Poi che di Cipro il glorioso regno, Spesso vittorioso, alfin fu vinto, E l'ardor de le fiamme e de lo sdegno Non cessò mai, se non dal sangue estinto;
E poi ch'ebbe il furor de' Traci indegno Chi dal ferro campò col ferro avvinto, E per tutto fur membra e mura sparte, Fatto il regno d'Amor campo di Marte;
Mustaffo, il vincitor, pur d'ira avvampa, Perch'altri a l'ira sua schermo non faccia. Possiede il campo, e pur le squadre accampa, E fra gli uccisi ancor morte minaccia.
L'orme nel sangue orribilmente stampa, E, per sangue versar, corpi procaccia; E par si dolga di contraria sorte, Perch'altri col morir sia tolto a morte.
Le mura no, ma le ruine assalta Di sangue il predator stillante e lordo. Muove i sassi e le travi; or sale, or salta, Come dianzi di sangue, or d'oro ingordo.
L'altezze abbassa, e le bassezze esalta, Ai danni è cieco, a le preghiere è sordo; E fra mosse ruine e rotte mura Pur le membra insepolte han sepoltura.
Sorge tempio sublime, in cui si serra Stuol di fedeli, ove timor guidollo. Giunge il nemico, e fa strage, non guerra, Ch'altri adoprano il ferro, ed altri il collo.
La mole, al ciel vicina, or cade a terra, Ch'al tetto ha il foco, ed a le mura ha il crollo. Quivi l'ucciso e l'uccisor vien colto, E chi dà morte altrui, vivo è sepolto.
Il duce, or ch'altro a crudeltà non resta, Nel vinto duce incrudelir s'ingegna: Affissa a un tronco ha l'onorata testa, Di morte empio trofeo, barbara insegna,
E le membra col piè preme e calpesta, E col lacero busto anco si sdegna. Poscia di qua, di là porta girando Col guardo il lampo, e 'l fulmine col brando.
Così talor Megera orrida in vista Il sanguigno flagello inalza e gira, Quando squadra pugnando a squadra è mista E quinci e quindi avvampa il ferro e l'ira.
Ella, che glorie infra le morti acquista, Forza a le destre e sdegno a l'alme inspira, E le campagne fa, crinita d'angue, Biancheggiar d'ossa, e rosseggiar di sangue.
Vittorioso il grido intorno suona, E rispondon vittoria e monti e valli, E con festivo ardor lampeggia e tuona Il rimbombo de' concavi metalli.
Braman guerra però, più che corona, A la voce, al nitrir, genti e cavalli, E di sonore trombe orrido carme Sembra gridar, più che vittoria: A l'arme!
Ma la notte sorgendo in oriente Gli animi acqueta e le campagne adombra. Splendon fiamme festive, e pompa ardente De le tenebre il fosco intorno sgombra.
Qui girevole è il foco, e là sorgente Va sibilando al cielo, e squarcia l'ombra; E sembra, in avventar lampi e fiammelle, La terra al ciel somministrar le stelle.
Già dal notturno oriental soggiorno Coronata di luce esce l'Aurora, Che, assisa in carro di piropi adorno, Lo ciel prima inargenta e poscia indora.
E la stella d'Amor, nunzia del giorno, Suo splendor di pietà tinge e scolora; Ch'oppresso il regno suo scorge, e stillanti Versa dal ciel le sue rugiade in pianti.
Genti a l'opre richiama e navi al lido Di mattutine trombe il rauco suono, Ché, pria che giunga di vittoria il grido Al gran monarca che 'n Bizanzio ha il trono,
Vuol Mustaffo mandar, nunzio più fido, A lui di Cipro le rapine in dono; E vuol che de la Fama ancor le penne Precorra il volo de l'alate antenne.
Muovon le turbe al mar veloci, e gravi Di metalli e di gemme e d'ostro e d'oro, E traggon prede a caricar le navi Di materia superbe e di lavoro.
S'inchinar l'onde, e le robuste travi Sotto il peso anelar d'ampio tesoro; E par che insuperbisca e l'onda e 'l legno, Che porta accolto in breve giro un regno.
Di fanciulli e di donne al lido è spinta Prigioniera beltà, turba innocente, Che, con laccio crudel le mani avvinta, Lega con gli occhi al vincitor la mente;
Onde in un punto e vincitrice e vinta, Fa de' propri dolori altrui dolente. Così Marte ed Amore han doppie palme: Trionfa altri de' corpi, altri de l'alme.
Svelle il nocchier da l'arenosa sponda De l'ancora tenace il dente torto. Gonfia il seno a le vele aura seconda, Che, tranquillando il mar, spira da l'orto.
Rompono i gridi l'aria, i remi l'onda, Volano i legni, e s'allontana il porto. Vedi rotto spumar solco d'argento, Né sai qual voli più, la nave o 'l vento.
Lungo il lido le madri ivano erranti Sciogliendo i crini e lacerando i volti, E miravan per l'alto andar volanti Co' figli incatenati i legni sciolti.
