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1809–1850

BRINDISI

Giuseppe Giusti

Amici, a crapula non ci ha chiamati uno dei soliti ricchi annoiati,

che per grandigia sprecando inviti, gonfia agli applausi de' parasiti.

A diplomatica mensa non siamo d'un Giuda in carica che getti l'amo,

e tra gl'intingoli e tra i bicchieri in pro de' Vandali peschi i pensieri.

Ma un capo armonico, volendo a cena una combriccola di gente amena,

s'è messo in animo di sceglier noi di mezza taglia, compagni suoi;

razza burlevole che non dà retta ai gravi ninnoli dell'etichetta.

Difatti esilia da questa stanza la parte mimica dell'eleganza;

né per mobilia si pianta allato tanto la seggiola che il convitato.

Non ci solletica con cibi strani, sì che lo stomaco senta domani

fastidio insolito di stare in briglia nell'ordinario della famiglia.

Non ci abbarbaglia coll'apparecchio, perché del pubblico s'empia l'orecchio,

sulle stoviglie, sul vasellame, d'un panegirico nato di fame.

Queste son misere ambizioncine di teste anomale e piccinine,

che nel silenzio d'un nome nullo, per fare strepito fanno il Lucullo;

sono ammennicoli e spampanate di certe anonime birbe dorate,

che tra noi ronzano alla giornata come gli opuscoli di falsa data;

e così tentano turar la bocca sopra un'origine lercia o pitocca.

Oppur son cabale da rifiniti, che alla vigilia d'andar falliti,

si dànno l'aria dell'uomo grande, che ha l'oro a staia, che spende e spande.

Qui non si veggono fin sulla scala tappeti, fronzoli, livree di gala;

né di risparmio bizzarro impasto sotto i magnifici fumi del fasto.

Immaginatevi passar via via lanterna magica di piatteria,

per cui s'annosano arrosto e vino, mostrato in copia, dato a miccino.

Qui non ci decima sempre il migliore il sotterfugio d'un servitore,

che d'oro luccichi le spalle e il petto, e di panatica viva a stecchetto.

Di qui non tornano polli in cucina buoni a rifriggersi per domattina;

ma i piatti girano tre volte almeno; non si può muovere chi non è pieno;

e tutti asciugano bottiglie a scialo, senza battesimo, né prese a calo,

che vanno e vengono sempre stappate, e si licenziano capivoltate.

Ecco un'immagine pretta e reale del fare omerico, patriarcale;

ecco la satira chiara e lampante d'un pranzo funebre detto elegante,

ove si cozzano piatti e bicchieri in un mortorio di ghiotti seri;

e lì, tra gli abiti e i complimenti, l'imbroglio, il tedio t'allega i denti;

o ti ci ficcano così pigiato, che senza gomiti bevi impiccato.

A un tratto simile di cortesia, risponda un brindisi pien d'allegria,

ma schietto e libero, sì che al padrone non mandi l'alito dello scroccone.

Adesso in circolo diamo un'occhiata, tastando il debole della brigata.

Siam tutti giovani, e, grazie al cielo, in corpo e in anima tutti d'un pelo;

tutti di lettere infarinati; tutti all'unisono per tutti i lati.

Se come Socrate talun qui pensa in accademia mutar la mensa,

siam tutti all'ordine, al suo comando tagliati a ridere moralizzando.

Ma sulla cattedra resti ogni lite di metafisiche gare sciapite;

fuori il puntiglio, fuori il vanume, fuori il chiarissimo pettegolume.

Un basso strepito si sa per prova che il tempo lascia come lo trova;

e in vil ricambio di fango o incenso, vi giuoca a scapito fama e buon senso.

Se poi v'accomoda o male o bene, dire in disordine quel che vien viene,

zitte le ciniche baie all'ingrosso, che a tutti trinciano la giubba addosso;

zitto l'equivoco da Stenterello, che sa di bettola e di bordello.

Facciam repubblica senza licenza; nessun ci addebiti di maldicenza;

e tra le celie del lieto umore, tutti si scottino, meno il pudore.

Se nelle lepide gare d'ingegno Tizio o Sempronio dà più nel segno;

se a fin di tavola e a naso rosso una facezia v'arriva all'osso;

non fate broncio come taluno, che, se nel muoversi lo tocca un pruno,

soffia, s'inalbera e si scorruccia, e per cornaggine si rincantuccia.

È vero indizio di testa secca, quando la boria ti fa cilecca,

buttarsi al serio dietro un ripicco nato da stimolo di fare spicco.

Certa lunatica stiticheria copra l'invidia di vecchia arpia,

che in mezzo secolo non s'è cavata nemmen la smania d'esser tentata,

e nella noia di quattro mura si tappa al vizio che non la cura;

o giovi ai Satrapi, che stanno in tuono, e nel bisbetico cercano il buono.

Con dommi stitici da veri monchi, la via s'impacciano di mille bronchi,

e si confiscano i cinque sensi, vivendo a macchina come melensi.

Come? un ascetico di cuore eunuco, in dormiveglia tra il santo e il ciuco,

scomunicandoci l'umor giocondo, vorrà rimettere le brache al mondo?

Oh, senza storie tanto noiose, i savi cingono bontà di rose;

e praticandola cortese e piana, la fanno agevole e popolana.

All'uomo ingenuo non fa lusinga certa selvatica virtù solinga,

virtù da istrice, che, stuzzicato, si raggomitola di punte armato.

Lasciamo i ruvidi, che a grugno stufo la gente scansano facendo il gufo,

chiusi al contagio del mondo infetto di se medesimi nel lazzeretto.

Noi, nati a starcene fuor del deserto, tra i nostri simili col cuore aperto,

tiriamo a vivere da buona gente, raddirizzandoci piacevolmente.

Qui l'amor proprio sia cieco e sordo; qui punzecchiamoci tutti d'accordo;

e senza collera né grinta tosta, facciamo a dircele botta e risposta.

Meglio alla libera buttarle fuori, che giù nel fegato covar rancori;

falsare un animo meschino o reo, sotto l'alchimia del galateo.

Ai galantuomini non fa paura una reciproca gaia censura.

All'amichevole burlarsi un poco, fa pro, solletica, riesce un gioco;

e quel sentirsele dire in presenza, prova l'orecchio della coscienza.

Ma già le snocciola come le sente tanto la Camera che il Presidente;

già della chiacchiera l'estro s'infiamma; sento l'aculeo dell'epigramma;

gli atleti s'armano tutti a duello: guai alle costole di questo e quello.

Bravi! la gioia che qui sfavilla del fluido elettrico par la scintilla,

che dal suo carcere appena mossa, il primo e l'ultimo sente la scossa.

Via, ricordiamoci di fare in modo che il dire e il bevere non faccia nodo;

e, se ci pencola sotto il terreno, rimanga in bilico la testa almeno.

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