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1809–1850

GLI UMANITARI

Giuseppe Giusti

Ecco il Genio umanitario che del mondo stazionario unge le carrucole. Per finir la vecchia lite

tra noi, bestie incivilite sempre un po' selvatiche, coll'idea d'essere Orfeo vuol mestare in un cibreo

l'universo e reliqua. Al ronzio di quella lira ci uniremo, gira gira, tutti in un gomitolo.

Varietà d'usi e di clima le son fisime di prima; è mutata l'aria. I deserti, i monti, i mari,

son confini da lunari, sogni di geografi. Col vapore e coi palloni troveremo gli scorcioni

anco nelle nuvole; ogni tanto, se ci pare, scapperemo a desinare sotto, qui agli antipodi;

e ne' gemini emisferi ci uniremo bianchi e neri: bene! che bei posteri! Nascerà di cani e gatti

una razza di mulatti proprio in corpo e in anima. La scacchiera d'Arlecchino sarà il nostro figurino,

simbolo dell'indole. (Già per questo il Gran Sultano fe' la giubba al Mussulmano a coda di rondine!).

Bel gabbione di fratelli! di tirarci pe' capelli smetteremo all'ultimo. Sarà inutile il cannone;

morirem d'indigestione, anzi di nullaggine. La fiaccona generale per la storia universale

farà molto comodo. Io non so se il regno umano deve aver Papa e Sovrano: ma se ci hanno a essere,

il Monarca sarà probo e discreto: un re del globo saprà star ne' limiti. Ed il capo della fede?

Consoliamoci, si crede che sarà cattolico. Finirà, se Dio lo vuole, questa guerra di parole,

guerra da pettegoli. Finirà: sarà parlata una lingua mescolata, tutta frasi aeree;

e già già da certi tali nei poemi e nei giornali si comincia a scrivere. Il puntiglio discortese

di tener dal suo paese, sparirà tra gli uomini. Lo chez–nous d'un vagabondo vorrà dire: in questo mondo,

non a casa al diavolo. Tu, gelosa ipocondria, che m'inchiodi a casa mia, escimi dal fegato;

e tu pur chetati, o Musa, che mi secchi colla scusa dell'amor di patria. Son figliuol dell'universo

e mi sembra tempo perso scriver per l'Italia. Cari miei concittadini, non prendiamo per confini

l'Alpi e la Sicilia. S'ha da star qui rattrappiti sul terren che ci ha nutriti? O che siamo cavoli?

Qua e là nascere adesso, figuratevi, è lo stesso: io mi credo Tartaro. Perché far razza tra noi?

Non è scrupolo da voi: abbracciamo i barbari! Un pensier cosmopolita ci moltiplichi la vita,

e ci slarghi il cranio. Il cuor nostro accartocciato, nel sentirsi dilatato, cesserà di battere.

Così sia: certe battute fanno male alla salute; ci è da dare in tisico. Su venite, io sto per uno;

son di tutti e di nessuno; non mi vo' confondere. Nella gran cittadinanza, picchia e mena, ho la speranza

di veder le scimmie. Sì sì, tutto un zibaldone: alla barba di Platone ecco la Repubblica!

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