Sorge la notte innamorata in cielo, Bruna il crin, bruna il sen, bruna le bende, Ma d'insoliti lumi ornata il velo, Non so se più s'imbruna o se più splende.
L'ombra in luce si cangia, in foco il gelo, E di fiamme d'amor l'ombra s'accende; E carolando in ciel, tremule e belle, Più d'amor che di luce ardon le stelle.
Per voi, coppia real, vien che d'intorno Più la notte che 'l dì splendida avvampi, Però che porta in oriente il giorno Luce minor che de' vostr'occhi i lampi.
Non più dal Gange il sol faccia ritorno, Perché rischiari più de l'aria i campi, Poscia che 'l mondo illuminato in Vui, Se splendea per un sol, splende per dui.
Scenda di cielo Amor battendo l'ale, Ma non quel che d'error l'anime ingombra, La cui fiamma dà morte e par vitale, I sensi accende e la ragione adombra;
Il cui diletto fuggitivo e frale Vola come il suo stral, fugge com'ombra; Che fa piaghe per vezzi, e fa per gioco Arder nel gelo ed agghiacciar nel foco.
Non quell'Amor ch'insidiando alletta, Trattando arti soavi, arme omicide, Quel che non sa scherzar se non saetta, E non sa saettar, se non ancide:
Col dolce invita, e col veleno infetta, Dà verace dolor, speranze infide, E fra speme e timor, con dubbia sorte, L'alme fa morir vive, e viver morte.
Ma scenda Amor de le celesti sfere, Quel che l'eterne menti a Dio congiunge, A le cui gioie sempiterne e vere Intelletto non poggia, occhio non giunge;
Quel che ravviva un cor più che nol fere, E sana con lo stral più che non punge, Dal cui pudico ardor traggon le genti, Viè più che fiamme al cor, lume a le menti.
Amor celeste fabricando ordisca Catena in cielo adamantina e lunga, E i vostri cor più che le membra unisca, E duo voleri in un voler congiunga.
Lentar nodo sì bel non tempo ardisca, Né quei che lega Amor loco disgiunga. Santo amor, lunga fede e pura voglia Strinser nodo sì bel: nulla lo scioglia.
E tempo è ben che l'uno e l'altra amante, Se già lagrime sparse, or frutto colga, E che pietoso Amor d'alma penante, A chi diede martir, gioie non tolga.
O come par che 'n questo e 'n quel sembiante Il desio parli, e la pietà si dolga! Ma da duo volti Amor vibrando i dardi, Pasce l'un di sospir, l'altra di sguardi.
Da l'amante garzon l'anima sciolta Passa a la donna, ei si divide in due; A la sua donna anch'ei l'anima ha tolta, E s'informa ciascun d'alme non sue.
Egli in lei vive, ed ella, in lui rivolta, Par che quasi non sia quella che fue: Che quando ha di duo cori Amor la palma, Cor si cangia con core, alma con alma.
Del nostro eroe ben degnamente arriva, Quasi a la sfera sua, l'anima ardente. Molto gelò ne la stagione estiva, Molto sudò ne la stagione algente.
O qual fu, quanto fea, quanto soffriva Lungi da la beltà ch'ora ha presente! Guerreggiò con Amor, vinse col merto: Or può tanto gioir, quanto ha sofferto.
Per piacer di sua donna al guardo altero, Dov'ha l'Alba d'amor lucido albergo, Quasi Marte amoroso, Amor guerriero, Cinse il tenero sen con duro usbergo.
Sostenne il biondo crin l'elmo e 'l cimiero, E lampeggiò di ferro il petto e 'l tergo. Vibrava ei l'asta, ella d'Amore il dardo: Feriva egli col ferro, ella col guardo.
Talor premendo a bel destriero il dorso, L'asta afferrò tra bellicoso stuolo. Quegli, scotendo il crin, spumante il morso, Sta calpestando impaziente il suolo;
S'incurva in arco, e poi spiccando il corso, Se stesso avventa, qual saetta, al volo. Se Filippo nel segno avvien che tocchi, Imparò di colpir da duo begli occhi.
Cercò straniero clima, e monti e valli, Varcò l'Alpe, che 'n ciel par che s'asconda; Vide allobrogi campi, insubri e galli, Del Rodano solcò rapida l'onda.
