Muse, voi che reggete De la vera armonia l'alto governo, Et immote movete De la lira del ciel l'ordine eterno,
Al bel suono di cui danzan le stelle Nel palagio di Dio musiche ancelle; Voi, ch'eccelsi misteri Con fatidico verso altrui svelate,
E i confusi pareri Ne le menti dubbiose aperti fate, Disciogliete il mio dubbio, ond'oggi io scriva Se la bella Adriana è donna o diva.
In quel mar luminoso, Che teso in arco e dilatato in giro, Dentro i cieli nascoso, Rene ha di stelle et acque di zaffiro,
Nacque costei che con illustre vanto Le celesti Sirene agguaglia al canto. O forse in quel volume, Che mostra là ne le superne rote
Per man del sommo Nume Scritte fra righe d'or lucenti note, Apprese questa agli angeli conforme Del bel cantar le regolate norme.
O da quell'uccelliera, Ch'intessuta nel ciel d'aurei cancelli, Chiude musica schiera D'alati spirti e di celesti augelli,
Per isvegliar l'addormentate menti, Filomena immortal, mosse gli accenti. Sopra i molli rubini De le sue labbre ordir le pecchie i favi;
Ei nei loro confini Graziose lasciar gli aghi soavi, Che con punte d'amor ferendo i petti, La dolcezza del miel mostrano ai detti.
Il suo musico fiato È d'angelico spirto aura gentile, Che per l'uscio ingemmato Di sua tenera bocca entra sottile,
E dal carcer del petto, alta e veloce, Mentre scioglie la lingua, apre la voce. Né si vario e diverso L'intricato Meandro entro i suoi giri,
Per le piagge disperso, Par ch'il lubrico piè giri et aggiri, Come par la sua voce entro i canori Ravvolgimenti e regolati errori.
Or posata e dimessa, Fa che languida fuor tremi e vacilli, Or soave e sommessa, La spezza in fughe e la ripiglia in trilli,
Et or con vaghi armonici viaggi, In fra numeri bei, libra i passaggi. Or la nega a l'udito Con un breve silenzio entro la gola;
Or con garrulo invito La promette in un punto e poi l'invola; Or fra groppi l'intreccia e, varia e vaga, Mentre alletta l'orecchia, i cori impiaga.
Va con ordin canoro Traendo un suon, ch'ammira ogn'alto ingegno, Da l'ordito lavoro, Ch'ha di fila ineguali in cavo legno;
E con la forza degli accenti suoi, Le procelle de' sensi accheta in noi. Par la bella testura, Che va temprando con maestre dita,
Con industre misura Di lacciuoli d'amor prigione ordita; E la bell'arpa in risonar soave, Per condurne là su, musica nave.
Non la lira tebana, Che la pietra animò rigida e dura, E con virtù sovrana Bella fabbra canora erse le mura,
S'agguagli al suo bel suon, che non di sassi, Ma di glorie immortali un tempio fassi. Né l'armonica cetra, Che destò ne l'Erinni umano affetto,
Più si vanti ne l'etra, Ove ha in braccio a le stelle almo ricetto, Che questa, col bel canto e col bel volto, D'amor l'Inferno in Paradiso ha volto.
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