Là dove il bel Pattolo Tra sponde di smeraldo Di lucid'or fa biondeggiar l'arena, E per lidie contrade
E per frigie campagne Passeggia, umido il piè, lubrico il passo; Quasi stanca la terra Di riposar mai sempre
Stesa nel pian le smisurate membra, Sotto forma d'un monte inalza il capo; Monte che sembra appunto Appo Caucaso, Pelio, Olimpo ed Ossa
Qual tra bassi virgulti alto cipresso. Stanco talora il mauritano Atlante Sotto il grave del ciel stellato incarco, A lui diede la soma
De le rotanti sfere, A lui, ch'a la pesante e vasta mole Parve suppor viè più robusto il dorso. Erge tanto le cime
Oltre il confin de le volanti nubi Che non ebbe giammai O di piogge o di nevi Umido il crine o mascherato il volto.
Anzi, quasi sdegnando Il suo basso elemento, Par che voglia, superbo Occupator de l'aria,
Nel gran regno di Giuno alzarsi un trono, O che tenti poggiando Ribellarsi a la terra e girne al cielo. Sembra nuovo de' monti alto gigante,
O vasto Briareo Di cento querce annose Erger le braccia e minacciar le stelle. Al montuoso tergo, al vasto fianco
Fanno un manto frondoso Verdeggianti campagne, orride selve; E cento fiumi e cento Con tortuosi giri
Fanno a quel verde manto, al vago lembo, Di cerulei ricami umide liste. Appiè de l'alta rupe un antro siede, Un antro opaco, ombroso,
Cui fu Natura e l'architetto e 'l fabro. Sovra la cava bocca La gran maestra antica Curvo piegò di vivo sasso un arco,
Da cui tremula pende, Quasi natia portiera Intrecciata di foglie, edra tenace. Scorre avanti la soglia
Di perle liquefatte un dolce rio, Un rio di gran torrente umido figlio, Che tra le verdi sponde Col tremolar de l'onde
Sì dolce mormorio distingue e tempra, Ch'orgogliosetto ardisce, Rotto fra sassi e miniate pietre, Sfidar gli augelli ed emular le cetre.
Entro a l'alta spelonca, Che sembra aver tutto sul tergo il monte, S'apre un'ampia finestra, Che dà spiraglio a l'aure e varco al sole.
Per entro il cavo speco D'ogn'intorno verdeggia Adobbando le mura, Quasi serico drappo, edra serpente.
La gran madre d'Amor, la dea più bella, Cittadina selvaggia, Abbandonò sovente Per queste piagge amene
Amatunta e Citera e Pafo e Gnido. Appiè di questo monte Errò sovente Amore, D'arcier fatto pastore,
E col dorato strale, Quasi con rozza verga, Fu veduto cacciar selvaggi armenti. La dea del terzo giro
Tra quest'ombre, in quest'antro, Al suo zoppo geloso Celò sovente i suoi furtivi amori, Più che madre d'Amor, serva d'Amore.
Quivi sovente a Marte, Guerriero inerme e nudo, Fece altr'armi trattar che clava o scudo, E strettamente avvinta
Con braccia innamorate Al forte collo, a le robuste membra Tenacissima feo dolce catena; E fra quest'ombre ascosa
Non paventò giammai Del fabro suo l'insidiosa rete. Fra queste piagge errando Vide il frigio pastor le dive ignude
E diè la memorabile sentenza Ond'ebbe in guiderdon la bella argiva, E l'alma Citerea vinse fra loro La lite di bellezza e 'l pomo d'oro.
