Qual più diversa e nova cosa fu mai in qualche stranio clima, quella sì ben si stima, via più rassembra al sacro e santo amore.
Là, onde 'l dì ven fuore, vola un augel, che sol senza consorte di volontaria morte rinasce, e tutto a viver si rinova:
così sol si ritrova un vero affetto, posto in su la cima de le virtù, ch'al sommo sol si volve; e se pur si risolve,
e 'l sol smarrisce, il suo stato di prima, tornando, il lume acquista e i nervi suoi, e vive poi con la Fenice a prova. Una petra è sì ardita
là per l'indico mar, che da natura tragge a sé il ferro, e 'l fura dal legno in guisa che i navigi affonde. Qui 'l santo amor risponde,
ch'è di tanto vigor (se 'l ver accoglio) che vince il duro orgoglio del senso, e lo sommerge in questa vita, di vero ben sfornita,
e fura il cor, che fu già cosa dura, e dal mondo il sottrage, ov'era sparso, pur che non sia più scarso di buon voler lo spirto, o mia ventura.
Essendo in carne, a la celeste riva mi trae sta viva e dolce calamita. Ne l'estremo occidente è una soave fera e queta tanto,
che nulla più ma pianto, e doglia e morte dentro agli occhi porta; molto convene accorta esser qual vista mai ver lei si giri:
pur che gli occhi non miri, l'altro puossi veder securamente. Così fa il cor dolente il sommo e sacro amor, se quale e quanto
sia 'l divin raggio, è di saver ingordo nostro intelletto sordo e cieco a quell'immenso obietto santo. Io qui però m'abbasso, acciò non pera
per questa fera diva e innocente. Chi chiedesse, o canzone, quel ch'i' fo', tu poi dir che 'l cor di sasso cerco far molle sì che gli risorga
il lume che lo scorga a quel amor, che mai non lascia un passo di gir a Cristo, per cui sol si strugge e schiva tutte l'altre rie persone.
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