Vanno a l'aria le strida, a l'onde i pianti, Chiamando i cari pegni in fuga volti: Stendon le mani al mar, lasciano il suolo, Quasi voglian seguir le vele a volo.
E 'n forse stanno, or se bramar si deggia oro placido il mar, secondi i venti, E fra sdegno e pietà la mente ondeggia, E non sa ciò che voglia, o che paventi;
Ché fian, giunti in Bizanzio, ignobil greggia, Destinate a lascivia impure genti, Servendo a lui che, re d'imperi immensi, Signoreggiando al mondo, è servo ai sensi.
Quindi in materno affetto empio si desta Crudo pensier, ma in crudeltà pietoso. Bramano ai danni lor turbo e tempesta, Minaccevole il cielo, il mar cruccioso,
Fiero ogni vento, ed ogni stella infesta, Sepolti i legni in vasto campo ondoso. Poi sì crudo pensier fugge dal core, Che se 'l detta ragione, il vieta amore.
Iva intanto fra l'altre, il mar solcando, Nave che più l'antenne estolle in alto; D'oro è l'eccelsa poppa e, fiammeggiando, L'oro lampeggia infra 'l ceruleo smalto.
Vergine è quivi, in duro esiglio errando, Sanguinoso trofeo di crudo assalto, Che per rapirla i Traci arditi e forti Una vita comprar con mille morti.
Oronta era costei, del gran lignaggio Ch'ebbe un tempo di Cipro il grande impero. Aggiunse ella però con nuovo raggio A l'antico splendor lume più vero.
Avvanzò gli anni e 'l sesso animo saggio, Più di virtù che di sua stirpe altero. Fu spirto eccelso in belle membra accolto, E contese in beltà l'alma col volto.
Non così bella mai la Dea di Gnido In su la conca d'or solcò l'Egeo; Né quella mai, che col Troiano infido Sciolse i legni e la fé dal porto acheo,
Sì bella apparve a l'infelice lido Ove il grande Ilione arse e cadeo, Come costei, che ne' begli occhi serra Foco ond'avrebbe un mondo incendio e guerra.
Quivi d'alta beltà Natura accoglie Sovra l'uso mortal forme divine, Che chiude i cieli in un bel volto, e toglie A l'aurora il color tra rose e brine;
Divide il sole in duo bei lumi e scioglie, Quasi raggi del sole, a l'aura il crine. E, se lice pur dir ciò che parea, Men bella fu de la Beltà l'idea.
Piangon l'egre compagne; ella pur serba Fra le piogge de' pianti asciutto il ciglio, E non degna inchinar l'alma superba A sparger prieghi, a paventar periglio.
Sdegnosa in atto, e nel bel volto acerba, Fra sé volge animoso alto consiglio. Ma non risponde in sì grand'opra immensa Quel che mostra nel volto a quel che pensa.
Poi feroce ragiona: "I nostri in campo Versaro il sangue, e noi versiamo il pianto. Gloriosi moriro, ed altro scampo Non fu per noi, che morir loro a canto.
Ma il morir non si toglie. Io dentro avvampo D'alto spirto, cred'io, celeste e santo, Che l'alma al ciel con queste voci invita: Chi la morte fuggì, fugga la vita".
Loco è de l'alta nave al cupo fondo, Ch'ha di foco e di guerra empi stormenti, Zolfo e polve, ond'avvampi il sen profondo De' tonanti talor metalli ardenti,
E de' piombi e de' bronzi il grave pondo, Di cui per aria i globi il foco avventi, Onde miran sovente i salsi regni Or fulminati, or fulminanti i legni.
La magnanima donna il tempo, il loco Quivi scorge opportuni ad alta impresa. L'ira avvampa nel cor, negli occhi il foco, Or è tutta di ghiaccio, or tutta accesa:
"Dunque i Traci, dicea, trionfo e gioco Avran d'Oronta incatenata e presa? Ah, non ancor la libertà m'han tolta, Che se 'l corpo legar, l'anima è sciolta.
Ecco in rinchiuso loco aperto il varco Che 'nfra catene a libertà mi renda. Qui resti de le membra il grave incarco, L'alma il suo volo al ciel libero prenda.
Non fia ch'Amor per me trionfi, o l'arco Contra i barbari cori impuro tenda. Ah, ceda Amor de l'onestate al zelo: Spenga il foco d'Amor foco del Cielo.
Io foco, io fiamme accenderò mortali, Onde restin d'Amor gl'incendi estinti. Saranno i servi in vita, in morte eguali, Trionferan de' vincitori i vinti.
Avran fine i lor vanti e i nostri mali, E sarem, pria ch'al lido, a morte spinti. Fiamme, o voi da cui spero aver la palma, A voi do queste membra, al Ciel quest'alma".
Disse; e la destra alzando accesa face In atto di vibrar, quasi l'avventa; Poi trema il cor, timidamente audace, E del primiero ardir par che si penta.
Or avvampa or agghiaccia, or geme or tace: Mille volte in un punto osa e paventa. Alfin disse: "Io pur temo?io vivo ancora? Ah, chi teme il morir degno è che mora!"