Quivi Cillenio alfine, Prole di Maia e messaggier di Giove, Da la bella Ciprigna Fu ne l'antro e nel seno,
S'ha fede il ver, teneramente accolto. Maravigliossi allora il gran Tonante, Che risposte attendea, De le lunghe dimore,
Ch'obliando le stelle, Traeva in terra il volator messaggio; E disse: "Or ch'ei non torna, Ah, certo egli s'asconde
A qualche froda, a qualche furto intento; O nel foco o ne l'onde Arse ha le piume od ha tarpati i vanni". Egli intanto giacea
Nel seno innamorato, Intento a furti sì, furti d'amore; Arse le piume avea, Ma fu d'Amor la face,
Che di lascivo ardore Acceso insieme avea le piume e 'l core. Avea tarpati i vanni, Non fra l'onda de' mari o de' torrenti,
Ma in un mar di dolcezze, ove da stelle Di duo begli occhi scorto Giunse d'amore e d'un bel seno al porto. Già sette volte il sol ne l'oriente
La gran face del giorno accesa avea; E sette volte ancor l'umida notte Avea spiegata in cielo La sua vaga di stelle occhiuta pompa:
E sempre vide il sol, vide la notte Fra i duo celesti amanti Baci iterati e rinovati amplessi. Lasciò lo speco alfine
Il nipote d'Atlante, E per l'alte del ciel campagne aperte Sen gì battendo e ribattendo i vanni, E de la bella amante
Lasciò vedovo il sen, fecondo il grembo. Già nove volte in cielo avea la luna Tinto d'argento ed inarcato il corno, Ed altrettante era più bella apparsa,
Rotando emula al sol sferica lampa, Quando alfin Citerea Dal bel fianco leggiadro Figliò maturo il parto:
E nascer vide un nuovo sole il sole, Del facondo Cillenio unica prole. Al bel nato fanciullo Fer le Grazie vezzose
Con le braccia e col sen tepida culla. Porse a lui la Bellezza Con la bianca mammella il primo latte, E nel tenero viso
Stampò d'alta beltà celeste idea. Al gentil pargoletto Fecero applausi intorno Scherzante il Riso e vezzeggiante il Gioco.
Ed egli a l'aure uscito Non fe' di grida risonar lo speco, Ma suo compagno il Riso Da la bocca di rose
I lamenti fugò, bandì le strida; E dal purpureo labro Senza strepito uscir vedeasi un lume, Simile a quel del cielo
Quando talor senza tonar lampeggia. Non furo i suoi begli occhi Di fanciullesco pianto umidi fonti, Ma sì soavemente
Aprì le dolci sue vaghe palpebre, Che dal sereno e tenero oriente D'un leggiadretto volto Parve quasi spuntar gemino sole:
E ben predisse allor la madre altera Che quel guardo gentile Esser dovea d'amor esca e focile. Egli intanto crescea
Col variar degli anni; E la madre gentil, bramosa e vaga D'effigiar se stessa Nel sembiante del figlio,
Al bel guardo, al bel viso, De l'istessa Bellezza assai più bello, Ogni giorno giungea Di crescente beltà raggio novello.
Ecco che, di fanciul fatto garzone, Con l'armi del bel viso egli diviene Espugnator, trionfator de' cori. Qual ritratto spirante
Egualmente somiglia Il genitor, la genitrice al nome, Il genitor, la genitrice al volto. Quanta bellezza insieme
Argo già vide un tempo, e Cipro e Delo, Tutta insieme raccolse, e 'l fior ne trasse Il cielo e la natura; Indi in questa figura
Quel misto di bellezze infuse e strinse, E fabricò di mille volti un volto. Sovra l'eburnea fronte Pende la chioma errante,
Che sottile e tremante, E sferzata da l'aure, Vezzosamente in fiocchi d'oro ondeggia; E talor lascivetta,
Innamorata anch'essa, Intorno a quel bel viso, Quasi per abbracciarlo, Stende teneramente aurate braccia;
E con crespe vezzose in giù serpendo, De la bianca cervice Fende con solchi d'or le nevi intatte. Se tu miri la fronte,
Diresti, è un orizonte, Ch'a lo spuntar d'una serena aurora Di lucido candor s'adorna e splende; E come sotto l'alba il sole spunta,
Così quivi tu vedi In fronte l'alba, e ne' begli occhi il sole. Vezzosetto rosseggia L'animato corallo,
Fonte del favellar, seggio del riso, E in ogni moto par ch'inviti al bacio; Gentil varco, onde spira Un zefiro odorato,
Che le fiamme d'amor spirando accende; Bocca che lascia in forse Altrui quand'ella sia più dolce e bella, O se ride o se bacia o se favella.
