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1809–1850

GITA DA FIRENZE A MONTECATINI

Giuseppe Giusti

Sai che l'uomo propone e Dio dispone, come dice il proverbio (uno de' mille che il popolo non sa d'avere in bocca; e li regala a noi, gente d'accatto,

pronta a farsene bella): avea promesso venire a Siena da Firenze, e teco chiudermi in villa, a succhiellar l'ottobre tranquillamente. Che ne dici? All'ergo

d'incamminarmi per Porta Romana, mi prese un dirizzone e venni a casa. Se me ne chiedi la ragione, è detta in due parole: Son figliuolo! Ho visto,

tutte le volte che di qua mi parto, pianger mia madre e mio padre e lagnarsi di rimanere a tavola a quattr'occhi; mentre Ildegonda, la sorella mia,

si maritò lontana ottanta miglia, e me, puntello della casa Giusti, principe nato a ereditare il trono delle noie domestiche e de' saldi,

o l'uggia, o gl'intestini, o il mal de' nervi spingono in giro come un arcolaio, nove, un anno per l'altro, e dieci mesi. Solita fine de' nostri e di noi!

Essi ci dànno la vita, ci dànno lume, soccorso, danaro, felici di contentarci, di vederci entrare e star a garbo in un mondo sgarbato,

che duramente poi ci ruba a loro e mai del loro amor non ci compensa! Torno al viaggio, e come fece Flacco del suo da Roma a Brindisi (quel Flacco

che di sommo maestro e sommo porco fra' poeti di Corte ha la corona), te ne racconto i minimi accidenti per celia; per veder se li so dire

senza le gretterie de' mestieranti. Venni per Diligenza, o se tu vuoi in uno di quei trespoli ritinti e battezzati poi per diligenze;

nome francese, che con altri mille portati qua dagli usi oltramontani, cittadinanza dalla Crusca aspetta; e l'otterrà; ché il cambio delle voci

fra gente e gente, come l'ombra al corpo, tien dietro al cambio delle cose umane; né straniero vocabolo corrompe l'intrinseca virtù d'una favella,

quando lo stile riman paesano, quando il campo de' versi e delle prose non è pestato vandalicamente dai nostri poliglotti...

grammatici di sarti e di stallieri. Al contrattar de' posti, un certo arnese incavernato in fondo a uno stambugio, e che pareva un ràgnolo, o il Minosse

(come direbbe un Arcade buon'anima) de' mezzani di ruote, assicurava, sulla santa onestà di casa sua, che comodo, pulito, ottimo il legno,

lesti i polledri e più che galantuomo il vetturino, ci avrebbe in tre ore sbarcati al posto. Ed eccoti la biga ch'avea figura d'una cazzarola,

con due cavalli, anzi due cavallette di quelle di Mosè là dell'Egitto, che della pena di lasciar la stalla ansavan come mantici. Piovuto

dalla croce sinistra del Calvario credei lo sciamannato Automedonte frusta–carogne; ma il cappello torto, la ghigna, il pelo, il sigaro e il mal garbo

mascheravan da birba un briacone buon diavolaccio. Cinquanta facchini, cosacchi di Dogana e d'osteria, s'avventarono addosso alle valige;

e caricando, inzeppando, legando, accatastando il misero bagaglio, s'urtano e si scanagliano tra loro, con fitta ortografia di giurammii

nuovi, arditi, da far testo di lingua. Indugiammo, pagammo, contrastammo, poi c'infilammo dentro per la cruna d'uno sportello, che non vi fu cristi

che stesse mai né aperto né serrato. M'era compagno un Potestà, Pilato d'un paesuccio di questi contorni, che venuto a seccare il Presidente

per crescita di paga, o per mutarsi a birreggiare in un altro pollaio, se ne tornava colle tasche piene dei soliti vedremo, penseremo,

(verso che ho speso già nel Gingillino). Era seco la moglie: una figura tra le due selle, né bella né brutta, né giovane né vecchia, e riportava

alla Potesteria grave tesoro di fagotti e di scatole, con dentro cuffie, ciarpe, cappelli e vestitini, da fare invidia a quante bottegaie

vanno la festa alla messa cantata. Accanto a me, dal lato delle brenne, una povera donna montanina lieta recava al petto un trovatello

preso là nel buglione, ove s'insacca dal matrimonio e dallo stupro a gara, o legittima o no, l'umana carne. Oh benedetta, miseri innocenti,

la pubblica pietà che vi ricovra nudi, piangenti, abbandonati! A voi il casto grembo della cara madre e del tetto paterno il santo asilo

che dà l'essere intero, e dolcemente l'animo leva a dignità di vita, error, vergogna, delitto e miseria chiude per sempre! Crescerete soli,

soli all'affetto e malsecuri in terra; al disamor di genitori ignoti, come la pianta che non ha radice, maledicendo! — Prendemmo le mosse

con un chiocco di frusta e un gran sagrato che tuonò da cassetta: e allor tra noi strimizziti in quel bugno, incominciò un incrociar di gambe, un tramenio

di pastrani, di scialli e d'altri cenci, e un baratto di scuse e di lamenti, e di profferte fatte a mal di cuore. Parlai col Potestà del più e del meno,

e ci tastammo reciprocamente, egli su i liberali, io sulle spie. Conobbi al fin de' conti esser costui uno dei tanti che, posti a ciucare

sotto un governo di scrivani, tirano a dare un colpo al cerchio, uno alla botte e a morir giubbilati e pensionati: chi casca casca, e rimanga chi vuole:

esso, dal canto suo, sentì l'umore o lo sapeva: in somma delle somme, io rispettai l'impiego, esso l'Italia, e passammo la strada in santa pace.

