Oh mio Poerio!
O dolce amico!
Appena il veneto
leone antico
ruppe i silenzi
del curvo lito,
ti crebbe l'animo
del suo ruggito.
Non ti ritennero
le forze affrante,
i lieti studi,
la madre amante.
Là per la patria
lasciasti l'ossa,
e doppio lauro
t'ornò la fossa.
Della vittoria
le nostre genti
quel dì mandarono
inni e lamenti;
quel dì sull'Adria
calossi a volo
di santi spiriti
giovine stuolo;
di santi spiriti,
che mesto e lieto,
cadendo, fecero
Arno e Sebeto,
quando l'attonito
spettro d'Armino
riscosse il fulmine
del ciel latino.
In man recavano
l'eterna fronde
colta del Mincio
là sulle sponde;
e circuivano
l'amato letto,
e ti baciavano
la fronte e il petto;
e sciolta l'anima
dal corpo anelo,
teco ripresero
la via del cielo.
Oh! se l'esempio
non cada indarno;
se un giorno il Tevere
la Dora e l'Arno,
e l'onde sicule,
in sé rubelle,
concordi uniscano
l'onde sorelle!
Ecco la collera
di Dio discende:
vecchio, riscuotiti,
leva le tende!
Fuggi, t'incalzano
cavalli e fanti:
via dall'Italia,
ladroni erranti!
Chi sa? nell'ultima
ora pentito,
quando il presagio
dell'infinito
balena all'anima
sgomenta e sola,
che al suo principio
nuda rivola;
forse una lacrima
sui nostri guai,
feroce vecchio,
versar dovrai.
Avrai, carnefice,
la morte allato,
di tante vittime
più sconsolato.