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1809–1850

A GIROLAMO TOMMASI

Giuseppe Giusti

Girolamo, il mestier facile e piano che gl'insegnò natura ognun rinnega e vuol nei ferri dell'altrui bottega spellar la mano;

ognuno in gergo a scrivacchiar s'è messo sogni accattati, affetti che non sente, settario adulator della corrente o di se stesso.

In due scuole vaneggia il popol dotto: la vecchia, al vero il torbo occhio rifiuta; la nuova, il letterario abito muta come il panciotto.

Di qua, cervel digiuno in una testa di stoppa enciclopedica imbottita, d'uscir del guscio e d'ingollar la vita furia indigesta;

calvo Apollo di là trotta alla zuffa sul Pegaso arrembato e co' frasconi: copre liuti e cetre e colascioni vernice o muffa.

Aggiungi a questo un tirar giù di lerci sonniferi, che il torchio transalpino vomita addosso a noi, del figurino bastardi guerci:

e tosto intenderai come, dal verme di bavose letture allumacato, del genio paesano appena nato raggrinza il germe.

Non tutti il vento forestiero intasa; v'ha chi bee le native aure vitali; ma non è già chi spolvera scaffali tappato in casa;

e sol perché di cronache e leggende e di scene cucite un sudiciume, per carestia, per noia e per costume si compra e vende,

ponsa e s'allenta in pueril conato di storia o d'epopea, tisico a tanto, o sotto il peso di tragico manto casca sfilato;

o briaco di sé scansa la gente, e per il lago del cervello oscuro pescando nel passato e nel futuro perde il presente:

ma quei cui non fann'ombra all'intelletto la paga il boia e gli altri spauracchi; che si misura senz'alzare i tacchi col suo subietto;

che benedice alla nativa zolla, né baratta sapore o si tien basso, se, Dio volendo, invece d'ananasso, nacque cipolla.

Varian le braccia in noi, varia l'ingegno a diversi bisogni accomodato: e trono e forca e seggiola e steccato non fai d'un legno.

Tommasi, l'umor mio tra mesto e lieto sgorga in versi balzani e semiseri: né so piallar la crosta ai miei pensieri, né so star cheto.

Anch'io sbagliai me stesso, e nel bollore degli anni feci il bravo e l'ispirato, e pagando al Petrarca il noviziato belai d'amore;

ma una voce segreta ogni momento, giù dai fondacci della coscienza, mi brontolava in tutta confidenza: «Muta strumento.

Perché temi mostrar la tua figura, se nella giubba altrui non l'hai contratta? Dell'ombra propria, come bestia matta, ti fai paura.

I tuoi concetti, per tradur te stesso, rendi svisati nel prisma dell'arte, e di secondo lume in su le carte torbo reflesso.

L'indole tua così falsificando, se fai d'alchimia intonaco alla pelle, del tempo passerai dalle gabelle di contrabbando?

Scimmia, se gabberai le genti grosse, temi l'orecchio spalancato al vero, che ne' tuoi sforzi dell'inno guerriero sente la tosse.

Chi nacque al passo, e chi nacque alla fuga: invano invano a volgere il molino sforzi la zebra, o a farti il procaccino la tartaruga.

Lascia la tromba e il flauto al polmone di chi c'è nato, o se l'è fitto in testa: tu de' pagliacci all'odierna festa fischia il trescone».

Ed ecco a rompicollo e di sghimbescio svanir le larve della fantasia, e il medaglione dell'ipocrisia vòlto a rovescio.

Come preso all'amor d'una devota, se casca il velo rabescato in coro vedi l'idolo tuo creduto d'oro farsi di mota:

veggo un Michel di Lando, un Masaniello bere al fiasco di Giuda e perder l'erre: Bruto commendatore, e Robespierre frate e bargello,

mirare a tutto e non avere un segno; superbia in riga d'Angelo custode; con convulsa agonia d'oro e di lode spennato ingegno;

un palleggiar di lodi inverecondo; atei–salmisti, Tirtei coll'affanno, e le grinze nel core a ventun anno, lordare il mondo.

Restai di sasso; barattare il viso volli e celare i tratti di famiglia: ma poi l'ira il dolor, la meraviglia si sciolse in riso;

ah, in riso che non passa alla midolla! e mi sento simile al saltambanco, che muor di fame, e in vista ilare e franco trattien la folla.

Beato me, se mai potrò la mente posar quieta in più sereni obietti, e sparger fiori e ricambiare affetti soavemente.

Cessi il mercato reo, cessi la frode, sola cagion di spregio e di rampogna: e il cor rifiuti di comun vergogna misera lode.

Ma fino a tanto che ci sta sul collo, sorga all'infamia dalla nostra voce, di scherno armata e libero e feroce, protesta e bollo.

Come se corri per le gallerie vedi in confuso un barbaglìo di quadri, così falsi profeti e balì ladri, martiri spie,

mercanti e birri in barba liberale, mi frullan per la testa a schiera a schiera: Tommasi, mi ci par l'ultima sera di carnevale.

Ecco i miei personaggi, ecco le scene, e degli scherzi la sorgente prima: se poi m'è dato d'infilar la rima o male o bene,

scrivo per me, scemandomi la noia di questa vita grulla e inconcludente, torpido per natura, e impaziente d'ogni pastoia.

Chi mira al fumo o a quello che si conia, dalle gazzette insegnamenti attinga, e là si stroppi il cranio, o nella stringa del De Colonia;

centoni, fantasie scriva a giornata, venda la bile, il Credo e la parola; mentre gli pianta il còmpito alla gola librajo pirata,

che, avaro e buono a nulla, esige mondi da te che mostri un'oncia di valore; e co' romanzi galvanizza il core de' vagabondi.

Io no: non porterò di Tizio o Caio oltramontane o arcadiche livree, né per lisciarle affogherò l'idee nel calamaio.

Non sarò visto volontario eunuco recidermi il cervel, perch'io disperi la firma d'un Real Castrapensieri birbone e ciuco.

Se posso, al foglio non darò rimate frasi di spugna, o copie, o ipocrisie; né per censura pubblica le mie stizze private.

Ma scrivendo là là, quando mi pare, sulle farse vedute a tempo mio, qualcosa annasperò, se piace a Dio, nel mio volgare.

Laudato sempre sia chi nella bara dal mondo se ne va col suo vestito: muoia pur bestia; se non ha mentito, che bestia rara!

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