O stella, o tu, che con viaggio eterno, Or precorrendo l'ombra ed or la luce, Or vai seguace, or messaggera al sole; Tu, la cui lampa con bel giro alterno
Or dà fuga a le stelle, or le conduce A guidar per lo ciel faci e carole; Sorgi, e l'eterea mole Gli eterni lumi al tuo bel lume accenda.
Scuoti dal crin, non rugiadose stille, Ma lampi, ardor, faville, Onde il giorno s'imbruni e l'ombra splenda. Sia nascente la notte, il sol sepolto,
S'esser può notte ov'ha duo soli un volto. Vedrai, se cade un sol, ch'un altro spunta, Sol ch'a quell'altro fa splendido oltraggio, Sol, che mai non s'oscura in occidente.
E tu, con nuovo Sol forse congiunta, A lui facendo il lucido servaggio, L'altro sol lascerai, l'altro oriente. Che se con face ardente
Ei dà lume a le stelle, oro a l'aurora, Forse da questo il lume e l'oro ei prende, Onde le stelle accende, Inargenta la luna, e l'alba indora:
E se le stelle in ciel splendon per lui, Forse risplende anch'ei col lume altrui. Splendi omai da l'occaso, e teco vegna Quella che verde oliva al crin circonda,
Che le voglie discordi unite affrena; Quella che pace agli elementi insegna, Ch'unisce il foco a l'aria, e l'aria a l'onda, E le sfere concordi in giro mena.
Ordisca aurea catena De l'oro onde temprò gli strali Amore; E di sodo diamante il nodo cinga, Onde congiunti stringa
Duo cori un'alma, e duo voleri un core. Né di quest'alme sia distinta alcuna, L'una ne l'altra sia, l'altra ne l'una. Ma se d'Amor l'amazone rubella
Pur, guerriera crudel, pace ricusa, Quasi fatta col ciglio arco ed arciera, Impari Amor da l'una e l'altra stella, E da Beltà, ch'è di ferir sempr'usa,
A saettar saettatrice altera. Già lunga amante schiera Ferì col guardo, incatenò col volto. Lungo stuolo d'eroi mosso a l'assalto
Di quel cor, ch'è di smalto, Fu da l'armi omicide in fuga volto: Deh fera Amor chi fere, e non consenta Che, s'ella accende altrui, foco non senta.
Pur, se a corone e s'a trionfi aspira, Se vuol preda di cori e strage d'alme, E trofei di chi piagne e di chi langue, Ah, già d'un cor può trionfar senz'ira,
E può, guerriera inerme, aver le palme, E non è gloria il saettar l'esangue. Versò nel pianto il sangue L'alma fedel, cui fu saetta un guardo,
A' cui colpi non fu schermo o ristauro A se medesmo un Lauro, Del ciel securo, e non degli occhi al dardo. Or, se quel Lauro a chi ferì fu segno,
D'incoronar la feritrice è degno. Ma già la guerra a la guerriera spiace, E cede omai la vincitrice al vinto, Egli è già men dolente, ella men dura.
Ai sospiri de l'un l'altra si sface, Ella è dal guardo, egli è dal crine avvinto, E già l'una de l'altro arde a l'arsura. Ma il foco ella non cura,
Che si ristora del suo Lauro a l'ombra; Ned ei teme l'ardor che 'n lui deriva, Ché chi l'arde, il ravviva, E l'aura de' sospiri il caldo sgombra:
Perché quando il sospir nasce di gioia, ècagion di ristauro e non di noia. Te, gran donna, di prole il Ciel fecondi, Che, per far bello il mondo, al mondo nasca,
E dal lignaggio tuo prenda le forme. E tu gl'influssi, o Cielo, al grembo infondi, Onde al suo ceppo egual germe rinasca, E belle membra anima bella informe.
Al genitor conforme Virtù rinovi di Virtù l'imago, E, per lui somigliar, prenda l'idee Di Minerve e d'Astree,
Ché d'umana vaghezza ei non è vago. De' genitori i figli il bel diviso, L'uno assembrino a l'alma, e l'altra al viso. Già con aurea facella
Espero indora de la notte il velo, E, per far più lucente i suoi viaggi, Vorrebbe il foco e i raggi Onde va coronato il sole in cielo;
Ma quel foco ai duo sposi omai vien meno, Ch'ella il tragge negli occhi, egli nel seno.
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