Ne la tenera guancia, Quasi in cespo fiorito, Tu vedi altera e 'n maestà pomposa Tra candidi ligustri
Insuperbir, porporeggiar la rosa: O spettacol d'amore, Veder che spunti infra le nevi il fiore! Nel vago giovinetto
L'abito, il crine, il volto Vezzosamente è incolto, Più bel, quanto men bello esser procura; E mostra ogni sua parte
Quanto vaglia in beltà l'arte senz'arte. Contempli pure, imaginando, e miri Avveduto pensier, cupido sguardo, Che dal piè leggiadretto al crin dorato
Ogni membro, ogni moto, Insidioso a l'alme, Una fiamma saetta e scocca un dardo. Ei mosse un tempo ambiziosa lite
Al suo germano arciero, Però ch'esser volea, Come di lui più bello, Nume d'amor, saettator de' cori;
Ma la lor genitrice De la bella tenzon giudice fatta, In tribunale assisa, Nel leggiadro garzon gli occhi fisando,
"Questa, disse, tra voi mai sempre sia Eterna, irrevocabile sentenza: Porti l'arco Cupido, Tu porta l'arco, o figlio;
Egli il porti sul fianco, e tu nel ciglio. Ferisca egli col dardo, Impiaga tu col guardo. Ciascun porti la face e fiamme scocchi:
Egli la porti in mano, e tu negli occhi". Già il vezzoso garzon, seme del cielo, Avea compiuto il terzo lustro appena, Quando d'abbandonar prese consiglio
Lo speco e Frigia e le natie contrade, Al generoso cor termini angusti; E fuor del patrio nido alfin lo spinse Desio di gloria e di vagar vaghezza.
Bramò d'aver sovente I veloci talari, Del suo gran genitor pennuto arnese, Per vagheggiar peregrinando intorno
Qualunque clima il sol riscalda, e quanto Porta in grembo la terra, e quanto chiude Tra le spumose braccia il salso flutto. Vide i regni di Licia, e in essa il monte
Ove già il mostro orrendo, La triforme Chimera, Animata fornace, Etna spirante, Di fiamme aver solea gravido il seno
E da tre vaste bocche arsiccie e nere Spirar incendio e vomitar faville. Indi rivolse il piede Ai confini di Caria, e vide in essa
Ben mille e mille intorno Sorger villaggi e torreggiar cittadi. A le rive di Caria, Verso il gelido Polo
Dove alberga Aquilon, splende Boote, Vide intorno vagante Fra girevoli sponde il bel Meandro, Che, quasi peregrin ch'errante e vago
Per ignote contrade abbia smarrito Del suo primo sentier la scorta e l'orme, Parte, gira, ritorna, Indi, quasi pentito,
Parte di nuovo, e poi se stesso incontra, E con ritorto corso E con lubriche rote Forma girando un labirinto ondoso.
Tra le piagge di Caria Il giovinetto alfin gira le piante A quel loco fatale, Là, dove il guida il suo nemico Amore,
D'alma crudel vendicator possente. Sì vago, ameno è il loco, Che 'l grand'occhio del ciel pari non vede Da la foce del Gange al piè di Calpe.
Quivi con ampio giro Un brel prato si stende, A cui cento ruscelli Col fuggitivo lor mobile argento
Fan verdeggiar mai sempre il manto erboso. Le cadenti rugiade, I zefiri spiranti, Irrigando e soffiando,
A la vaga de' fior lieta famiglia Porgono eternamente umore e vita. Ed essi in varie guise, Quasi stelle odorate
O di vario color gemme minute, Rappresentano altrui Un bel fiorito ciel, stellante un prato. Intorno al verde suolo
Fanno i pini e gli abeti alta corona, E paion fabricar frondoso un muro O verdeggiante un vallo, Per mantener muniti
Da l'assedio del sole i fiori e l'erbe. E 'n quella guisa appunto Che talora spirante aura leggera Va formando sul mar tremule crespe,
Così quivi soffiando un vento molle Fa, con aura gentil, carca d'odori, Ondeggiar, tremolar l'erbette e i fiori. In mezzo al prato adorno,
Quasi gravida il sen, la terra aprica Tumidetta si gonfia e forma un colle, A cui ridente e molle Primavera mai sempre
Smalta d'erbe il terren, l'erbe di fiori. Sbocca di grembo al poggio Di cristallino umor vena feconda, Che, con dolce susurro
Lievemente cadendo In conca di smeraldo, Di ruscelletto si trasforma in lago. Qui non canna palustre,
Non giunco od alga immonda Turba il chiaro de l'acque umido letto, Ma, come il sol per lucido cristallo, Così 'l guardo per l'onde
Penetrando s'interna, e scorge in quelle Di coloriti sassi Dipinto il suolo e miniato il fondo, E mirando distingue
I muti nuotatori a cento a cento, Ch'hanno d'ebano il dorso, il sen d'argento. I fiori in su le sponde, Quai Narcisi novelli,
Per specchiarsi ne l'onde Piegano il collo e l'odorato capo; E sì vaga di lor viva sembianza Con limpido pennel l'acqua ritragge,
Che distinguer non puossi, O ne l'onda o su l'orlo, Tra l'incerta de' fior gemina schiera Qual sia di loro o simulata o vera.