Giunti al Poggio a Caiano, un brulichio di livree, di galloni e di soldati segno ci fu che fosse Su' Altezza passato in villa e a rimettersi in gamba

dalle paralisie governative. Lì m'aocchiò di volo un segretario di quelli da campagna, e dal cancello ratto mi salutò con quel saluto

dell'uom che dice: guardami, e va via. Andai. La grave nebbia che ponzava fino dall'alba, incominciò di vena a liquefarsi in lentissima pioggia,

fredda, spessa, minuta, come quella che cade al mesto cader delle foglie, e si suol dire che gabba il villano; e a me che soffro di paturne, e un suono,

un detto, un cenno, un variar di cielo rivocano alla mente i casi andati, quel piover lento ricordò la stanza ov'io là nell'autunno i dì piovosi

rallegrava con te, sacro Alighieri, con te che le toscane corde armasti, e suon rendesti alla romana lira che per lungo silenzio parea fioca:

ma più alto d'Omero, e più di quello che ti fu guida giù nel cieco mondo e sul pel monte che l'anime cura, non tanto il forte immaginar ti leva

e l'impeto di larga onda vocale, quanto la nuova, che da Dio ti venne, luce intellettual piena d'amore, e ti rapì dal senso al primo vero,

all'eterno dal tempo. Oh, come allora m'inebriasti della tua parola! Come l'ingegno incerto illuminasti! Teco il solingo amante onde a Valchiusa

manda sospiri ogni anima gentile; e teco era colui che di portenti e di sogni e di fole empì le carte a perigliosi voli affaticando

mirabilmente l'italica musa. La vereconda, nell'ardita foga scompose i veli e palpitò sovente della caduta: e poi ch'ebbe condotto

per man Torquato a più battuta cima, sazia cessò molt'anni e si nascose. La Potestessa, invece, a intorbidarsi, a fare un viso di dolor di corpo,

a guardar fuori per aria, e contare le nuvole e le gocciole, e pregarci di gridar, ferma, e chiedere se bene erano assicurati, eran coperti

i bauli, le scatole, i fagotti dietro, sopra e davanti. E il vetturino e noi tre (il Potestà, la balia ed io) a consolarla, a dire, a spolmonarci

che tutto era tappato, arcisicuro, che nemmeno il diluvio universale le avrebbe fatto l'avaria d'un nastro. Fiato perduto; quanta fu la via,

un muso, un fiotto, una continua smania. E siccome la donna è timorata, ossia fa bestemmiare e non bestemmia, rispettato Messer Domine Dio,

se la prese col tempo, colle miglia, con sé, colle carogne e col marito, che un po' rideva, e un po' scoteva il capo. Intanto quella rozza montagnola

che traboccava di latte e sentìa del colmo petto il pondo e le punture, allettava alla poppa il bambinello, che nato il giorno innanzi, ancor capace

delle mamme non era. Ed essa, fatta dell'indice e del medio una forcella, tenea schiusi i labbruzzi all'inesperto e l'accostava al seno e lo ninnava,

con baci e baci, come fosse suo. Quel dolce atto amoroso, a me sì caro e al Potestà, parea che stomacasse la vana femminuccia imbestialita

per l'eleganze sue pericolanti. Qui, per modo di dire, al pover'uomo chiesi se avea figliuoli; e la signora: — No, grazie a Dio. — Sorrisi amaramente:

nessun fiatò; la contadina intese. Così Pistoia, tra l'acqua e la mota, la sconquassata diligenza varca, lenta scricchiando e tentennando, al passo

di certi serenissimi Governi, e ci depone a un trivio. Alla sua strada la balia se ne va colla vettura, dormendole sul braccio il dolce peso;

il Potestà per una via traversa mena la moglie al covo; io per un'altra cavalco al mio pinnacolo, con sotto una sella da farci i semicupi

e un Brigliadoro che gira il frantoio, fratello nato di quegli altri due. Mi segue un contadin di fattoria che mi discorre d'olio e di bestiame

e mi domanda quando piglio moglie; sfruconandomi dietro il palafreno e ansimando su su per la salita con un sacco in ispalla, ove son chiusi

Dante, Virgilio, Giovenale, un rotolo di fogli rabescati, un libricciolo di mezza serqua di sonetti, dono d'un manescalco del cavallo alato.

E con questi altri arnesi alla rinfusa giubbe, panciotti, pantaloni e guanti, come conviensi a un animale anfibio tra la dottrina e la galanteria.

Su su, su su, mi trovo scaricato nelle braccia dei miei: poi sul guanciale che da tant'anni sa d'un capo infermo le vespe, i grilli, i nodi e le girelle:

e fortuna per me che non le dice! Quassù, leggo, girandolo, mi fermo, estatico dall'alto ai colpi d'occhio, colla testa lì meco, o chi sa dove;

e a volte penso, rumino, almanacco viaggi, amori e versi come questi; o mi figuro di starmi con voi a dire a mente le mie bizzarrie,

a riandar le classiche bellezze, a passeggiare, a disputar del Papa, spiraglio aperto in barba a Metternicche.

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