Conobbi quanto il ciel gli occhi m'aperse,
e de l'ingegno femmi estender l'ali,
cose nove e leggiadre, ma mortali,
sotto cui il verbo eterno si coperse.
L'altre cose da noi tutte diverse,
attributi divini ed immortali,
perché non furo a l'intelletto eguali,
la mia debile vista non sofferse.
Onde quant'io di Cristo giamai scrissi,
degno di colpa e non d'onor mi rende,
che fu una stilla d'infiniti abissi.
Questo è perché la mente non si stende
tant'alto, e per aver gli occhi al sol fissi,
tanto ei si vede men, quanto più splende.