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1582–1626

Amor costante, segreto e pudico

Girolamo Preti

Cauto nocchiero, abbandonando il lido, Prima osserva le nubi e 'l vento e l'onda, E gli aspetti del cielo e de le stelle: E se paventa o turbini o procelle,

Non si commette a l'Oceano infido, E 'n vece di partir, l'ancore affonda. Io pur lascio la sponda Di libertà, dove già vissi in porto

Sciolto d'Amore, e 'n quelle parti e 'n queste Veggio nembi e tempeste, Ond'in brieve sarò naufrago e morto. Prendo a solcar un pelago crudele,

E senz'aura di speme apro le vele. Già mi minaccia Amore onde di pianti, Turbini di sospir, nembi di duolo, Scogli di crudeltà, flutti d'orgoglio.

Misero, il veggio: e pur ardisco, e voglio, Seguendo Amore e i miei pensieri erranti, Spiegar per onde tempestose il volo. Regge 'l mio corso il polo

D'un bel sembiante e di due stelle infide, Che, con soavi e lusinghiere scorte Menandomi a la morte, Son mie nemiche, e le pigliai per guide.

Così mi trovo infra perigli avvolto: L'andar pavento, e 'l ritornar m'è tolto. Ch'omai tant'oltre il mio desir m'ha spinto Per questo mar d'Amor vasto e fallace,

Che più non credo di veder la riva. Ma poi che d'ogni speme Amor mi priva, Deh il viver mio sia con la speme estinto, Ché per alta cagion morir mi piace.

Benedetta la face Che di sì nobil foco il cor m'accende: Che s'egli è mio destin ch'ardendo i' mora, Quest'ardor m'avvalora,

E 'l fosco ingegno mio lucido rende. Però, benché costei voglia il fin mio, Vivrem ne le mie carte ed ella ed io. Ama le Muse e de' miei carmi è vaga

La mia nemica, ond'io ciò che bramai Nel petto ascosi, e 'l palesai nel canto. Lodai di duo begli occhi incerti il vanto: Tacqui la feritrice, e non la piaga,

E 'l bel nome di lei nel cor celai. Mille carte vergai De le bellezze sue, de' miei tormenti: Ed, incauta, chiamò cruda colei,

Che sorda a' versi miei Vuol pur farsi immortal ne' miei lamenti. Lesse ne le mie carte i pregi sui, E se stessa chiamò cruda in altrui.

Ma se le stelle e 'l ciel, com'io pur temo, Congiuraro a' miei danni, e vuole Amore, Pria che 'l tormento, terminar mia vita, Io non voglio pietà, non cheggio aita,

Ma bramo sol ch'a quel sospiro estremo Almen sappia costei chi per lei muore; Ché 'l silenzio e 'l timore Tien sì chiuso l'ardor ch'entro mi strugge,

Ch'assai fia s'io discopro i miei martiri Con gli ultimi sospiri Che suol l'alma esalar, quando sen fugge. Così mi struggo ardendo a poco a poco,

E 'l cener prima apparirà che 'l foco. Eran gli sguardi miei lingue faconde, E dal mio cor, che 'n chiusa fiamma ardea, Spesso un sospir, non volontario, uscia;

Onde a colei, che i miei sospiri udia, Dissi che 'l mio dolor nasceva altronde, Né conobbe il mio ardor chi l'accendea. Così, lasso, io tacea,

E taccio la cagion de' miei dolori, Perché la sua beltà, cosa divina, E sgomenta ed inchina Come ad amarla, a riverirla i cori.

Ond'è ragion che di bellezze sante Anzi mi scopra adorator ch'amante. E sallo il Ciel che la mia fiamma è pura, E che 'n colei, poco curando il frale,

L'eloquenza, il saver, l'anima adoro. Indegna è di mercede e di ristoro, Se in un incendio vile anima impura Vive idolatra di beltà mortale.

Non dia fine al mio male Amor, se da colei per cui sospiro Altro ch'udirla e contemplarla i' bramo. Ond'io l'inchino e l'amo,

Perché, più che di fuori, entro la miro, E conosco che 'n lei cede la palma La beltà del sembiante al bel de l'alma. Canzon, vanne là dove

In compagnia de' miei pensier ne viene Sì sovente il mio cor, sì rado il piede; E se colei ti chiede Chi sia pur la cagion de le mie pene,

Dirai: Donna è non men saggia che bella, E se tal siete voi, siete voi quella.

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