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1809–1850

A UN AMICO

Giuseppe Giusti

Momo s'è dato al serio; e, di lingua maledica, oggi gratta il salterio, o, se corregge, predica.

Cede il riso al dolore, lo scherzo al piagnisteo; doventa il malumore legge di Galateo.

Pasciuto Geremia, malinconicamente sbadiglia in elegia gii affanni che non sente;

anelano al martirio mille caricature, vendendone il delirio in bibliche freddure.

Le sante ipocrisie, gl'inni falsificati eran cabale pie di monache e di frati;

il frate ora è tarpato, ma dall'Alpi a Palermo Apollo tonsurato insegna il cantofermo.

Velati tutti quanti di falsa superficie, vedrai diavoli e santi che appestan di vernice.

Ognun del pari ostenta bestemmie e miserere: tutto, tutto doventa arte di non parere.

Secolo anfibio, inetto al vizio e alla virtù, dal «viva Maometto» torna al «viva Gesù».

Ma, sempre puzzolente di baro e d'assassino, fuma all'Onnipotente l'avanzo di Caino.

Vedi che laida guerra, che matassa d'inganni! Si campa sulla terra col baratto dei panni:

l'asino butta via il basto per la sella, si vende per Messia chi nacque Pulcinella.

Predica in frase umana la fede, la speranza, la carità cristiana; ma non la tolleranza.

Difatto a tempo e luogo, questo fior dei credenti se non t'accende il rogo, ti bacerà co' denti.

Amico, il mio pianeta mi vuol caratterista: sebbene oggi il poeta si mascheri a salmista,

io la mia parte buffa recito, né dò retta a chi la penna tuffa nell'acqua benedetta.

E ruminando spesso de' tempi miei la storia, fo dentro di me stesso questa giaculatoria:

— Degnatevi, o Signore, d'illuminar la gente sui bindoli di cuore, teologi di mente.

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