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1480–1547

44 (RVF 325)

Girolamo Malipiero

Tacer non posso, e temo non adopre contrario effetto la mia lingua al core, che vorria far onore a la reina, che dal ciel n'ascolta,

essendo madre pia di bello amore. Ma veggio ch'in lodar le sue sant'opre il senso chiude e copre la mia virtù, quantunque in sé raccolta:

pur i' mi sforzerò ch'in me sia sciolta la lingua in lode d'alma sì gentile, de lo cui amor quando prima m'accorsi, dietro a' suoi lumi io corsi

ne l'età giovenil, quasi d'aprile, allor che 'l divin raggio ebbi d'intorno per piacere a dea tanta così adorno. Questa che di pietà vaso era d'oro,

di fé diamante e di speme un zafiro, quando trasse il sospiro del cor, che giunse al ciel fin a l'estremo, indi messi d'amor armati usciro

come facelle ardenti, e poi con loro quel che di eterno alloro fu sempre ornato, ond'io parlando tremo, essendo di virtù e grazia scemo,

che s'io considro il seggio e stato altero al qual fu eletta questa eccelsa donna, del mondo la colonna, che meritò così l'umil pensero

ch'ebbe di sé ne la sua pura mente, stupido tal virtù mi fa sovente. E perch'in terra è una milizia d'arme l'umana vita infin da l'età verde,

ove chi, vinto, perde non oro (per lo qual nel stuol di Marte spesso a la guerra l'uomo si rinverde) ma eterno ben, per tanto acciò ch'aitarme

e per virtù minarme a palma i' possa, per dottrina ed arte concessa m'è quest'una a una miglior parte, Maria, ch'al ben la mente e 'l cor alletta.

Questa mi tra' fuor d'ogni ria prigione standosi al bel balcone di sua pietà: però si fa perfetta l'alma ch'a lei ricorre con desio,

perch'ogni vanità pone in oblio. Questa che già fu in terra un paradiso, in Dio ponendo ogni pensier e cura, la viva sua figura

diede in essempio pien di meraviglia, sì pronta era a virtù forte e secura, di senno antica e giovene del viso: la qual ciascun, che fiso

mirava, al bel sembiante de le ciglia, sentiva dirsi: – Meco ti consiglia, ch'i' son d'altro poder che tu non credi. Dal ciel descender feci in un momento

quel che spira ogni vento, e regge e volve quanto al mondo vedi –. Ora l'origen di cotanto sole dichiam, benché sian scarse le parole.

Il dì che costei nacque eran le stelle, che producon fra noi felici effetti, in luoghi alti ed eletti l'una ver l'altra con amor converse:

Venere e Giove con benigni aspetti tenea le parti signorili e belle e le luci empie e felle quasi in tutto del ciel eran disperse;

il sol mai più bel giorno non aperse, l'aere e la terra s'allegrava, e l'acque per lo mar avean pace e per li fiumi. Ma fra tanti altri lumi

Marte al nostro aversario più dispiacque, il cui poder in vento ella risolve quando a l'incontro l'arme sue gli volve. Com'ella venne in questo viver basso,

ch'a dir il ver non fu degno d'averla, cosa nova a vederla già santissima e dolce, ancor acerba, parea chiusa in or fin candida perla,

onde col grave e suo maturo passo legno, acqua, terra o sasso verde facea, chiara, soave: e l'erba con le palme e coi pie' fresca e superba,

e fiorir co' begli occhi le campagne, ed acquetar i venti e le tempeste, con voci ancor non preste di lingua, che dal latte si scompagne,

chiaro mostrando al mondo sordo e cieco quanto lume del ciel fosse già seco. Poi che crescendo in tempo ed in virtute giunse a la terza sua fiorita etate,

leggiadria con beltate era a veder, e simil non fu mai, tal che fu fatta per tanta onestate madre di Dio, che fu nostra salute.

Tutte lingue son mute a dir de' suoi sembianti onesti e gai: splendea il bel volto di celesti rai, sì ch'a mirarlo niun potea fermarse

con vano affetto, torbido e terreno; di foco avea il cor pieno, foco divin, che d'altro mai non arse; terminò poi al ciel, quinci partita,

reasonto il corpo a gloriosa vita. Finché Fortuna volve la sua rota e la mia Parca fila il debil stame, canzon, proveder voglio a li miei danni,

ch'i giorni, i mesi e gli anni, avend'io pur di bene sete e fame, dedicar voglio a quest'unica dea, per cui spero cangiar mia vita rea.

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