Del bel poggetto a la sinistra falda Siede opaca selvetta, In cui frondeggia il mirto, ombreggia il lauro, E l'ombra densa e fresca
Da la testa de' tronchi Cade sul piede al colle, in grembo al lago. Quivi l'ombra è sì densa, Che tra le frondi il cielo
Non penetra col sole, e non appare. Ma quasi un altro ciel vago e contesto Di rami verdeggiar quivi si mira, E se questo non gira,
Mostra ben egli almen, tremule e belle, Le sua poma dorate, e paion stelle. I più degni augelletti, Musici semidei, pennuti eroi,
Lungi dagli altri augelli Fan quivi il nido lor, quasi sdegnando De la plebe volante il vil concerto, Però che più degli altri
Di lievi gemme han variato il manto, Più vago il rostro, e più canoro il canto. Nel bel romito loco Ben mostran d'ogn'intorno
I fior, l'erbe, le piante, e l'ombre e l'ora, Che quivi Amor soggiorna, e Febo e Flora. Stassi tra queste piante, in riva al lago, Ninfa bella e leggiadra,
Più bionda il crin, più vezzosetta il guardo, Più bianca il sen, più dilicata il volto, Ch'altra fosse giammai Veduta in selve o per campagne errante
Mover piè, coglier fiori o premer l'erbe. Ella però non ebbe unqua vaghezza O d'affrontar con l'asta orsa spumante O col fiero molosso aspro cignale;
Né mai dietro la traccia O di volante o di corrente preda Lasciò rapace augel, rapido veltro; Né con l'altre compagne unqua contese
Con l'arco al segno o con le piante al corso. Le Naiadi sorelle Dissero a lei sovente: "Segui, o Salmace bella,
De la bella Diana e l'arti e l'orme; Prendi una volta, prendi O 'l dardo in mano o la faretra al fianco". Ma la ninfa gentile,
D'altri studi seguace, Del bel fiorito loco altera Donna, Fuor del romito suo noto confine Sdegna con l'orme sue stampar l'arena.
Quivi a le belle membra Porge il lago vicino Di tepido licor dolce lavacro, Il bel lago vicin, che crebbe ai pianti
Di ben mille da lei sprezzati amanti. Vaga sol di se stessa, Or con la man di neve Tratta eburneo stromento,
Quasi di mille denti aratro acuto, Con cui, per seminar l'esca d'amore, Ara del biondo crine il campo aurato. Adornando le chiome,
Or le distingue in tortuose trecce, Or con bel nastro d'or l'aggira e strigne: E sempre, o strette o sciolte, Han pur mill'alme in mille lacci involte.
Or com'adorni il seno, infiori il crine, Al fonte lusinghier chiede consiglio, Or corcandosi in grembo al verde suolo Si fa d'erbe e di fior morbido letto.
Or va succinta in bianca veste e pura, Or agli omeri adatta Di celeste color serica gonna, Ch'è ricamata a stelle e d'or trappunta.
Or copre il piè leggiadro D'argentato coturno, Cui fan ricco le gemme e l'oro e l'opra; Or per la bella piaggia
Sen va, disciolta il crin, nuda le piante; E raccogliendo i fiori, Non di tutti egualmente il grembo colma, Ma sol di quei fa scelta,
Che di candido latte Han dipinte le foglie, o di cinabro, Per farne un paragone al seno, al labro. E se raccoglie un fiore,
Per baciarle il bel piede un altro spunta, E veder non si può quai sien maggiori, I doni o pur le prede, Mentre fura la mano, e dona il piede.
