Il Voltafaccia e la Meschinità, l'Imbroglio, la Viltà, l'Avidità ed altre deità, come sarebbe a dir la Gretteria
e la Trappoleria, appartenenti a una mitologia che a conto del governo a stare in briglia doma educando i figli di famiglia,
cantavano alla culla d'un bambino, di nome Gingillino, la ninnananna in coro, tutta sentenze d'oro
degnissime del secolo e di loro. — Bimbo non piangere; nascesti trito, ma se desideri
morir vestito, ecco la massima che mai non falla, e come un sughero
ti spinge a galla. Dagli anni teneri piega le cuoia al tirocinio
della pastoia. Sotto la gramola del pedagogo cùrvati, schiàcciati,
rompiti al giogo. E cogli estranei e in mezzo ai tuoi, annichilandoti
più che tu puoi, non far lo sveglio, non far l'ardito; se pur desideri
morir vestito. Non ti frastornino la testa e il core larve di gloria,
sogni d'onore. Fuggi le noie, fuggi le some, fuggi i pericoli
di un chiaro nome; e limitandoti senz'altro fumo a saper leggere
per tuo consumo, rinnega il genio sempre punito; se pur desideri
morir vestito. Cresci, e rammentati che dà nel naso più lo sproposito
commesso a caso, che la perfidia la più fratina, tramata in regola
e alla sordina. Abbi di semplice per segno certo dell'uomo ingenuo
l'errore aperto, e imita il sudicio che par pulito; se pur desideri
morir vestito. Studia la cabala del non parere, e gli ammennicoli
del darla a bere. Di Dio, del Diavolo non farti rete; nega il negabile,
ma liscia il prete. Un letamaio di vizî aborra giù de' precordi
fra la zavorra; ma coram populo esci contrito; se pur desideri
morir vestito. In corpo e in anima servi al reale, e non ti perdere
nell'ideale. Se covi smania di far fagotto, incensa l'idolo
quattro e quattr'otto. Sempre la favola della ragione ceda alla storia
del francescone; sempre lo scrupolo muoia fallito; se pur desideri
morir vestito. Non far che un libero sdegno ti dia quella poetica
malinconia, per cui non paiono vili e modesti dei galantuomini
i cenci onesti. Un gran proverbio, caro al potere, dice che l'essere
sta nell'avere. Credi l'oracolo non mai smentito; se pur desideri
morir vestito — Vent'anni dopo, un frate professore, gran sciupateste d'università, da vero Cicerone inquisitore,
encomiava la docilità e la prudenza di un certo Dottore fatto di pianta in quel vivaio là, dottore in legge, ma di baldacchino,
che si chiamava appunto Gingillino. In gravità dell'aurea concione messer Fabbricalasino si roga capo Arruffacervelli; e un zibaldone
di cancellieri e di bidelli in toga gli fa ghirlanda intorno al seggiolone, e di quell'ateneo la sinagoga, che in lucco nero, a rigor di vocabolo,
parea di piattoloni un conciliabolo. Chi brontola, chi tosse e chi sbadiglia, chi ride del dottore e chi del frate, che ansando e declamando a tutta briglia,
con salti e con rettoriche gambate circonda il caro alunno e l'appariglia alle celebrità più celebrate, calandosi a concluder finalmente
di dotta carità tutto rovente: — Vattene, figlio, del bel numer'uno de' giovani posati e obbedienti, oh vattene digiuno
di ragazzate, di divertimenti, di pipe, di biliardi, d'osterie, di barbe lunghe e d'altre porcherie. O benedetto te, che dalla culla
se' stato savio di dentro e di fuori; che non hai fatto nulla senza il permesso de' superiori, sempre abbassando la ragione e l'estro,
sempre pensando a modo del maestro! Salve, o raro intelletto, o cor leale, che d'una fogna d'empi e d'arroganti te n'esci tale e quale,
esci come venisti, e tiri avanti; vattene al premio che s'aspetta al giusto, della gran soma dottorale onusto. Comincia coll'esempio e coll'inchiostro
a difender l'altare a destra mano, ed a mancina il nostro dolce, amorevolissimo Sovrano: vattene, agnello pieno di talento,
caro al presepio e al capo dell'armento —. All'apostrofe barocca che con grande escandescenza esalava dalla bocca
di quel mostro d'eloquenza, Gingillino andato in gloria se n'uscìa gonfio di boria dal chiarissimo concilio
colla zucca in visibilio. Sulla porta un capannello d'onestissimi svagati, un po' lesti di cervello,
e perciò scomunicati, con un piglio scolaresco salutandolo in bernesco, gli si mosser dietro dietro
canticchiando in questo metro: — Tibi quoque, tibi quoque è concessa facoltà di potere in iure utroque
gingillar l'umanità. La mania di sere Imbroglia, che nel cranio ti gorgoglia, ti rialza fuor di squadro
il bernoccolo del ladro. Che ti resta, che ti resta d'uno sgobbo inconcludente in quel nòcciolo di testa,
sepoltura della mente? Ma se l'anima di stoppa se n'è tinta per la groppa, tanto basta, tanto basta
per ficcar le mani in pasta. Infilando la giornea d'avvocato o di notaio, che t'importa la nomea
se t'accomodi il fornaio? Tu se' nato a fare il bracco, il giannizzero, il cosacco, e compensi il capo corto
coll'andare a collo torto. O pinzochero fiscale, ti si legge chiaro in viso che galoppi al tribunale
per la via del Paradiso; e di più c'è stato detto che lavori di soffietto, devotissimo ab antico
dell'apostolo dal fico. Ma quel Giuda era un buffone, un vilissimo figuro: tu vincendo il paragone
mostrerai che a muso duro si può vendere un Messia, senza far la scioccheria di morire a gozzo stretto
e di rendere il sacchetto —.
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