Scesa dal terzo cielo, Io, gran dea degli amori, Care piagge latine, a voi ne vegno. Pace a voi, lieti colli, amate mura,
Ov'ebber culla e tomba Quelle antiche grand'alme, Sì chiare in pace e sì temute in guerra. Per voi ritorno in terra,
Per voi, piagge beate, Lasciai la terza sfera, Non che Pafo e Citera. Venni; ma non vogl'io, diva amorosa,
Star tra voi neghittosa. Venni a voi per destar cocenti ardori Ne' più gelidi cori. Vendicherò l'orgoglio
Di quell'alme superbe Che scherniscon d'Amor l'arco e la face. Porterò guerra e pace Ne le risse amorose.
Voi, crude alme ritrose, O provate o fuggite Le mie fiamme schernite: Or qui regna Ciprigna e regna Amore.
Se qui si trova un core Che non senta d'Amor lo strale e 'l foco, Omai cangi pensiero, o cangi loco. Lungi, lungi da noi, Venere bella,
Il tuo lascivo ardore: Questo è popol di Marte, e non d'Amore. No, no, caute fuggite, O anime d'Amor libere e sciolte.
Venere lusinghiera Non dà mai gioia intera. Dolcemente invaghisce, Mortalmente ferisce;
Vi promette dolcezze, e porta doglie, Il meno vi concede, il più vi toglie. Io, quell'Adon, quell'io, Che ben amando provo
Quanto Amore ha di gioia, Quanto Amore ha di noia, Fede farò ch'innamorato affetto Poco sente il dolor, molto il diletto.
Io, che son dea guerriera, Non vuo' che imbelli amori Vadan per queste sponde Struggendo l'alme, effeminando i cori.
Cadan l'armi d'Amore a terra sparte, Ceda senso a ragione, Amore a Marte. Io, che son la Beltà, L'armi tue vincerò.
Se Marte pugnerà, Di lui trionferò. Senz'arme ferirò Marte sì ch'amerà.
Per noi guerra farà Un bel viso, un bel guardo, un bel crin d'oro. Contro le forze mie, Contro il mio strale,
Nulla può la ragion, Forza non vale. O cieli, o Dei, quai meraviglie ascolto? Saran mie forze inferme
Contro ignudo fanciullo e diva inerme? Ah pur provasti ancor, nume guerriero, D'Amor pungente il dardo; Sai com'impiaghi un guardo;
Tu pur sai quanto duolo e qual periglio Porti l'arco d'un ciglio, Poich'agli assalti di fanciullo ignudo Spada poco giovò, nulla lo scudo.
Domatrice del mondo Roma son io, che con incendi e guerre Domai popoli e terre. Domerò ben ancor tenero arciero,
Sì che vinto e fugace Non turberà mio impero: Perché quando a virtute Amor soggiace, Ha spuntato lo stral, fredda la face.
Armerò di virtù Roma guerriera, Sì che, facendo Amor guerra ad altrui, Trionferà di loro, ella di lui. Trionfai di virtute
Con quest'armi omicide; Marte, deh dillo tu, dicalo Alcide. Vinsi, ignudo fanciul, forza e valore, E trionfò de' trionfanti Amore.
Altri tempi, altre voglie. Il senso mi legò, virtù mi scioglie. Non è vero trionfo Guerriera alma legar sola una volta,
Se per man di ragion poscia fu sciolta. M'è più caro il languire arso ed avvinto Da un bel crin, da un bel volto, Ch'esser gelato e sciolto.
E bramo anzi morire, Che senz'amor gioire. Alme d'Amor rubelle, Farò cruda vendetta
Con quest'aspra saetta. Provin l'alme spietate Qual sia forza d'Amor, qual di Beltate. E chi provar non volse Amor pietoso
Il provi aspro e penoso. Ahi feritor crudele! O dolcissimo arciero! Oimè, piaga mortale!
Ahi, com'offende Amor, come saetta! Quando pensi fuggirlo, allor ti giunge, Quando credi schermirti, allor ti punge. Me non giunse e non punse
D'Amor l'acuto strale, Benché crudo ferisca e porti l'ale: Perché, quando virtute altrui difende, O si spunta lo strale, o non offende.
Sperai dianzi, sperai Con romano valor domarlo anch'io, Ma il crudel mi ferio. Facciasi, poich'Amor volse piagarmi,
Breve tregua con l'armi. Abbia questo trofeo La stagion di Lieo: Se lieta è la stagion, noi lieti amiamo.
Ah, poich'Amor vuol pur che s'ami, amiamo. Amore, ecco la spada, ecco lo scudo, Eccoti 'l core ignudo. Cede già di quest'arme il grave incarco
Al tuo strale, al tuo arco. O miracol d'Amore: Mirate, alme rubelle, Amor fatto guerriero, e Marte imbelle!
Ami chi non amò, Avvampi chi gelò. Marte, che ghiaccio fu, Or sente il foco più.
Ami chi non amò, Avvampi chi gelò. Chi d'Amor sciolto va Suoi lacci proverrà,
E chi più duro fu D'amor languirà più. Chi d'Amor sciolto va Suoi lacci proverrà.
Chi lo stral non sentì Sarà ferito un dì, E chi più lieto fu D'amor piagnerà più.
Chi lo stral non sentì Sarà ferito un dì. Quanto gelai, tant'ardo, E 'l mio foco è maggior, quanto è più tardo.
Quel cor che tardo amò, tosto si pente: Chi fa schermo al mio stral, più crudo il sente. Io, c'ho vita dal foco, Volai, quasi fenice, al foco ond'ardo;
Né de l'ardor mi pento, E quanto egli è maggior, più dolce il sento. Sì, sì, lo stral d'Amor fere chi fugge, Se lo strale è lontano, ei più lo spinge,
Quando il laccio si fugge, allor più stringe. Ah, chi non sente amore, O non vive, o non vede, o non ha core. Ma in voi, donne spietate,
Cui non tocca d'Amor l'arco o la face, Troppo mal si conface A sì rara beltate Barbara feritate.
Oggi ad amar v'invita La stagion degli amori. Sembra un angue tra fiori Fra sì vaghi sembianti alma sì fera.
Ah, negletto non pera De la beltate il fiore! Ah, se qui vive un core Che da' lacci d'Amor vada disciolto,
Omai cangi pensiero, o cangi volto. Sì, sì, tigri, lasciate Bellezza o crudeltate! E sien l'anime altere
O men belle o men fere. Il fior de la beltade Tosto vien, tosto cade. Per far di voi l'etade avare prede
Muove rapido il piede. Sì, sì, tigri, lasciate Bellezza o crudeltate. Ah, chi non sente amore,
O non vive, o non vede, o non ha core
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