Allor fiori cogliea, quand'ecco apparve Il figlio di Cillenio e di Ciprigna. Vibra la ninfa in lui cupido il guardo, E del guardo il pensier segue la traccia;
E l'uno e l'altro in quel celeste oggetto, Di beltà, di piacer si nutre e pasce, Ma d'amor, di desio sugge veleno. Indi il guardo e 'l pensier, quasi canale
D'un torrente di foco, Per la foce degli occhi Sgorga sul petto incendioso un fiume, E 'n diluvio di fiamme il cor sommerge.
Muove la ninfa il piede Ver l'amate bellezze, Per iscoprir la fiamma a chi l'accende, Ma in que' begli occhi vede
Una lascivia onesta, Che, se l'alme innamora, Le fa timide ancora; Onde s'amor la sprona,
Il timor la raffrena, E se 'l core ha veloce, il piede ha lento. Pur vede in quel bel volto Un non so che di maestà non schifa,
Che, se l'alme sgomenta, ancor l'affida. Onde fra dubbio e speme, Timidamente ardita, A lui s'appressa, e manda
Fin dal centro del core Un sospiro, un oimè, nunzi d'amore. Alfin tanto di spirto Dal suo cordoglio impetra,
Ch'alcune può formar voci, ma tronche, E nel suo favellar chiaro risuona Un non so che d'affettuoso e mesto, Che par che dica ogni sua voce: Io moro.
"O garzon peregrino, Deh, s'hai, com'il sembiante, anima bella, Ferma il bel piè tra queste selve, ferma: Venner ben talor anco
Numi del cielo ad abitar le selve. Deh posa o su quest'erbe o 'n questo seno L'affaticato fianco! Qui l'aura è dolce e fresca,
Fresca, se non l'infiamma L'ardor de' miei sospir, de' tuoi begli occhi, Di que' begli occhi, ahi lassa, Ch'ebber sì pronta a' danni miei l'offesa,
Ch'io fui da lor, pria che veduta, accesa. O mille volte e mille Salmace avventurosa, Se com'amante, così amata o sposa,
Te nel suo letto e ne le braccia accoglie! Ma s'altra è pur tua sposa, Non isdegnar, ti priego, Che pochi baci occulti
Da la tua bocca a la rivale io furi. O s'altra ninfa o dea Nutre nel tuo bel seno un più bel foco, Deh concedi pietoso,
Concedi a chi si muore Baci almen di pietà, se non d'amore. E s'ancor la pietade Ti par sovverchia al mio languir mercede,
Non mi negar almeno Ch'io prenda, anzi ch'io mora, Baci, se non d'amante, almen di suora". Qui tace, e già s'accinge
Ad abbracciarlo, ad unir bocca a bocca. Ma niega egli, e s'arretra Altero e non curante, Come freddo in amor, sordo a l'amante,
E vergognando tinge Di novello rossor l'ostro natio: "Che lingua innamorata "A chi d'amore è sciolto,
"Quando il cor non accende, accende il volto. Poi schivo ed orgoglioso: "O ninfa, egli risponde, Se tu non parti, io parto,
Ché pasce altro pensier la mente mia, Che di lascivo ardor, che di follia". Ed ella ubidiente Non può soffrir che parta
(Perché non vuol morir) l'anima sua, Onde, timida e mesta, Ne l'ombrosa selvetta il piè rivolge, Per poter vagheggiar non vagheggiata,
Infra le piante ascosa, Del bel garzon vergognosetto il volto. Era ne la stagion che 'l gran pianeta De la fera nemea preme la terga
E su l'alto meriggio Dal suo bell'arco acceso Del più cocente ardor gli strali avventa. Stanco, anelante, il peregrin vezzoso
Quivi frena le piante, e 'n braccio a l'erbe, Dove stende un abete opaca ombrella, Vago di riposar si corca e giace. Fur vedute l'erbette
Alzarsi a lui d'intorno, Per dare a quel bel viso Col verde labro avidamente un bacio. Il candido ligustro
E 'l vermiglio amaranto Videro in quel sembiante E biancheggiar la fronte E rosseggiar la guancia
Di più puro candor, d'ostro più bello. L'abete innamorato Piegò la fronte ombrosa, Stese le verdi sue ramose braccia,
Per dargli un bacio, un amoroso amplesso. Egli intanto piovea Da la fronte e dal crine Di stillante sudor lucide perle,
E dagli occhi piovea Sovra il cor de la ninfa, Che da lungi il vedea, nembi di foco. Quindi volge le piante
Colà dove l'invita Dolce il susurro e 'l zampillar de l'onde, E per la verde riva, Trattosi il bel coturno,
Se ne va spaziando e bagna il piede. Sente destarsi il lago Nel suo gelido sen fiamme d'amore; Né di baciar contento
Con le liquide labra il bianco piede, Per meglio avvicinarsi Brama d'aver, lascivo, Maggior copia d'umor, più cupe sponde:
E ben, quanto può, l'onde alzar rassembra, Per bagnar, per baciar tutte le membra. Sovra il limpido specchio Il leggiadro garzon piega la fronte,
E nel finto sembiante Che tra l'acque vagheggia Per immensa beltà se stesso ammira; E di se stesso vago
Arderebbe d'amore, Se non che gli sovviene il folle esempio Del semplice Narciso, Dal fonte acceso e da se stesso ucciso.
