far l'ardito; se pur desideri

morir vestito. Non ti frastornino la testa e il core larve di gloria,

sogni d'onore. Fuggi le noie, fuggi le some, fuggi i pericoli

di un chiaro nome; e limitandoti senz'altro fumo a saper leggere

per tuo consumo, rinnega il genio sempre punito; se pur desideri

morir vestito. Cresci, e rammentati che dà nel naso più lo sproposito

commesso a caso, che la perfidia la più fratina, tramata in regola

e alla sordina. Abbi di semplice per segno certo dell'uomo ingenuo

l'errore aperto, e imita il sudicio che par pulito; se pur desideri

morir vestito. Studia la cabala del non parere, e gli ammennicoli

del darla a bere. Di Dio, del Diavolo non farti rete; nega il negabile,

ma liscia il prete. Un letamaio di vizî aborra giù de' precordi

fra la zavorra; ma coram populo esci contrito; se pur desideri

morir vestito. In corpo e in anima servi al reale, e non ti perdere

nell'ideale. Se covi smania di far fagotto, incensa l'idolo

quattro e quattr'otto. Sempre la favola della ragione ceda alla storia

del francescone; sempre lo scrupolo muoia fallito; se pur desideri

morir vestito. Non far che un libero sdegno ti dia quella poetica

malinconia, per cui non paiono vili e modesti dei galantuomini

i cenci onesti. Un gran proverbio, caro al potere, dice che l'essere

sta nell'avere. Credi l'oracolo non mai smentito; se pur desideri

morir vestito — Vent'anni dopo, un frate professore, gran sciupateste d'università, da vero Cicerone inquisitore,

encomiava la docilità e la prudenza di un certo Dottore fatto di pianta in quel vivaio là, dottore in legge, ma di baldacchino,

che si chiamava appunto Gingillino. In gravità dell'aurea concione messer Fabbricalasino si roga capo Arruffacervelli; e un zibaldone

di cancellieri e di bidelli in toga gli fa ghirlanda intorno al seggiolone, e di quell'ateneo la sinagoga, che in lucco nero, a rigor di vocabolo,

parea di piattoloni un conciliabolo. Chi brontola, chi tosse e chi sbadiglia, chi ride del dottore e chi del frate, che ansando e declamando a tutta briglia,

con salti e con rettoriche gambate circonda il caro alunno e l'appariglia alle celebrità più celebrate, calandosi a concluder finalmente

di dotta carità tutto rovente: — Vattene, figlio, del bel numer'uno de' giovani posati e obbedienti, oh vattene digiuno

di ragazzate, di divertimenti, di pipe, di biliardi, d'osterie, di barbe lunghe e d'altre porcherie. O benedetto te, che dalla culla

se' stato savio di dentro e di fuori; che non hai fatto nulla senza il permesso de' superiori, sempre abbassando la ragione e l'estro,

sempre pensando a modo del maestro! Salve, o raro intelletto, o cor leale, che d'una fogna d'empi e d'arroganti te n'esci tale e quale,

esci come venisti, e tiri avanti; vattene al premio che s'aspetta al giusto, della gran soma dottorale onusto. Comincia coll'esempio e coll'inchiostro

a difender l'altare a destra mano, ed a mancina il nostro dolce, amorevolissimo Sovrano: vattene, agnello pieno di talento,

caro al presepio e al capo dell'armento —. All'apostrofe barocca che con grande escandescenza esalava dalla bocca

di quel mostro d'eloquenza, Gingillino andato in gloria se n'uscìa gonfio di boria dal chiarissimo concilio

colla zucca in visibilio. Sulla porta un capannello d'onestissimi svagati, un po' lesti di cervello,

e perciò scomunicati, con un piglio scolaresco salutandolo in bernesco, gli si mosser dietro dietro

canticchiando in questo metro: — Tibi quoque, tibi quoque è concessa facoltà di potere in iure utroque

gingillar l'umanità. La mania di sere Imbroglia, che nel cranio ti gorgoglia, ti rialza fuor di squadro

il bernoccolo del ladro. Che ti resta, che ti resta d'uno sgobbo inconcludente in quel nòcciolo di testa,

sepoltura della mente? Ma se l'anima di stoppa se n'è tinta per la groppa, tanto basta, tanto basta

per ficcar le mani in pasta. Infilando la giornea d'avvocato o di notaio, che t'importa la nomea

se t'accomodi il fornaio? Tu se' nato a fare il bracco, il giannizzero, il cosacco, e compensi il capo corto

coll'andare a collo torto. O pinzochero fiscale, ti si legge chiaro in viso che galoppi al tribunale

per la via del Paradiso; e di più c'è stato detto che lavori di soffietto, devotissimo ab antico

dell'apostolo dal fico. Ma quel Giuda era un buffone, un vilissimo figuro: tu vincendo il paragone

mostrerai che a muso duro si può vendere un Messia, senza far la scioccheria di morire a gozzo stretto

e di rendere il sacchetto —.

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