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1809–1850

A RADESCHI

Giuseppe Giusti

Oh mio Poerio! O dolce amico! Appena il veneto leone antico

ruppe i silenzi del curvo lito, ti crebbe l'animo del suo ruggito.

Non ti ritennero le forze affrante, i lieti studi, la madre amante.

Là per la patria lasciasti l'ossa, e doppio lauro t'ornò la fossa.

Della vittoria le nostre genti quel dì mandarono inni e lamenti;

quel dì sull'Adria calossi a volo di santi spiriti giovine stuolo;

di santi spiriti, che mesto e lieto, cadendo, fecero Arno e Sebeto,

quando l'attonito spettro d'Armino riscosse il fulmine del ciel latino.

In man recavano l'eterna fronde colta del Mincio là sulle sponde;

e circuivano l'amato letto, e ti baciavano la fronte e il petto;

e sciolta l'anima dal corpo anelo, teco ripresero la via del cielo.

Oh! se l'esempio non cada indarno; se un giorno il Tevere la Dora e l'Arno,

e l'onde sicule, in sé rubelle, concordi uniscano l'onde sorelle!

Ecco la collera di Dio discende: vecchio, riscuotiti, leva le tende!

Fuggi, t'incalzano cavalli e fanti: via dall'Italia, ladroni erranti!

Chi sa? nell'ultima ora pentito, quando il presagio dell'infinito

balena all'anima sgomenta e sola, che al suo principio nuda rivola;

forse una lacrima sui nostri guai, feroce vecchio, versar dovrai.

Avrai, carnefice, la morte allato, di tante vittime più sconsolato.

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