Sù lasciate Aganippe, aonie dive, Cercando aure più dolci, ombre più liete: Qui del Volturno in su l'erbose rive, Da le cime di Pindo omai scendete.
Qui dal Serchio venuta, altiera e bella, Donna vegg'io, che fra le donne è mostro, E nel tosco parlar, Saffo novella, È la decima dea del coro vostro.
Donna dirla non già poss'io mortale, Ch'in lei cosa non miro altro che pura, E tant'alto a la gloria impenna l'ale, Ch'in lei guardo mortal non s'assicura.
Sdegna la bella man, trattando l'ago, Su le tele intrecciar bassi lavori, E maritar con arteficio vago A le seriche fila argenti et ori.
Ella a studi più degni intesa il giorno, Dal donnesco drappel volta in disparte, D'armonici trapunti intorno intorno Sa ricamar, sa figurar le carte.
Or passeggia con l'occhio i campi illustri Di poetico stuol dolce e concorde, Or con dita maestre e moti industri Va scorrendo le vie di tese corde.
O se canta, o se scrive, egual nel vanto, Con dotta penna e con canoro legno, Al puro stil dimostra, al dolce canto, Musica voce, armonioso ingegno.
Io crederei ch'in sì canuto stile Fosse nova fra noi Palla risorta; Ma veggio poi, ch'a la virtù senile, Ha de l'attica dea mente più accorta.
Polinnia la direi, che fosse al mondo, Quando in numeri bei la voce scioglie; Ma più dolce il cantar move giocondo De le musiche dee che Pindo accoglie.
Sirena la direi, ch'in dolce voce Dai cristalli del mar sia bella uscita; Ma questa giova l'alme, e quella noce; Quella apporta la morte, e questa vita.
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