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1480–1547

42 (RVF 323)

Girolamo Malipiero

Se di mia mente io guardo a la fenestra, onde si vede varie e cose nove, tal che mai di mirar i' non son stanco, m'appar l'umana vita da man destra

quasi una cerva bella a tutte prove cacciata da duo veltri, un nero, un bianco; che l'uno e l'altro fianco de la fiera gentil mordendo forte,

la conducono tosto al duro passo, ove chiusa in un sasso ci dà memoria de l'acerba morte, che repente ad ogniuno è data in sorte.

Indi per alto mar veggio una nave con le sarte di seta e d'or la vela tutta avorio e d'ebeno contesta: tranquillo appar il mar, l'aura soave,

sereno il ciel, che nulla nube il vela, ed ella carca assai di merce onesta. Poi subita tempesta l'aere turbando e intorno tutte l'onde,

rompe la nave tosto a un duro scoglio: così con gran cordoglio fortuna o morte in poco spazio asconde lo stato de le cose alte e seconde.

Veggio anco il sol gittar suoi raggi santi sopra d'un lauro giovenetto e schietto, ch'un degli arbori appar del paradiso, venendo da' suoi rami dolci canti

di vari augelli, e tanto altro diletto. Ma tosto poi dagli occhi m'è diviso, ché, mentre il guardo fiso, si cangia il ciel intorno e tinto in vista

folgorando il percuote e da radice svelle l'arbor felice. Così ogni lieta etate al fin vien trista, subito manca, e mai non si racquista.

Chiara fontana veggio poi in un bosco sorger d'un sasso, ed acque fresche e dolci sparger soavemente mormorando; al bel seggio riposto, ombroso e fosco

né pastori s'appressan, né bifolci, ma Ninfe e Muse a quel tenor cantando. Ma subito pur quando più dolcezza ven fuor di tal concento,

la fonte e 'l loco, aperto ivi un gran speco rapisse e porta seco. Tal è lo stato uman, sì com'io sento, e di suoi casi orrendo io mi sgomento.

Una fenice ancor espander l'ale di porpora vestita e 'l capo d'oro veggio, e venir dal ciel umile e sola, la qual in altra forma il suo immortale

celando, tosto giunge al svelto alloro ed al bel fonte, che la terra invola, e mirando le frondi a terra sparse, e 'l troncon rotto e quel vivo umor secco,

volge in se stessa il becco, e mor nel sangue suo che fuora sparse e di foco d'amor tutto 'l mondo arse. Veggio poi al fin per entro i fiori e l'erba

in vista oscura ascesa orribil donna, di cui giamai non penso che non treme, sì altera si dimostra e sì superba, che spogliando a ciascun la mortal gonna,

del mondo ella trionfa e gode insieme. Ma poi ne le supreme ore del secol nostro, la sua oscura vista, che gli acquistò l'infernal angue,

perdendo, al tutto langue; perché la spece umana s'assecura per la fenice, tal che sempre dura. Canzon, tu puoi ben dire

che dicon tal visioni al parer mio: ch'a ben morir ciascun abbia desio.

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