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1582–1626

L'amante occulto

Girolamo Preti

Piansi lunga stagione, arsi, gelai, Ma taciturno amante Le mie pene amorose Nel centro del mio cor chiusi e celai.

Arsi, ma fu il mio foco Sì profondo ed occulto, Che non fu noto a voi, che l'accendeste; E fu de l'amor mio

Consapevole solo Amore, ed io. Soffersi ogni tormento Ch'anima tormentata ha ne l'inferno, Ma fra i martir d'Amore,

Non poter dire oimè! parve il più fiero. Anzi l'inferno ancora èmen crudo e penoso, Ché 'l silenzio laggiù non ha ricetto,

E fra l'alme dolenti S'odono pur almen grida e lamenti. Tacqui, ma nel mio volto Un pallor si vedea,

Che nel color di morte Era del mio morir nunzio facondo. Quel non chieder aita, Quella lingua tremante,

L'esser privo di voce, appunto quelle Eran tutte d'amor voci e favelle. Ma voi, bella cagion de' miei tormenti, Come fredda in amor, sorda a l'amante,

Forse mai non udiste Le tacite querele D'innamorato cor, che muto parla. Vidi ben io talora

Ch'a miei cupidi sguardi Rispose anco di voi cortese un guardo; Ma fra me dissi allora: Non è sguardo amoroso,

Non è sguardo pietoso, Ch'amor non può sentir, s'amor non vede, E non merta pietà chi non la chiede. Dunque poich'io mi sento,

Miseramente amando, Condotto omai de la mia vita a riva; Poiché l'incendio mio, Che nel silenzio ascosi,

Omai sarà nel cener mio palese; Poiché mentre io mi tacqui (Questo è 'l duol che m'accora), Poichè mentre io mi tacqui, altri non tacque,

E rese il mio silenzio altrui loquace, Egli è ben tempo omai Ch'afflitto e moribondo Io dica a voi, mia vita, ecco ch'io moro.

Tempo è ben che, s'al pianto Fu sempre aperto di questi occhi il varco, Omai s'apra a la voce il varco ancora. Dritto è ben che, s'io moro,

Il mio morir sia noto A voi, dolce cagion del morir mio. Non vedeste il mio foco, Mentr'io non vidi in voi disdegno ed ira;

Or che 'l vostro bel seno, Ch'arder dovea d'amore, arde di sdegno, Anch'io mostro il mio ardore, E mentre odio scoprite, io scopro amore.

Amor, deh tu m'impetra, Impetra dal mio duol tanto di pace, Ch'io possa dir morendo Qual io fui, quanto fei, quanto soffersi.

So ben, so ben ch'io parlo Ad una sorda pietra, Cui rigor naturale e sdegno indura; Ma da una pietra alpestre

Io trarrò forse ancora Col focil de' lamenti Faville di pietà, se non d'amore. Ma co' suoi lacci Amore,

Come mi lega il cor, lega la lingua, E posso appena proferire: Io moro. Io bramo dunque, io cheggio, Non già pace a l'ardor, ma tregua al duolo,

Perché quelle cadenti amare stille, Che già sparsi di pianto, or sien d'inchiostro. Sì, sì dunque, fia meglio Che 'n questa carta almeno,

Con queste mute voci, Il mio duolo, il mio amor tacendo io dica. Ne' segreti d'amore Taccia la lingua, e la mia man favelli;

E pur non m'oda il vento, Ch'io temo che spirando Egli ancor non ridica i miei sospiri. Così su questa carta

Seguirò favellando Pur del silenzio mio l'usato stile; E questa carta a Voi Messaggera d'amor tacita invio,

Segretaria fedel de l'amor mio. Quel dì che gli occhi apersi A quell'alta incredibile bellezza Che nel vostro sembiante

Il Fattor di natura, Quasi in compendio di beltà, rinchiuse, Per far del suo poter mirabil prova, Maravigliando io dissi:

Cosa pari o simile Non ispero veder se non in Dio. In cotal meraviglia Fu il mio pensier sì fiso,

E fisa in quel pensier l'anima mia, Ch'io vidi a poco a poco Nascer da meraviglia il mio bel foco. Da indi in qua bramai

Che chiudesse questi occhi Amore o Morte, Per non veder più mai cosa men bella. Da indi in qua non vidi Quaggiù beltà mortale

Che di vostre bellezze avesse un raggio. Ciò che 'l mondo ha di bel, ciò ch'ha di vago, Tanto men bel parea, Quanto del chiaro sol men bella è l'ombra.

Io vagheggiai talora Il cielo, il sol, le stelle: E tanto parean belle, Sol quanto avean di voi qualche sembianza.

Un solo, un solo oggetto Solea render talor l'anima paga, Però che 'n sé raccolta Vagheggiava talor la vostra imago,

L'imago che 'n lei stessa Avea scolpita di sua mano Amore; Quivi sol contemplava il vostro aspetto, Ed ella era a se stessa unico oggetto.

Indi l'incendio mio, Nudrito a poco a poco Da l'esca del pensiero, Dal vento de' sospiri,

Tanto s'accese e crebbe, E tanto ancor s'avvanza, Che sta in forse il pensier qual sia maggiore, O la vostra bellezza, o 'l foco mio.