Talor le mani stende, E d'ambe insieme unite, Incurvando le palme, Fa di vivo alabastro angusta coppa;
Poi la sommerge ed empie Di soave licore, indi ne porge E bevanda e lavacro al labro, al volto. Mira la ninfa intanto
I begli atti lascivi, E mentre egli pur beve, anch'ella beve: Beve ella sì, ma in variata foggia, Ch'egli beve nel fonte,
Ed ella in duo begli occhi; Egli sugge de l'onde il fresco umore, Ella beve da quei foco d'amore. Ecco invitato alfine
Da la cocente arsura, Da lo spirar de l'aure, Da le tepide linfe, Trasse dal bianco sen le spoglie aurate,
Indi tutte mostrò le membra ignude: E qual novello sol, deposto il manto, Quasi d'oscure nubi un fosco velo, Innamorò di sue bellezze il cielo.
La bella ninfa allora Di stupor e d'amore agghiaccia, avvampa, E dice: "Oimè, che veggio? Qual deità celeste
Oggi lasciò per queste piagge il cielo? Agli atti, a le sembianze, A le piaghe, a le fiamme, Onde l'alma traffige e m'arde il core,
Egli pur sembra Amore; E se l'ali non porta, L'ha prestate al mio cor, ch'a lui sen vola. Ahi bella, ahi dolce vista,
Mongibello animato, Ch'è coperto di neve, e fiamme avventa. Ahi feritor crudele, Che, per far nel mio core
I colpi e le ferite Più mortali e più crude, Tutte de la bellezza ha l'arme ignude". Ei da la verde sponda
Con un salto leggero alfin spiccossi E guizzando ne l'onda Inargentò di bianca spuma il lago. Quivi si pone audacemente a nuoto,
Le belle braccia inarca, E mentre or le ristrigne, or le distende, Con quell'arco d'avorio De la ninfa, che 'l mira, il cor saetta.
Disfà poscia quell'arco, E cangia forma al nuoto, E con uffizio alterno Or questa, or quella man l'onda percote.
Il piè leggiadro ancora De la candida man s'accorda al moto, Si distende con lei, con lei si stringe: Quand'ella fende l'acque, egli le spinge.
Parean le belle membra Fra liquido cristal nevi guizzanti, O tra lucido vetro Candidissimi avori o gigli ascosi;
E l'umidetto crine Sovra l'acque parea Quel vello d'or, cui già portò per l'onde Da le rive de' Colchi il legno argivo.
La ninfa arde e si strugge, Stupida il ciglio e palpitante il core, E non è la sua vita altro ch'un guardo. Scioglie la lingua alfine
A lamenti interrotti, Ch'escono a mille a mille, Quasi del chiuso ardor fumi e faville: "Deh perché non poss'io,
Quasi un'altra Aretusa, Aci novello, Stillarmi in acqua e liquefarmi in fonte? Che così forse, ahi lassa, Potrebbe il mio bel sol, l'idolo mio,
Nel mio grembo guizzar, nuotarmi in seno". Volea più dir, ma il traboccante amore Chiude il varco a la voce e l'apre al pianto, E un intenso dolor tanto l'accora,
Che diresti, o non vive, o par che mora; E non dà segno altrui che viva o spiri, Se non col pianto suo, co' suoi sospiri. Tace, ma infra se stessa,
Come prima a le selve, al cor ragiona: "Che fai mio cor, che temi? Salmace neghittosa, Ardisci e spera e tenta,
E 'l tuo nemico, or ch'egli è nudo, assali. Ecco al varco la fera, Che crudeltà ti tolse, or t'offre Amore, Fatto de' tuoi martir forse pietoso.
