Su, Don Abbondio, è morto Don Rodrigo! Sbuca dal guscio delle tue paure: è morto, è morto: non temer castigo, dèstati pure.
Scosso dal Limbo degl'ignoti automi, corri a gridare in mezzo al viavai, popolo e libertà, cogli altri nomi, seppur li sai.
Ma già corresti: ti vedemmo a sera tra gente e gente entrato in comitiva, e seguendo alla coda una bandiera biasciare evviva.
Cresciuta l'onda cittadina, e visto popolo e Re festante e rimpaciato, e la spia moribonda, e al birro tristo mancare il fiato;
tu, sciolto dall'ingenito tremore, saltasti in capofila a far subbuglio, matto tra i savi, e ti facesti onore del sol di luglio.
Bravo! coraggio! Il tempo dà consiglio: consìgliati col tempo all'occasione: ma intanto che può fare anco il coniglio cuor di leone,
fìccati, Abbondio; e al popolo ammirato di te, che armeggi e fai tanto baccano, urla che fosti, ancor da sotterrato, repubblicano.
Voi, liberali, che per anni ed anni alimentaste il fitto degli orecchi, largo a' molluschi! e andate co' tiranni tra i ferri vecchi.
A questo fungo di settembre, a questa civica larva sfarfallata d'ora, si schioda il labbro e gli ribolle in testa libera gora.
Già già con piglio d'orator baccante sta d'un caffè, tiranno alla tribuna; già la canèa de' botoli arrogante scioglie e raguna.
Briaco di gazzette improvvisate, pazzi assiomi di governo sputa sulle attonite zucche, erba d'estate che il verno muta.
scoppiano intorno; e altèra in baffi sconci succhia la patriottica Babelle sigari e ponci. Dall'un de' canti, un'ombra ignota e sola
tien l'occhio al conventicolo arruffato, e vagheggia il futuro, e si consola del pan scemato. Stolta! se v'ha talun che qui rinnova
l'orge scomposte di confusa Tebe, popol non è che sorga a vita nuova; è poca plebe. È poca plebe: e d'oro e di penuria
sorge, a guerra di cenci e di gallone: Censo e Banca ne dà, Parnaso e Curia, Trivio e Blasone. È poca plebe: e prode di garrito,
prode di boria e d'ozio e d'ogni lezzo, il maestoso italico convito desta a ribrezzo. Se il fuoco tace, torpida s'avvalla
al fondo, e i giorni in vanità consuma; se ribollono i tempi, eccola a galla, sordida schiuma. Lieve all'amor e all'odio, oggi t'inalza
de' primi onori sull'ara eminente, doman t'aborre, e nel fango ti sbalza, sempre demente. Invano, invano in lei pone speranza
la sconsolata gelosia del Norde. Di veri prodi eletta figliolanza sorge concorde, e di virtù, d'imprese alte e leggiadre
l'Italia affida: carità la sprona di ricomporre alla dolente madre la sua corona. O popol vero, o d'opre e di costume
specchio a tutte le plebi in tutti i tempi, lèvati in alto, e lascia al bastardume gli stolti esempi. Tu modesto, tu pio, tu solo nato
libero, tra licenza e tirannia, al volgo in furia e al volgo impastoiato segna la via.
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