Vide del forte Belga aprici i calli, Fu dove corre il Ren, la Mosa inonda; Solcò il Tirreno, e sparse in ogni loco, Fin tra l'onda de' mari, un mar di foco.
Mirava ei nuove genti, altri, mirando Lui vagheggiante, a vagheggiar fu volto; Ei nuove meraviglie iva cercando, Meraviglia maggior parve il suo volto.
Vide nel patrio lido, indi tornando, Il bel del mondo in un sol viso accolto, Ché, meraviglie di crear già vago, Iddio di Giulia imaginò l'imago.
O immortali voi menti superne, Fermate il corso de l'eterne rote; Cercate là, tra quelle forme eterne, E fra le luci erranti e fra l'immote,
O ne le parti più del cielo interne, Quelle bellezze a noi mortali ignote; Dite se là ne la magion celeste Più belle son quelle bellezze o queste.
Mirate, o cieli, il candido e 'l vermiglio, Onde 'l primo orizonte orna l'aurora; Poi si miri in costei la rosa e 'l giglio, Onde la guancia inostra e 'l seno infiora,
L'ardor del labro e lo splendor del ciglio, E i rai lucenti, onde la chioma indora. Dite se tai colori accender suole L'alba su l'orto o sul meriggio il sole.
Ma sua beltà, che fuor si vede, è vinta Da bellezza immortal, ch'entro soggiorna, Ché l'alma il vel terreno onde va cinta Co' raggi alluma e col suo bello adorna.
E come luce che dal sole è spinta Si diffonde d'intorno e l'ombre aggiorna, Così beltate il suo principio ha dentro, E, se splende di fuor, parte dal centro.
Sua terrena beltà molto non cura: Se natura la diè, tempo la toglie; Di duo begli occhi il sol tosto s'oscura, Tosto del volto i fior perdon le foglie.
Ma Giulia sol di sottoporre ha cura Il corpo a l'alma, a la ragion le voglie; Fugge i beni fallaci e segue i veri, E, gli affetti abbassando, alza i pensieri.
D'alta virtù cercando aureo tesoro, Il tesor di natura orna con l'arte. Per ghirlanda di fior porta l'alloro, Tutta è di Palla, e 'nfra le Muse ha parte.
Cangia, nel far non feminil lavoro, Or l'ago in penna, ed or le tele in carte; Fa lavoro ella in carte, altre sugli ostri, L'altre spargon le fila, essa gl'inchiostri.
O qual sembra a veder Musa novella Trattar plettri latini e cetre argive! Vergine, ch'egualmente e saggia e bella, Quando guarda innamora, e quando scrive.
Di lei sparge lo sguardo e la favella Or fiumi d'eloquenza, or fiamme vive, E con alto saver, con dolci ardori, Prende in un punto e gl'intelletti e i cori.
D'alma e di volto il sovrumano oggetto Natio del Cielo al giovinetto apparse. Sentì congiunto a meraviglia affetto, E lacci onde fu preso, e fiamme ond'arse.
Provò dolce il dolor, grave il diletto, E, quanto accolse ardor, lagrime sparse. Ma mentre a l'idol suo gli occhi rivolse, Fiamma forse maggior diè, che non tolse.
Crebber gl'incendi, e l'un ne l'altra or mira Fiamme, del proprio bel colpe e trofei. Ai sospiri de l'un l'altra sospira, Ella di lui trionfa, egli di lei.
Dice l'un: "Se quest'alma or vive e spira, Vive di spirti tuoi, se tu de' miei"; L'altra: "Languisci pur, languisco anch'io, Ardo del foco tuo, s'ardi del mio".
Omai, coppia gentil, giunte son l'ore Che, s'altri vi disgiunse, Amor vi stringa. Par che quinci il desio, quindi il timore I volti or d'ostro or di pallor dipinga.
Ritroso il guardo e desioso il core Or chiede, or niega, e quel negar lusinga. Ah, che ritroso un cor, se l'altro il prega, Brama forse donar, più che non nega!
Non mai di gelosia cura mordace Sparga in foco sì bel suo gelo immondo. Puro amor, lunga fede, eterna pace Faccia tranquillo il core, il sen fecondo.
Per Voi s'alzi virtù, ch'a terra or giace, E nel secol del ferro indori il mondo. Nascan soli da soli, e gli avi eroi, Se già morir, sien immortali in voi.
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