E se non fosse il pianto, Che sfogando il mio duol, tempra il mio foco, Poiché spegner nol posso, io sarei spento. Onde il tormento istesso

È più di voi pietoso: Che ne lo stesso pianto io trovo aita, E bench'egli mi strugga, ei mi dà vita. Crebber poi le mie pene

Allor ch'invida stella A me, lasso, vi tolse, altrui vi diede, E cercando altro clima, Lungi n'andaste a far beato altrui.

Conobbi allor, conobbi D'esser tanto vicino a la mia morte, Quanto lungi da voi, mia morte, io fui. Io dissi allora, io dissi:

Non ha vita, non anima il mio core, Poiché l'anima sua parte, e non muore. Ma morir non potea, Però che 'n lui vivea la vostra imago,

Da cui fuggia la morte, Ch'offender non può mai cosa celeste. Ond'io talor fuggendo Da le natie contrade e da me stesso,

A voi ratto ne venni Per pascere il digiun del viver mio, Che sol dagli occhi vostri ha cibo e vita. A voi talor men venni,

Perché a voi mi traea, Com'a sua propria sfera, il foco mio. Talor venni fingendo Ch'altra necessità là mi traesse:

Ma mi traean le stelle De' be' vostr'occhi, in cui Alta necessità prescrive Amore, Due stelle onde deriva or vita or morte,

Da cui pende il mio fato e la mia sorte. Tornaste poi qua, dove L'onda del picciol Reno Si turba a' miei sospir, cresce al mio pianto,

Per veder le tenzoni Che 'n teatro di Marte altri fingea. Quivi io fui spettatore Sol d'un bel volto, ed ebbi

Per ispettacol mio voi spettatrice. Quivi, mentre vedeste Le simulate guerre e i finti assalti, Allor provò il cor mio

Di guerriera d'Amor colpi veraci: Pugnava altri con l'arme, E voi col bel sembiante, Feriva altri il nemico, e voi l'amante.

Veniste alfin, veniste A far co' bei vostr'occhi Questo ciel, queste mura adorne e liete; Ma, lasso, ancor veniste

A far col vostro sdegno Questo cor e quest'alma un vivo inferno, Però che lingua immonda, Lingua profana ed empia,

Ispirando e spargendo Da viperino cor d'invidia il tosco, Con sacrilega voce Tanto osò, scelerata e menzognera,

Ch'accusò la mia fé di poca fede. Disse (ah, lingua d'inferno!) Ch'io dissi quel che mai non dissi, e volle Che 'l mio silenzio ancor fosse loquace.

Quindi ver me sdegnosa Armaste il cor d'orgoglio, il ciglio d'ira, Maggior fede prestando A l'altrui falsità ch'a la mia fede.

Allor forse credeste Che col gel d'uno sdegno estinto fosse, Com'in voi la pietate, in me l'ardore; Ma per virtù d'Amore

Crebbe nel vostro gelo il foco mio, Com'appunto lassuso, Dove l'aria è più fredda, avvien ch'avvampi Viè più l'ardor de' fulmini e de' lampi.

S'io 'l dissi, io priego Amore, io priego Morte, Che congiurati entrambi Privin voi di pietate, e me di vita, E sia la morte mia

Di vostra crudeltà pompa e trofeo. S'io 'l dissi mai, questi occhi Sien sempre aperti ai pianti, E sien chiusi mai sempre a voi davanti.

S'io 'l dissi mai, s'io 'l dissi, Cresca in voi la fierezza, in me il martire, Non sia più mai questa mia lingua udita, Né chieder possa al maggior uopo aita.

Nol dissi no, nol dissi, Però che mai non puote Mia lingua dir quel che non detta il core. Bench'or siate sdegnosa,

Contra voi pur non s'ode Un singulto giammai, non ch'una voce: Pensate or se s'udia Quando foste ver me cortese e pia.

Così tacito fui Che querela non fei Né di voi, né di me, né del mio duolo. Anzi ne' miei martiri,

Quando almen dire oimè forse potei, La mia fede e 'l timore Troncò la voce, o la rispinse al core. Vibrò l'invido mostro

Contra me, contra voi livida lingua, Per turbar con lo sdegno Il seren de' vostr'occhi, Forse per far vostra beltà men bella.

Turbò con fosca nube Di sdegno e d'ira il sol degli occhi vostri, Ché soffrir non potea Invido augel notturno

Ch'io là fisassi il guardo, Quasi nuova d'Amore aquila altera. Tu dunque, Amor, tu dunque, D'alma fedel vendicator possente,

Chiudi quell'empia bocca, Bocca non so se d'uomo o pur d'Averno: Che s'ella dir poteo quel ch'i' non dissi, Menzogna così rea vien dagli abissi.

Ceda in voi dunque, ceda Sdegno a pietate, e la menzogna al vero; O pure a me volgete, Se non dolce e pietoso,

Almen fero e sdegnoso Quel dolcissimo sguardo anzi ch'io mora: Poiché in luci sì belle ancor diviene Bella la crudeltà, dolce lo sdegno.

E se mi furo un tempo Que' begli occhi amorosi Care stelle benigne, ond'io sperai Dolci influssi di vita,

Or con diversa sorte Sieno infauste comete a la mia morte.

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