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1809–1850

A SAN GIOVANNI

Giuseppe Giusti

In grazia della zecca fiorentina che vi pianta a sedere in un ruspone, o san Giovanni, ogni fedel minchione a voi s'inchina.

Per voi sconvolto il mondo e indiavolato s'agita come mare in gran burrasca: il vostro aureo vapor giù dalla tasca dello scapato

sgorga in pioggia continua, feconda al baro, al sarto, a epicureo vivaio e s'impaluda in man dell'usuraio pestifer'onda.

Dal turbante invocato e dalla stola siete del pari: ai santi, ai birichini, ai birri smessi, quondam giacobini, voi fate gola.

Gridano: Ave spes unica! in un coro a voi scontisti, bindoli e sensali, a voi per cui cancellan le cambiali il libro d'oro.

Vecchia e novizia deità, che il callo ha già sul core e pudicizia ostenta, perde le rose e itterica doventa del vostro giallo.

Il tribuno che tiene un piede in Francia, l'altro a Modena, e sia tra due sospeso, alza ed abbassa al vostro contrappeso la rea bilancia.

Voi, ridotto a trar sangue da una rapa, dal giorno che impegnò la navicella, chiama al deserto della sua scarsella perfino il Papa.

Salve, o bel conio, al secolo mercante polare stella! Ippocrate, il giornale, e la monomania trascendentale filosofante,

e prete Apollo in maschera, che predica, sempre pagano, sull'arpa idumea, fidano in te, ponsando diarrea enciclopedica.

Oh mondo, mondo! oh gabbia d'armeggioni, di grulli, di sonnambuli e d'avari; i pochi che per te fan de' lunari son pur minchioni!

Non delle sfere l'armonia ti guida, ma il magnetico suon delle monete. Francia s'arruffa intanto nella rete del birro Mida.

Sostien l'amico con un laccio al collo Anglia con fede che la greca ecclissa; lacera il Belgio la volpina rissa d'un protocollo.

In furor di cannibali si cangia lo scisma ibero che se stesso annienta; cannibale peggiore or lo fomenta, poi se lo mangia.

Sognan d'Italia i popoli condotti con sette fila in cieco laberinto: giocano i re per arte e per istinto ai bussolotti.

Se l'inumana umanità si spolpa, se a conti fatti gli asini siam noi, caro Giovanni, un Santo come voi n'avrà la colpa?

Colpa è di questi figli del demonio che giran per le tasche a voi confusi, di cui vedete le sentenze e i musi brillar nel conio:

colpa di moltitudine che anela far da leon col core impecorito; falsificando il cuoio ed il ruggito sbadiglia e bela.

Che dico mai? Di scettri e candelieri a questa gente non importa un ette: tribune invade e cattedre e gazzette furor di zeri.

Guerra non è di popoli e sovrani, è guerra di chi compra e di chi vende: e il moralista addirizzar pretende le gambe ai cani?

Ah! predicar la Bibbia o l'Alcorano, san Giovanni mio caro, è tempo perso: mostrateci la borsa, e l'universo sarà cristiano.

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