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1582–1626

All'albergo di bella donna

Girolamo Preti

Beate mura, ove colei soggiorna, Cui sol degno saria soggiorno il Cielo, Colà dove con Dio gli angioli han sede, A voi co' miei sospir l'alma ritorna,

A voi, da questo inferno ov'io mi celo, Giunga il pensier, dove non giunge il piede. Questa sola mercede Non si tolga al penar d'alma innocente,

Che, legata d'amor, sciolta da' sensi, Di voi parli, in voi pensi, Ch'al Ciel pur s'alza col pensier la mente: Lassù, dove non tocca il piè mortale,

Pur dopo morte almen l'anima sale. Io, che dal sol di duo begli occhi ho vita, Or che non veggio il lume e sento il foco, In me non ho di vivo altro che 'l duolo;

Onde l'anima mia, da me partita, Dal corpo esangue al sospirato loco, Come a suo paradiso, inalza il volo. Caro albergo, in te solo

Il foco mio, com'in sua sfera, ha pace; E come il primo cielo intorno aggira L'erranti sfere e tira Ogni contrario moto al suo seguace,

Tal, s'io rivolgo altrove il passo o 'l core, Mi tragge a te con violenza Amore. Contrade avventurose, ove s'estolle Sacro a l'idolo mio l'alto soggiorno,

Quasi tempio od altare a nuova dea; Campidoglio d'Amore, amato colle, Ove trionfa un bel sembiante adorno, Sembiante in cui di Dio splende un'idea;

La vostr'aura mi bea, Com'ella pur dal Paradiso spiri, E 'n contemplar le mura al cor discende Gioia ch'ei non comprende,

Quasi un raggio di Dio l'anima inspiri. O genti, o voi, deh qui fermate i passi, Baciate il suolo, et adorate i sassi. Ben pomposo è l'albergo, ampie le mura,

Ma per entro a capir tanti splendori Fora angusto ricetto un mondo intero. Formi un albergo di sua man Natura, E 'l tetto ingemmi e le pareti indori,

O faccia a nuovo sol nuovo emispero; Fabbrichi un tempio altero, E sien mura di lui cieli stellanti, Sia l'Empireo il suo tetto, e pavimento

Sia di Cinzia d'argento, O pur gli astri del ciel fissi ed erranti, E le pietre lucenti al cielo involi, Stelle a stelle accoppiando, e soli a soli.

Anzi le stelle e 'l sol tengan le sfere, Ch'ove tocca col piede il mio bel Sole Prendon lume le pietre e fansi stelle. E forse ancor da le due luci altere

Il lume impara la stellante mole, E lo splendor dan queste luci a quelle. Luci serene e belle, Caro albergo, da voi pende mia sorte,

Ché voi siete il mio cielo e i miei pianeti, Girando or tristi or lieti, E sol da' vostri aspetti ho vita e morte; E per gl'influssi che piovete al mondo

Voi siete il primo ciel, l'altro è 'l secondo. Luminosa magion, nuovo occidente, In cui posa il mio Sol quando s'asconde E le tenebre nostre a te dan luce;

Anzi eterno al mio Sol vago oriente, Fra le cui mura entrando i rai diffonde, Come dai cieli opposti il sol traluce; L'ardor che 'n te riluce

Dà, come fiamme al cor, lume a l'ingegno, Ond'io farò, di te cantando, oscuri Di Babilonia i muri, E 'l Mausoleo che parve al ciel sostegno:

Che s'io miro colei, quel che tu sembri, Hai miracoli in te, quant'ella ha membri. Canzon, vanne e ti ferma Il sacro albergo a riverir da lunge;

E se colà ti spigne accesa voglia, Ah non toccar la soglia, Poiché cosa terrena a Dio non giunge. Sta sospesa colà per voto umile,

E la fronte abbassando, alza lo stile.

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