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1480–1547

46 (RVF 332)

Girolamo Malipiero

Sua benigna fortuna e 'l viver lieto, e i giorni chiari e le tranquille notti ogni uom desia, e mai non cangiar stile. Ma come s'ode in prose, in versi e in rime,

tal ben non si può aver, ma doglia e pianto ove s'aspetta ognior la dura morte. Crudele, acerba, inesorabil morte, cagione a l'uom di mai non esser lieto,

ma di menar tutta la vita in pianto, e sospirar tutti li giorni e notti, sì come Orfeo, ch'in lagrimose rime sopra 'l perduto amor cangiò suo stile.

Mai non vediam mutar l'antico stile, ma sempre l'ordin suo servar la morte, in cui volto né versi mai né rime, né suoni o dolci canti pon far lieto,

ch'in sua magion, che sempre ha scure notti, non si parla né pensa altro che pianto. La prima voce a l'uom è grido e pianto, né si può mai distuor da questo stile,

che se pur tempo alcun i dì e le notti acquetano la mente, allor la morte obietta a la memoria, il canto lieto tosto converte in dolorose rime.

Principio ebbero allor le triste rime d'affanni, di dolor, di lutto e pianto, quando 'l primiero padre al tempo lieto cangiando de la vita onesta il stile,

insieme tutti noi condusse a morte, per cui pensosi stiamo giorni e notti. Poi dunque ch'in sì oscure e crude notti termina il mondo, udite quel ch'in rime

alme vi parlo, acciò fuggir la morte possiate, quella che dà eterno pianto: cangiate de li rei costumi il stile, e con virtute il viver fate lieto.

Sol un mi può far lieto e giorni e notti, a cui lo stil conven d'ornate rime, che morì in pianto e vinse la rea morte.

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