Skip to content
1809–1850

APOLOGIA DEL LOTTO

Giuseppe Giusti

Don Luca, uom rotto, ma onesto piovano, ha un odio col lotto non troppo cristiano;

e roba da cani dicendo a chi gioca, trastulla coll'oca i suoi popolani.

Don Luca davvero è un gran galantuomo, migliore del clero che bazzica in dòmo

ma è troppo esaltato, e crede che tocchi ai preti aprir gli occhi al mondo gabbato.

In oggi educare, o almeno far vista, è moda; il collare doventa utopista:

e ognuno si scapa a far de' lunari, guastando gli affari del trono e del Papa.

Il giuoco in complesso è un vizio bestiale, ma il lotto in se stesso ha un che di morale;

ci avvezza indovini, pietosi di cuore; doventi un signore con pochi quattrini.

Moltiplica i lumi, divaga la fame, pulisce i costumi del basso bestiame.

Di fatto lo Stato, non punto corrivo, se fosse nocivo l'avrebbe vietato.

Lasciate, balordi, che il lotto si spanda, che Roma gli accordi la sua propaganda;

si gridi per via: «Cristiani, un bel terno!»; s'aiuti il governo nell'opera pia.

Di Grecia, di Roma i regi sapienti piantavan la soma secondo le genti;

e a norma del vizio il morso e lo sprone; che brave persone! che re di giudizio!

Con aspri precetti Licurgo severo corrèsse i difetti del Greco leggiero;

e Numa con arte di santa impostura la buccia un po' dura del popol di Marte.

O tisici servi dal cor di coniglio, un savio consiglio vi fodera i nervi;

un tempo corrotto, perduta ogni fede, è gala se crede nel giuoco del lotto.

Lasciate giuocare messer Galileo; al verbo pensare non v'è giubileo.

Studiar l'infinito! che gusto imbecille! Se fo le sibille non sono inquisito.

Un giuoco sì bello bilancia il Vangelo, e mette a duello l'inferno col cielo;

se il diavolo è astratto, un'anima pia implora l'estratto coll'Ave Maria.

Per dote sperata da pigra quintina la serva piccata fa vento in cucina.

La pappa condita cogli ambi sognati sostenta la vita di mille affamati.

Se passa la bara, del morto, ogni cosa domandano a gara: o gente pietosa!

Eh! un popol di scettici non piange disgrazie, ma giuoca le crazie su i colpi apoplettici.

Se suonano a gogna ci vedi la piena; ma in quella vergogna si specchia e si frena?

Nel braccio ti dà la donna vicina, e dice: — Berlina, che numero fa? —

Ah! viva la legge che il lotto mantiene: il capo del gregge ci vuole un gran bene;

i mali, i bisogni degli asini vede, e al fieno provvede col libro dei sogni.

Chi trovasi al verde l'ascriva a suo danno; lo Stato ci perde, e tutti lo sanno.

Lo stesso piovano in fondo è convinto che a volte ci ha vinto perfino il Sovrano.

Contento del mio, né punto né poco, per grazia di Dio, m'importa del giuoco.

Ma certo, se un giorno mi cresce la spesa, galoppo all'impresa e strappo uno storno.

Cookies on Poetry Cove

We use cookies to remember your language preference and — only with your consent — to learn how Poetry Cove is used. You can change your mind any time.
APOLOGIA DEL LOTTO · Giuseppe Giusti · Poetry Cove