Se vuoi, se tanto ardisci, Chi del tuo cor fe' preda, or fia tua preda; Tu la incontra e la prendi, Ché ben degno il tuo furto è di perdono:
Facciasi il furto a chi contende il dono". Così dicendo infiamma D'ardore il volto e d'ardimento il core, E si muove e s'avvanza,
E corre già rapidamente al lago. Poi si pente e si ferma, E 'l piè sospeso in aria, Resta in forse o se vada o pur se torni;
Or s'arretra, or s'inoltra, Or sembra audace, e pur d'osar non osa; Or avvampa, or agghiaccia, e in un momento Cangia speme, pensier, voglia e spavento.
Da le furie d'amor sospinta alfine, Bella d'amor baccante, Squarcia al seno la gonna, al crine il velo, E, qual fera selvaggia
Da la fame agitata, Esce fuor de la selva e, giunta al lago, Famelica d'amor guizza ne l'onde. Quivi al bel nuotator s'avventa e strigne,
E con tenaci braccia Unisce petto a petto e bocca a bocca. Egli, ch'amor non sente, D'improviso timore agghiaccia e trema;
Volea gridar, ed ella disse: "Ah taci!" E la bocca gentil chiuse co' baci. Ma ritrosetto e schivo, Pugna, resiste e niega,
E di fuggir pur tenta De la bella nemica i nodi e l'arti. Ella viè più tenacemente il cinge, E 'l preme e 'l bacia e lo si strigne al seno.
Ei sembra irata serpe, Cui rapisce talor l'augel di Giove, Che, quanto più sublime Per lo campo de l'aria egli la porta,
Ella con torti giri E con lubrica coda al fiero artiglio Tenacissimi ceppi avvolge e strigne, E di frenar si sforza
Del rostro i colpi, e l'agitar de l'ale; E giudicar non lice Qual sia di lor più strettamente avvinto, E sta quasi il pensier dubbio qual creda
Che sia di loro o predatore o preda. Teme, ahi, teme la ninfa Non l'involato bene a lei s'involi, E mesta e sospirosa
Volge le luci al cielo, e piagne e prega: "Non avrò dunque, ahi lassa, Per la vittoria mia dolce trofeo Ne la lutta d'amore altro che baci?
Deh, grande e sommo Giove, S'egli è pur ver ch'un tempo S'accese nel tuo cor fiamma d'amore, E 'n sembianza di tauro
Da le sidonie sponde Traesti già per l'onde Di bel furto amoroso onusto il tergo, Fa che tra l'onde anch'io
Vinca il crudele, il non amante amato, E 'l mio furto d'amor non mi si tolga. Strigni, tu strigni, o Giove, Seno a seno, alma ad alma, e core a core
Con nodi indissolubili e tenaci, Sien catene le braccia, e nodi i baci. O se vuoi pure (ahi sfortunata amante!) Che costui dal mio sen disciolto sia,
Sciolgasi anco dal cor l'anima mia". Sì disse, e Giove udilla: Quand'ecco, o meraviglia, L'una a l'altro s'unisce,
L'un ne l'altra si cangia; Egli in lei si trasforma, ed essa in lui, E un invisibil nodo Fa di gemino corpo un corpo solo.
Entro il femineo corpo Maschio vigor si chiude, E nel corpo virile Si mischia e si confonde il sesso imbelle.
L'uno e l'altra pur anco E spira e parla e sente, Vive pur egli ancora, e vive anch'ella, Né più dir si potrebbe: è questi, è quella.
Su la sinistra sponda De l'italico Reno, A la sua bella Iole Così dicea favoleggiando Aminta.
Indi soggiunse: "O ninfa, Tu più bella di lui, di lui più cruda, A me, di lei più fieramente acceso, T'unirai forse ancora
Per vendetta del cielo, Ch'egli può ben unir col foco il gelo". Così detto, il pastore Al ragionar con un sospir fe' punto:
Ella di lui si rise, ed egli pianse. Allor l'eterno auriga in occidente Sciolse i destrier dal suo bel carro adorno, E fine impose al favellare, al giorno.
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