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1480–1547

8 (RVF 37)

Girolamo Malipiero

Si è debile il filo, a cui s'attene la gravosa mia vita, che, se Dio non l'aita, ella fia tosto di suo corso a riva,

però che dopo l'empia dipartita, che da quel sommo bene io feci, ogni mio bene m'è tolto sì che più non ho ond'io viva.

L'alma, che resta priva de la sua dolce vista, sedendo in pianti trista, pur prega il pio Signor ch'al cor ritorni.

O ben felici giorni, in cui Iesu perduto si racquista. Ma quando fia per me sì grato tempo? Spero, ma nel sperar troppo m'attempo.

Il tempo passa, e l'ore son sì pronte a fornir il viaggio, ch'assai spazio non aggio pur a pensar, com'io corro a la morte.

A pena spunta in oriente un raggio di sol, ch'a l'altro monte de l'adverso orizonte giunto 'l vedrai per vie lunghe e distorte.

Onde, essendo sì corte le vite de' mortali, e i corpi gravi e frali, perché non levo ai ciel il cor e 'l viso?

Da' quai nullo è diviso tal che 'l desio non possa mover l'ali, porgendo Dio favor suo sempre usato a sollevarci a quel felice stato.

Mercè dunque di lui, ch'ancor i'veggio gli sguardi suoi soavi, quai vide chi le chiavi ebbe del ciel, per cui tornar li piacque

al cor, e pianger quegli error suoi gravi. Però s'io vado o seggio, altro al Signor non cheggio ch'i raggi suoi, ch'aver mai non mi spiacque.

Ma queste torbid'acque, che da' tartarei fiumi vengono, quei bei lumi m'ascosero; ché spesso chiaro die

fer le tenebre mie, e 'l rimembrar fa ancor ch'io mi consumi. E quanto era mia vita allor gioiosa, m'insegna la presente aspra e noiosa.

E perché ragionando si rinfresca quel ardente desio, che nacque il giorno ch'io lasciai di me la peggior parte a dietro,

perciò a me dico: non porre in oblio l'amor, ma chiedi l'esca, ond'egli ognior più cresca. E se dal sommo Dio tal grazia impetro,

certo cristallo o vetro non mostrò mai di fuore nascosto altro colore, ché l'alma mia più chiari assai non mostri

tutti gli affetti nostri. Onde, perché contrito i' sento il core, di pianger gli occhi son dì e notte vaghi, per fin che di perfetto amor m'appaghi.

Conosco ben che negli umani ingegni fermezza non si trova, ché se vien cosa nova al senso, il cor si turba e muta voglia.

E perché amor infermo poco giova, bisogno è ch'io m'ingegni tener gli spirti pregni di buon desir, ch'in un sol bene accoglia

i miei pensier, per doglia a Dio levando gli occhi, cui prego ognior che tocchi il cor e che si faccia così a dentro,

che quando a lui rientro, mai più dal dolce affetto non trabocchi. Aspetto dunque, o Dio, tue sacre luci, ch'ad acquistar tuo amor mi siano duci.

O vero, vivo, eterno lume e sole, Iesu di grazia pieno, il guardo tuo sereno non mi negar, ove sì caldi sono

raggi d'amor, che mai non vengon meno: le dolci tue parole quand'al mio cor lor sole entroro, oh che cortese e sacro dono.

Però cheggio perdono d'ogni colpa e offesa, per cui mi vien contesa tua dolce voce, onde spesso a virtute

per acquistar salute scorta era la mia voglia, e tutta accesa d'amor; ma, lasso, che dopo giamai sentito altr'io non ho, salvo che guai.

Del tuo sermon, Signor, sommo diletto gli spirti son sottili e gli accenti gentili, non però nei superbi e cor alteri

possono intrar, ma solo negli umili. Perciò l'uomo, che 'l petto, la mente e l'intelletto enfiati porta, come alpestri e feri

luoghi, giamai non speri, ch'in quelli pur un'ora tu, Dio, faci dimora. Onde, acciò che ritorni a te e stia ferma,

d'umiltà l'alma afferma, sì ch'io te cola come il ciel t'onora, ove si vede tua gran cortesia, e dov'io prego che 'l mio albergo sia.

Canzon, s'in alto loco Iesu Re nostro vedi (ben so che certo credi ch'ogni ben chiuda sua possente mano),

digli com'io lontano riposto in terra, de' suoi sacri piedi vo ricercando l'orme, pur ch'io possa, né maggior ben ha un uom di carne e d'ossa.

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