Benché 'l viver sia breve, e l'ingegno paventi ad alta impresa, tal che del mio valor poco mi fido, pur spero che sia intesa
là dov'io bramo e là dov'esser deve la mente mia, per cui tacendo i' grido: o de l'eterno amor albergo e nido, Vergine, a voi rivolgo il basso stile
pigro da sé, ma 'l gran piacer lo sprona; e chi di voi ragiona, tien dal soggetto un abito gentile, che con l'ali amorose
levando il parte d'ogni pensier vile; con queste alzato vengo a dir or cose c'ho portate nel cor gran tempo ascose. Non perch'io non m'aveggia
quanto mia laude è ingiuriosa a voi, ma contrastar non posso al gran desio ch'è certo in me, dapoi che vostra gran bontà, cui non pareggia
penser (non che l'agguagli il parlar mio), mi trasse fuor di stato grave e rio. Altri che voi, so ben che non m'intende, onde qual neve al sol tutto divegno,
e prendo di me sdegno, che mia viltà la vostra altezza offende. Non però tal temenza discaccia il gran desir, che 'l cor m'incende
d'essere vosco, con la cui presenza meglio saria il morir, che viver senza. Onde ch'i' non mi sfaccia esser non pò, lontan dal divin foco,
perciò desio 'l calor, che me ne scampi dal freddo, che non poco il sangue vago per le vene aghiaccia: che se 'l cor mio fia tal che non avampi
de le fiamme del ciel, per selve e campi e valli e monti la mia grave vita, amara ognior sarà via più che morte. Ahi dolorosa sorte,
se in ciò vostra pietate non m'aita, però che tal paura l'alma trarrebbe al fin corta e spedita, che senza amor divino è pena dura
il viver, come al cor mordace cura. Chi fia dunque che meni il mio desiro là dove gir voglio, se non voi, madre, a cui 'l piacer mi spigne?
Ma vegomi (e mi doglio) esser lontan dagli raggi sereni ch'ognior ci mandi, perché mi distrigne il senso a duri nodi, e mi depigne
color diversi in mezzo del mio volto, testimon di dolor, che dentro fammi, tanto contrario stammi l'appetito protervo in me raccolto;
ma faccian le tue liete luci che 'l veder voi non mi sia tolto, che come quelle in me voi rivolgete; mostrate che di cor pietoso sete.
Oh s'a me fosse nota l'incredibile vostra gran bellezza, sì come a chi nel ciel sempre la mira, quanta di ciò allegrezza
avrei: ma da' mortai molto è remota. Però l'alma, ch'intorno al cerchio gira de le cose create, a voi sospira, onde i bei raggi son, per cui ringrazio
la vita, che per altro non m'è a grado. Perciò non così rado mirate il cor, di voi giamai non sazio, ma prego più sovente
lo visitate in tanto affanno e strazio, però che 'l senso avezzo in mantenente via leva il ben, che già lo spirto sente. Dico: se pur talora
un sol raggio porgete, io sento a l'alma una dolcezza inusitata e nova, la qual ogni altra salma di noiosi pensier disgombra allora,
sì che di mille un sol non si ritrova, il cui diletto più del viver giova. E se questo mio ben durasse alquanto, nullo stato aguagliarse al mio potrebbe,
ma forse altrui farebbe invido, e me superbo, l'onor tanto. Però, lasso, conviensi che l'estremo del riso assaglia il pianto,
che sparendo tua luce, i spirti accensi s'interrompono, e fan che d'altro io pensi. Ma pur il mio pensero ritorna a voi, Regina, e si discopre
tal che mi trae del cor ogni altra gioia. Onde parole ed opre escon di me, per cui far tanto io spero di ben ch'eternalmente al fin non moia.
Grata memoria, ch'ogni angoscia e noia leva, che fanno gli aversari insieme, perché di voi la mente innamorata chiude loro l'entrata
de le parti del cor prime ed estreme. Onde s'alcun bel frutto nasce di me, da voi vien prima il seme. Io per me son quasi un terreno asciutto
colto da voi, e vostro è 'l pregio in tutto. Canzon, tu non m'acqueti, anzi m'infiammi a dir di tanta Dea, che 'l cor m'invola: però sia certa di non esser sola.
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