Vibra l'ardente fiamma, e in un momento Sulfurea polve il mortal foco apprende. Rimbomba il cavo legno, e cento e cento Tuoni assordano l'aria, e voci orrende.
Non dà tempo la morte a lo spavento, E 'l foco ognun, pria che sgomenti, offende. Per l'aria, ov'altri è morto, ov'altri langue, Vola in nuvole il fumo, in pioggia il sangue.
La vergine, che prima il foco accese, Prima fu da le fiamme anco percossa, E fra spezzati legni e travi accese Da mille parti è lacerata e scossa.
E l'impeto crudel di mille offese Squarcia il sen, tronca il busto e sparge l'ossa. Sbranata ed arsa, e in un momento absorta, Pria che s'accorga del morire, è morta.
O genti, o voi che fra le carte e i marmi Meraviglie d'eroi cercando andate; E voi, ch'illustri esempi in pace o in armi Ite sacrando a la futura etate;
Qui fermando il pensier, gli studi e i carmi, Ad eternar costei la mente alzate: Che voi gloria d'ingegni, ella d'eroi, In Oronta vivrete, Oronta in voi.
Scoppia il foco, e spezzando antenne e sarte, D'un legno ha cento legni in aria sparsi. Squarcia i corpi, e le membra incide e parte; Volano i corpi o lacerati od arsi.
Vedi confusi in questa e 'n quella parte Le fiamme, i tronchi, i busti ardendo alzarsi; E la gente, ch'or sale or d'alto piomba, Ha la morte nel foco, in mar la tomba.
Mongibello così d'atre caverne Suol fulminando aprir folgori e lampi, E spirar zolfo da le vene interne De l'arso monte, e far che l'aria avvampi:
Volano i sassi al ciel da l'ombre eterne, Nembo d'ardente arena inonda i campi, E mentre il fumo e 'l foco il cielo ingombra, Non sai qual sia maggior, la luce o l'ombra.
Fanno i venti e le fiamme empia congiura, Recando a l'altre navi egual fortuna. Sparge da mille parti Austro l'arsura, E mille incendi in un incendio aduna.
Sorge vampa stridente e nebbia oscura, Per cui fiammeggian l'onde e 'l ciel s'imbruna. Sembianza ha quell'ardor d'ardore eterno, L'aria d'atra fornace, il mar d'Inferno.
Muoion le genti, e per fuggir la morte, Altri corre, altri gira, altri s'asconde; Ma già miran le fiamme intorno sorte Occupar poppe e prore, antenne e sponde.
Quindi sen vanno a prevenir la sorte: Altri s'avventa al foco, ed altri a l'onde, Ché, non restando omai fuga o speranza, Per iscampo al morir, sol morte avvanza.
Vanno intanto per l'onde errando a nuoto Archi, scudi, bandiere, aste e celate. Un corpo semivivo, un altro immoto Vedi con membra errar tronche o piagate:
Qui con diverso busto un capo ignoto, Là con divise teste ossa spezzate. Altri vomita il sangue e l'onda beve, Altri, in dar vita altrui, morte riceve.
Fluttuando per l'onde ivan disperse Tolte dal foco al predator le prede. Le ricchezze di Cipro arse o sommerse, Possedute da un regno, il mar possiede.
Le travi ardenti e d'atro sangue asperse Portan foco, ch'a l'onde ancor non cede; Rosseggia il flutto e spaventoso inonda, Misti ai morti i mal vivi, il sangue a l'onda.
Di Cipro intanto in su l'arene estreme Han le madri a le fiamme intenti i lumi. Odono il mar che tuona, il ciel che freme, Miran per l'onda i lampi, in aria i fumi.
Quel foco agghiaccia in mille cor la speme, Quel foco trae da mille luci i fiumi, E lamenti e sospir mandan le rive Da chi morto è dal duolo a chi non vive.
Riporta il flutto a le paterne arene E cadaveri tronchi e membra sparse. Corre ogni madre (ah, non più madre!) e tiene In sen le membra isconosciute ed arse.
Crebbero i pianti e s'inasprir le pene, E ciascuna in sospir l'anima sparse; Colpa del mar, che lor di nuovo offende: Quei che tolse già vivi, or morti rende.
Ma fan nobile invidia i morti ai vivi, A cui la vita, appo tal morte, è vile: Gli uni liberi son, gli altri cattivi, Destinati a servir turba servile.
Quegli di vita amica sorte ha privi, Per loro anco privar d'oltraggio ostile; Ognun fra questi ha se medesmo a noia, Mille morti aspettando anzi che muoia.
Tal fu d'Oronta il memorabil caso, Di cui più nobil Musa e canti e scriva, E sparga il nome da l'estremo occaso Dovunque il sole illuminando arriva.
E sì sublime esempio altrui rimaso, Se fu spento nel foco, in carte viva; Ch'io, volgendo nel cor fatto sì raro, Più d'ammirar che di cantarlo imparo.
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